giovedì 10 luglio 2003

Amo la Mailing List di BombaCarta.


Amo le sue periodiche e vivacissime dispute letterarie e non. Mi piace interrogarmi se sia meglio la prima o la terza persona e non disdegno che qualche didattica sezionata lasci nel suo blog qualche vivificante frecciatina. Già, vivificante. Nel web come nella vita non fa male fermarsi un attimo e chiedersi: che faccio qui? Glaucy se lo chiede nelle sue casette e nelle sue cosette e indirettamente ci invita a farlo. Colgo l’invito.


Però, ci ripenso. È luglio, fuori ci sono 30 gradi e allora mi lascio scivolare. Su Repubblica di domenica anche Baricco (odiato-amato-schivato ma sempre vendutissimo) delirava su strani parallelismi tra il romanzo di Stocker e il Don Giovanni. Giocava con vaghe analogie sino a raggiungere l’acme nell’individuare il filo rosso che legava entrambe le opere: la scoperta del desiderio. Lo faceva con la sua prosa stuzzicante e sotto il sole continuavo a leggere e intanto pensavo: chissà che ne pensano in Mailing List.


Ecco il punto. Qualsiasi cosa legga e che ruoti nell’orbita della scrittura, automaticamente un neurone prende appunti nel suo taccuino e mette da parte lo spunto per una gustosa discussione bombacartacea. E questo mi capita da più di due anni.


Poi, pensare a Baricco si è tirato dietro un altro ricordo che pedalava tutto contento verso la memoria a lungo termine. La faccia di Veronica, la nostra Veronica, la mia ‘polizzziotta’ preferita che mi parlava a dieci centimetri di distanza di letteratura a bordo della mia ford fiesta. Sì, in questa mailing list ho degli Amici.


 
Bene: faccio 2+2. Ecco: un altro cortocircuito. Mi sbobino in testa il delirio che chiudeva 1984 di Orwell. Mi rivedo quattro dita davanti agli occhi, steso sul tavolaccio con Winston ridotto a una larva. E arriva un’altra scarica e le dita non so più quante siano. Non lo so quanto fa 2+2, in alcuni mondi fa quattro, in altri è meglio non saperlo. Ma in questa lista è importante sommare i due punti del ragionamento e tirarne un evidente, chiarissimo e lapalissiano risultato. Sono stato conquistato dal manifesto e da quello slogan che accoppia amicizia e arte. Bene, se leggo e penso a questa mailing list mi sa che quel manifesto non è più solo bit, si è concretizzato. E ripenso all’odore della pipa di Kosta, alle birre bevute con DDT, alle sigarette fumate al Massimo, alla voce di Antonio, al terrazzo di Stas’…


Quindi, leggere Didattiche sezionate che cercano spunti per riempire blog, non mi può scacciare dal cranio e dal cuore quello che provo. Basta poco per rinnovare quella bella sensazione: il mio modem smette di gracidare, vedo nuovi messaggi nella cartella di BombaCarta e sotto il naso mi spunta un sorriso.


P.s. Oggi ero sul treno e una mia amica mi dice: ‘Sono stata sul sito e ho letto il racconto di Max. Bellissimo.’ Io ero seduto dal lato del finestrino, ho guardato il mio riflesso.


C’era la mia faccia.


E un sorriso.  

mercoledì 9 luglio 2003

L'uomo scarafaggio abita lì, nella casa di fronte all'ospedale. La sua stanza ha una finestra che s'affaccia proprio sulla strada. Sento suonare un violino e poi nient'altro. Il portiere dello stabile mi chiede il motivo della visita, gli allungo 10 euro e lui mi sorride con gli ultimi tre denti che gli sono rimasti.
Sono ancora lì, a fissare le gengive del vecchio e subito scendono di corsa tre vecchi con le barbe bianche che caracollano dalle scale come se avessero le suole arroventate.
Salgo dalla scala e cerco il campanello dei Samsa. Suono una volta. E ancora una. Nessuna risposta.
È tardi per trovare un albergo, con altri venti euro il portiere mi sistema una branda nel sottoscala. Ci sono due o tre scarafaggi che zampettano proprio sotto di me. Magari loro lo sanno dove è finito Gregor.
La notte cade e ancora il taccuino è vuoto. Giro le pagine che stanno attaccate alla spirale e ripasso le domande. La prima è la domanda che preferisco: Signor Samsa, che cosa ha sognato la notte prima della sua metamorfosi? Stavolta becco il Pulitzer, me lo sento. Penso al premio e felice mi addormento.
All'alba mi sveglio di soprassalto, come se vicino a me due o trecento segretarie picchiassero nelle loro macchine da scrivere. Apro gli occhi: una processione di scarafaggi si snoda dalla mia branca sino al vicolo dietro il palazzo. Mi alzo.
Corro facendo attenzione a non schiacciare nessuno di quelle bucce di melanzane. Stanno piangendo. Piangono e le loro antenne suonano le note della marcia funebre di una marionetta.
Piangono la morte di Gregor. è lì, un'antenna esce dal bidone e vibra piano in quest'alba di ghiaccio.
Non sapremo mai quali erano quei sogni tormentati.

L'uomo scarafaggio abita lì, nella casa di fronte all'ospedale. La sua stanza ha una finestra che s'affaccia proprio sulla strada. Sento suonare un violino e poi nient'altro. Il portiere dello stabile mi chiede il motivo della visita, gli allungo 10 euro e lui mi sorride con gli ultimi tre denti che gli sono rimasti.
Sono ancora lì, a fissare le gengive del vecchio e subito scendono di corsa tre vecchi con le barbe bianche che caracollano dalle scale come se avessero le suole arroventate.
Salgo dalla scala e cerco il campanello dei Samsa. Suono una volta. E ancora una. Nessuna risposta.
È tardi per trovare un albergo, con altri venti euro il portiere mi sistema una branda nel sottoscala. Ci sono due o tre scarafaggi che zampettano proprio sotto di me. Magari loro lo sanno dove è finito Gregor.
La notte cade e ancora il taccuino è vuoto. Giro le pagine che stanno attaccate alla spirale e ripasso le domande. La prima è la domanda che preferisco: Signor Samsa, che cosa ha sognato la notte prima della sua metamorfosi? Stavolta becco il Pulitzer, me lo sento. Penso al premio e felice mi addormento.
All'alba mi sveglio di soprassalto, come se vicino a me due o trecento segretarie picchiassero nelle loro macchine da scrivere. Apro gli occhi: una processione di scarafaggi si snoda dalla mia branca sino al vicolo dietro il palazzo. Mi alzo.
Corro facendo attenzione a non schiacciare nessuno di quelle bucce di melanzane. Stanno piangendo. Piangono e le loro antenne suonano le note della marcia funebre di una marionetta.
Piangono la morte di Gregor. è lì, un'antenna esce dal bidone e vibra piano in quest'alba di ghiaccio.
Non sapremo mai quali erano quei sogni tormentati.

lunedì 7 luglio 2003

(c) by ConiglioneQuesto blog partecipa alla nuova iniziativa del grande Coniglione
(c) by ConiglioneQuesto blog partecipa alla nuova iniziativa del grande Coniglione

Dicotomici FuroriSette anime dannate
Dal vento qui scagliate
Uno era impreparato
I coglioni gli ho infilzato

Sei anime dannate
All'inferno condannate
Una s'era appisolata
Non sarà più svegliata

Cinque anime dannate
Qualcuno le ha chiamate
Quell'altro con lo zippo c'ha provato
È finito rosolato

Quattro anime dannate
in silenzio son restate
A mangiar senza posa
Sottoterra si riposa

Tre anime dannate
Non saranno risparmiate
Hanno nuotato lesti in tondo
Uno è restato al fondo

Due anime dannate
Alla morte destinate
Una mosca s'è stufata
Ora quello è marmellata

Alla fine una sola n'è restata…


Che cos'è questa filastrocca? Chi è il professore che divenne una leggenda?  C'è un solo modo per scoprirlo. Leggere.

Dicotomici FuroriSette anime dannate
Dal vento qui scagliate
Uno era impreparato
I coglioni gli ho infilzato

Sei anime dannate
All'inferno condannate
Una s'era appisolata
Non sarà più svegliata

Cinque anime dannate
Qualcuno le ha chiamate
Quell'altro con lo zippo c'ha provato
È finito rosolato

Quattro anime dannate
in silenzio son restate
A mangiar senza posa
Sottoterra si riposa

Tre anime dannate
Non saranno risparmiate
Hanno nuotato lesti in tondo
Uno è restato al fondo

Due anime dannate
Alla morte destinate
Una mosca s'è stufata
Ora quello è marmellata

Alla fine una sola n'è restata…


Che cos'è questa filastrocca? Chi è il professore che divenne una leggenda?  C'è un solo modo per scoprirlo. Leggere.