martedì 19 agosto 2003

10000 volte grazie


E anche questo BLog ha superato le diecimila visite. Grazie a tutte e a tutti, non ho fatto in tempo a lanciare la trita e nitrita prova fotografica dello stamp della tastiera ma chissenefrega. Oggi pensavo di dare un taglio nuovo al blog, magai con qualche "conigliata" ma non fa per me. Vanno così questi dicotomici furori, piccoli vortici che frizzano dalla testa alla tastiera.


Grazie ancora.


Ah, dimenticavo ci sono gli arretrati della mia rivista : il numero uno, il numero due e il numero tre. Tutti per voi. 90 Kb e trenta pagine stampabili. Gustateveli.


Tonino "dicotomico" Pintacuda

10000 volte grazie


E anche questo BLog ha superato le diecimila visite. Grazie a tutte e a tutti, non ho fatto in tempo a lanciare la trita e nitrita prova fotografica dello stamp della tastiera ma chissenefrega. Oggi pensavo di dare un taglio nuovo al blog, magai con qualche "conigliata" ma non fa per me. Vanno così questi dicotomici furori, piccoli vortici che frizzano dalla testa alla tastiera.


Grazie ancora.


Ah, dimenticavo ci sono gli arretrati della mia rivista : il numero uno, il numero due e il numero tre. Tutti per voi. 90 Kb e trenta pagine stampabili. Gustateveli.


Tonino "dicotomico" Pintacuda

domenica 17 agosto 2003

Who wants to live forever


There's no time for us
There's no place for us
What is this thing that builds our dreams yet slips away from us


Who wants to live forever
Who wants to live forever....?


There's no chance for us
It's all decided for us
This world has only one sweet moment set aside for us


Who wants to live forever
Who wants to live forever?


Who dares to love forever?
When love must die


But touch my tears with your lips
Touch my world with your fingertips
And we can have forever
And we can love forever
Forever is our today
Who wants to live forever
Who wants to live forever?
Forever is our today


Who waits forever anyway?

Who wants to live forever


There's no time for us
There's no place for us
What is this thing that builds our dreams yet slips away from us


Who wants to live forever
Who wants to live forever....?


There's no chance for us
It's all decided for us
This world has only one sweet moment set aside for us


Who wants to live forever
Who wants to live forever?


Who dares to love forever?
When love must die


But touch my tears with your lips
Touch my world with your fingertips
And we can have forever
And we can love forever
Forever is our today
Who wants to live forever
Who wants to live forever?
Forever is our today


Who waits forever anyway?

giovedì 14 agosto 2003

L'Idiota e la cazzuola di mare 


Lì, al confine della strada, c'è il mare. Il mare che non dimentica, il mare figlio del Caos.
[La mia mano e la tua si toccano e sono toccate nello stesso istante.]


Il mare stamattina mi ha lasciato sulla spiaggia una cazzuola arrugginita. L'ho stretta tra le mani e ho rivisto Atlantide affogare piano piano.
Sono ritornato sulla veranda per scrostare le alghe e le patelle che s'erano depositate sul becco della cazzuola. Ho lavorato per una buona mezz'ora: poi l'ho scagliata lontano e l'ho rivista affondare.
Non aveva ancora finito il suo viaggio.


 
Mi sono seduto sull'ondina a strisce gialle e bianche con in mano L'Idiota di Dostoevskij, ho alzato le gambe e dopo due o tre pagine dormivo di già. Il Grande Russo è soporifero nelle giornate di mezz'estate.
Scivolavo veloce come un bolide del Quidditch, bucavo le nuvole. Ero sul treno per Pietroburgo e aspettavo che la Bellezza salvasse anche me e poi è arrivata mia madre con un vassoio di dolcetti al cocco, li offriva ai viaggiatori abbinandoli a larghi sorrisi. Li cucinava anche la notte che mi sono messo con la ragazza che mi faceva girare la testa al Liceo. Ci sono notti che non finiscono mai, restano sfavillanti, sovraccariche di emozioniodoricolorisuonipalpiti... Sì, cucinava torte e dolcetti per una fiera di beneficenza dell'oratorio. E appallottolava palline di farina di cocco prima di adagiarle leggermente su cerchietti di carta verde e bianca. Ricordo pure le scarpe che portavo, erano con la punta arrotondata, di vernice nera, le prima scarpe da adulto dopo secoli di scarpe da ginnastica. E avevo le spalle pesanti della mia prima giacca di pelle e sul naso il mio primo paio d'occhiali.
La dichiarazione l'avevo fatta camminando sulla strada del cimitero, la pancia calda di un panino preso in pizzeria e lei davanti a me con due occhi di cielo che mi guardavano fissi in faccia.


Il treno riprende la sua corsa, scompaiono le palline di cocco e gli occhi di cielo, resto io nella pancia vuota del vagone con la mia faccia da hobbit che fa capolino su una scheggia di specchio. Ci sono ancora tutte le donne che ho amato e che amerò. Li vedo intrappolate lì, sotto le palpebre, nel millesimo di secondo in cui si chiudono. Sono lì tutti gli attimi perduti, le notti sui tasti della Lettera 22, i libri amati, c'è 'Silvia lo sai che Luca si buca ancora', c'è 'la descrizione di un attimo e le convinzioni che cambiano' e tutte le altre canzoni urlate curva dopo curva in quelle notti che l'autogrill è ancora lontano, con i lampioni che scacciano le luci delle stelle lontane.


Ci sono le bombette di Totò e di Kafka che si guardano perplessi e i fari di una vecchia R4 che si allontana, ritorna nel garage dei rimorsi e dei rimpianti. E poi ci sono quelle storie iniziate e mai finite, tutti quei personaggi che restano sospesi in attesa del sequel che mai arriverà. Resta l'idea di quegli scolapasta dei pensieri: un pennino di stilografica sta per poggiarsi sul foglio troppo bianco. Ecco: la prima linea è tracciata.


Resto lì, con l'Idiota a pagina 27 a pensare ai viaggi di una cazzuola di mare.

Scrivere con la cazzuola


Sto aspettando mio zio sul sedile della sua Focus. Sono il nipote del Principale e in cantiere assaporo un pizzico di autorità sui mastri, sui mezzi mastri e sulle mezze cazzuole.


Mi piace passare le estati in cantiere, si imparano un sacco di cose per scrivere meglio. Non c'è differenza tra una calderella di cemento e una pagina di romanzo. Nessuna. Devi amalgamare i componenti con la stessa attenzione.


Se a Mastro Enzo serve una calderella di quacina e cemento per alzare un muro, devo stare attento a non sbagliare le proporzioni. Otterrei un composto o troppo molle o troppo duro, nel primo caso il mio mastro non potrebbe far volare la quacina nel solco tra i balatoni con la sua consueta maestria, nel secondo caso non avremmo il tempo di finire una filata di balatoni: la quacina si asciugherebbe nella calderella.


Ditemi se non è lo stesso con ogni dannata pagina che devo scrivere: devo dare al lettore un margine di libertà e azzeccare la densità della storia. Una storia troppo liquida non conquista e non fa volare i neuroni del lettore al di là dello steccato delle quotidiane preoccupazioni. Una storia troppo secca resta tra le pagina-calderella senza andare a piazzarsi in testa al lettore.


In cantiere si apprende pure la sintesi, altro che esseemmeesse: gli oggetti perdono vocali e consonanti superflue per ghiacciarsi in nomi essenziali. Non si sciupa niente, nemmeno il fiato: gli attrezzi devono essere chiamati con nomi brevi e efficaci: passami la mancina, dov'è finita Luisa? ...che poi sarebbe la personalissima tenaglia di Mastro Enzo, l'ha chiamata così in ricordo di una sua fiamma che durante i ripetuti stantuffamenti lo artigliava a se, una volta stava quasi per strapparglielo di netto (di sicuro deve averlo visto in qualche 007). I muratori sono delle persone religiosissime ed educate ma in cantiere si deve sparare a zero sul sesso. È un imperativo.
Le minchiate lievitano quadruplicando il loro volume: una mezza-cazzuola la  sera prima ha conosciuto una turista, magari le ha offerto appena appena una coca cola balbettando per una vasata leggia leggia; in cantiere quella coca cola diventa una bottigliazza di champagne formato finale di F1, le tette della turista diventano un ideale estetico inarrivabile e i capezzoli si avvicinano al coefficiente attrattivo del mitico e introvabile 'spadotto', capace di bucare le coppe di qualsiasi reggitetette rinforzato. Lo champagne diventa solo l'inizio e una pomiciata diventa una sessione agonistica di campionati internazionali di Kamasutra.
E così grazie al cantiere l'iperbole non ha più trucchi, cresce più della schiuma di polistirolo espanso.


Tinteggiare una parete è un'altra operazione utilissima per scrivere: si deve preparare la vernice calcolando la superficie e miscelare il colore per ottenere una tonalità né troppo scialba, né troppo carica. Stessa cosa con i capitoli dei romanzi...
E mica che puoi subito metterti un pennello (o una penna) in mano, devi preparare la stanza attuppando le lesioni del muro (le falle narrative), coprendo il battiscopa per poi evitare di rimetterci le ginocchia a forza di stricare per cancellare gli sbavi di vernice (stessa economia di forze se nella fase preparatoria di un racconto tagliamo il 90% degli inutili orpelli che poi si cicatrizzano e ci vogliono anni a scacciarli), poi arriva il momento e devi scegliere lo strumento: c'è chi vola con un rullo e c'è chi si trova meglio con pennello e una pennellessa, dipende dalla superficie e dalla storia che vuoi narrare. La prima mano consente qualche cazzata ma la seconda richiede mano ferma e occhio allenato, proprio come la ri-scrittura.


Bene, mio zio è arrivato, si siede sul sedile della Focus e subito si alza un nugolo di letale pruvolazzo dai suoi vestiti, quelli sono gli aggettivi e gli avverbi da denuclearizzare. Ho visto gente quasi soffocata dal pruvolazzo che si alza mentre si abbatte un muro e altrettante volte ho rischiato di boccheggiare in pagine piene di inutili aggettivi, odio quelli col suffisso -mente...


Vado, è il momento di pulire gli attrezzi per iniziare una nuova storia.


(ho veramente passato tutte le estati della mia adolescenza a fare il 'picciotto' nei cantieri di mio zio. Ho imparato un fusto di cose.)


____________________


Per i non siculofoni:


pruvolazzo = è la trascrizione italo-sicula per polverone
quacina = calcina
attuppare = tappare, turare
balatoni = mattoni di spessore superiore agli 8 cm
stricare = strisciare con forza, anche nel significato di pulire mediante strofinamento. Si strica la macchina su un muretto e si strica la pentola per togliere i resti di cibo.
Vasata leggia leggia = bacio delicato
Mezza cazzuola = grado intermedio tra picciotto (aiutante) e mezzo-mastro, abile nel maneggiare la cazzuola ma senza la necessaria creatività, messo davanti a una difficoltà tende a scaricare le responsabilità sul picciotto affibbiatogli, il vero mastro si vede nelle difficoltà.

L'Idiota e la cazzuola di mare 


Lì, al confine della strada, c'è il mare. Il mare che non dimentica, il mare figlio del Caos.
[La mia mano e la tua si toccano e sono toccate nello stesso istante.]


Il mare stamattina mi ha lasciato sulla spiaggia una cazzuola arrugginita. L'ho stretta tra le mani e ho rivisto Atlantide affogare piano piano.
Sono ritornato sulla veranda per scrostare le alghe e le patelle che s'erano depositate sul becco della cazzuola. Ho lavorato per una buona mezz'ora: poi l'ho scagliata lontano e l'ho rivista affondare.
Non aveva ancora finito il suo viaggio.


 
Mi sono seduto sull'ondina a strisce gialle e bianche con in mano L'Idiota di Dostoevskij, ho alzato le gambe e dopo due o tre pagine dormivo di già. Il Grande Russo è soporifero nelle giornate di mezz'estate.
Scivolavo veloce come un bolide del Quidditch, bucavo le nuvole. Ero sul treno per Pietroburgo e aspettavo che la Bellezza salvasse anche me e poi è arrivata mia madre con un vassoio di dolcetti al cocco, li offriva ai viaggiatori abbinandoli a larghi sorrisi. Li cucinava anche la notte che mi sono messo con la ragazza che mi faceva girare la testa al Liceo. Ci sono notti che non finiscono mai, restano sfavillanti, sovraccariche di emozioniodoricolorisuonipalpiti... Sì, cucinava torte e dolcetti per una fiera di beneficenza dell'oratorio. E appallottolava palline di farina di cocco prima di adagiarle leggermente su cerchietti di carta verde e bianca. Ricordo pure le scarpe che portavo, erano con la punta arrotondata, di vernice nera, le prima scarpe da adulto dopo secoli di scarpe da ginnastica. E avevo le spalle pesanti della mia prima giacca di pelle e sul naso il mio primo paio d'occhiali.
La dichiarazione l'avevo fatta camminando sulla strada del cimitero, la pancia calda di un panino preso in pizzeria e lei davanti a me con due occhi di cielo che mi guardavano fissi in faccia.


Il treno riprende la sua corsa, scompaiono le palline di cocco e gli occhi di cielo, resto io nella pancia vuota del vagone con la mia faccia da hobbit che fa capolino su una scheggia di specchio. Ci sono ancora tutte le donne che ho amato e che amerò. Li vedo intrappolate lì, sotto le palpebre, nel millesimo di secondo in cui si chiudono. Sono lì tutti gli attimi perduti, le notti sui tasti della Lettera 22, i libri amati, c'è 'Silvia lo sai che Luca si buca ancora', c'è 'la descrizione di un attimo e le convinzioni che cambiano' e tutte le altre canzoni urlate curva dopo curva in quelle notti che l'autogrill è ancora lontano, con i lampioni che scacciano le luci delle stelle lontane.


Ci sono le bombette di Totò e di Kafka che si guardano perplessi e i fari di una vecchia R4 che si allontana, ritorna nel garage dei rimorsi e dei rimpianti. E poi ci sono quelle storie iniziate e mai finite, tutti quei personaggi che restano sospesi in attesa del sequel che mai arriverà. Resta l'idea di quegli scolapasta dei pensieri: un pennino di stilografica sta per poggiarsi sul foglio troppo bianco. Ecco: la prima linea è tracciata.


Resto lì, con l'Idiota a pagina 27 a pensare ai viaggi di una cazzuola di mare.