Dico e Furio sono i due marmocchi nella scatola.
Dico è quello con la maglietta nera, buono, calmo e silenziosamente incrostato di ottimismo. Furio è suo fratello, è convinto che quella scatola sia una Ferrari e Dico gli serve come alettone. Sono fatti così, hanno opinioni contraddittorie su tutto. Dico vede una A e legge A, Furio per farlo uscire dal bozzolo pacifico in cui si è racchiuso, legge B.
Io sono la scatola che li contiene entrambi.
mercoledì 17 settembre 2003
giovedì 11 settembre 2003
Edicole, Magagne e Fiducia
Settembre è tempo di raccolte, i quotidiani e i periodici incominciano ad allegare qualsiasi cosa: dvd, cd, libri, enciclopedie, videocassette, cataloghi d'arte, antologie di fumetti, saggi storici, dossier monotematici, video-inchieste, etc. etc.
Bene, mi fa piacere, è sempre cultura. Certo, lontana anni luce dalla cultura spazza-sofferenze che sognavano i baffi di Elio Vittorini sull'editoriale del primo numero del Politecnico, ma le coordinate e le ascisse spazio-temporali mutano gusti e preferenze.
Non basta più il contenuto del giornale a stimolare l'acquisto. Il quotidiano è quell'entità cartacea che danno come allegato alla videocassetta o alle tette del calendario. Mi è arrivato un ricordo, un piccolo sketch di Gene Gnocchi (che non ho mai capito se mi sta simpatico o no, o proprio la sua schietta antipatia me lo rende simpatico?): Gene era un ciclista dopato e narrava le origini del suo dramma. Era tutta colpa degli inserti e degli allegati dei giornali. Voleva semplicemente un giornale da mettere nella giacchetta per combattere il vento con quel rimedio che sa di cose antiche e buone ma non aveva fatto i conti con gli allegati. Il quotidiano, il libro, il cd, la videocassetta lo appesantivano così tanto che aveva dovuto ricorrere al doping per riuscire a completare la gara.
La storia si ripete e si amplifica: basta pensare all'ottima iniziativa di Repubblica, l'enciclopedia Utet in 20 agili volumi. Ma ecco che arriva la magagna. L'Edicolante (idea Universale che raggruppa tutti gli edicolanti del mondo) aspira sempre a guadagnarsi un aggettivo possessivo: vuole essere il TUO EDICOLANTE. Anzi, di più, vuole essere il Tuo Edicolante Di Fiducia, il tuo edicolante HI-Fi. Ammiro questa dedizione ma c'è al fondo nero del barattolo un paradosso. Per chi come me ama vagabondare da un'edicola all'altra sulla scia delle emozioni (e soprattutto per non trovarsi di fronte all'imbarazzante situazione di un conto di 75 euro alla tua richiesta del Corriere della Sera [sommando quello che il tuo edicolante gentilmente ti mette da parte]). Il sistema però mi (ci?) impedisce di svolazzare da un'edicola all'altra. Anche se voglio acquistare mi impediscono di farlo (altro che l'Inquietante Uomo Col Sacchetto Giallo In Cerca del Suo "Grazie" Quotidiano).
E passi l'arrembaggio vergognoso che scatenano i volumi gratis dati in pasto alla massa per innestare la fidelizzazione (ho visto cose che voi Lettori non potete neanche immaginare: Giufà qualsiasi scesi dalla campagna alla ricerca del Nome di Rosa con l'Eco [offerta lancio del primo volume della biblioteca del 900 di repubblica] o peggio ancora le orde barbare che reclamavano pane e enciclopedie, tutti volevano il sapere dalla A alla Apra, anche in duplice copia, se possibile. E poi col Caravaggio del Corriere, insomma la storia si ripete ogni ad maledetta nuova raccolta.
Ma c'è qualcosa che mi fa prudere il cervello e rotolare estremità sferiche. Passo ai fatti e poi tiro le somme.
Ogni mattina il mio cane mi porta a passeggiare (chiunque abbia un quattrozampe capirà cosa intendo: siamo noi attaccati al guinzaglio e non viceversa), e ogni mattina vedo lei: l'edicola ottagonale di fronte alla sede distaccata del Municipio. L'edicola ottagonale è ancora in ferro e vetro, senza orpelli di plexiglass e alluminio lucidato a specchio e senza nemmeno una maniglia cromata. Un'edicola che sa di passato, un piatto bello pieno in cui saziarsi di parole stampate. Procedo: attacco il cane a un palo dell'Enel, ci ripenso e preferisco una zampa di una moscia panchina di ferro e mi appropinquo. Chiedo il Corriere della Sera con il MOndo. Preparo già la faccia di Dante sul palmo della mano.
E l'edicolante mi risponde laconico: "esaurito".
Cribbio, penso: sono le 7:17, ci sono lettori così mattinieri? Il Corriere c'è, è ancora impacchettato, il Mondo è già "esaurito".
Stavolta dico basta, mi piazzo sulla panchina e lì attendo. Perché, cascasse il mondo, voglio vederci chiaro in questa faccenda. E resto lì, col cane che mi slinguazza le mani. Si fanno le 8 ed ecco arrivare la processione dei dipendenti del Municipio.
Tempero l'udito e la vista ed ecco che i miei sospetti si concretizzano. "Dottore, tenga il Corriere col Mondo, gliel'ho tenuto da parte."
Mi vedo come in una foto. La mia faccia una maschera di rabbia, la faccia dell'edicolante ridotta a brandelli di pelle, sangue e spregiudicato senso degli affari; i denti lucidi sull'asfalto. Riapro gli occhi e placidamente, senza far nulla, riprendo il mio vagare.
Mi restano i miei dubbi appuntiti: se non mi faccio mai monopolizzare da uno e un solo edicolante, potrò mai acquistare quello che voglio? Se non mi scelgo un "mio" edicolante "di fiducia" potrò mai leggere liberamente quello che il mercato editoriale mi propone?
Giro la domanda al mio cane e lei, scondizolando, mi sorride con un sorriso viola. Viola come le bugie che gli edicolanti del mondo mi porgono tintinnando.
Edicole, Magagne e Fiducia
Settembre è tempo di raccolte, i quotidiani e i periodici incominciano ad allegare qualsiasi cosa: dvd, cd, libri, enciclopedie, videocassette, cataloghi d'arte, antologie di fumetti, saggi storici, dossier monotematici, video-inchieste, etc. etc.
Bene, mi fa piacere, è sempre cultura. Certo, lontana anni luce dalla cultura spazza-sofferenze che sognavano i baffi di Elio Vittorini sull'editoriale del primo numero del Politecnico, ma le coordinate e le ascisse spazio-temporali mutano gusti e preferenze.
Non basta più il contenuto del giornale a stimolare l'acquisto. Il quotidiano è quell'entità cartacea che danno come allegato alla videocassetta o alle tette del calendario. Mi è arrivato un ricordo, un piccolo sketch di Gene Gnocchi (che non ho mai capito se mi sta simpatico o no, o proprio la sua schietta antipatia me lo rende simpatico?): Gene era un ciclista dopato e narrava le origini del suo dramma. Era tutta colpa degli inserti e degli allegati dei giornali. Voleva semplicemente un giornale da mettere nella giacchetta per combattere il vento con quel rimedio che sa di cose antiche e buone ma non aveva fatto i conti con gli allegati. Il quotidiano, il libro, il cd, la videocassetta lo appesantivano così tanto che aveva dovuto ricorrere al doping per riuscire a completare la gara.
La storia si ripete e si amplifica: basta pensare all'ottima iniziativa di Repubblica, l'enciclopedia Utet in 20 agili volumi. Ma ecco che arriva la magagna. L'Edicolante (idea Universale che raggruppa tutti gli edicolanti del mondo) aspira sempre a guadagnarsi un aggettivo possessivo: vuole essere il TUO EDICOLANTE. Anzi, di più, vuole essere il Tuo Edicolante Di Fiducia, il tuo edicolante HI-Fi. Ammiro questa dedizione ma c'è al fondo nero del barattolo un paradosso. Per chi come me ama vagabondare da un'edicola all'altra sulla scia delle emozioni (e soprattutto per non trovarsi di fronte all'imbarazzante situazione di un conto di 75 euro alla tua richiesta del Corriere della Sera [sommando quello che il tuo edicolante gentilmente ti mette da parte]). Il sistema però mi (ci?) impedisce di svolazzare da un'edicola all'altra. Anche se voglio acquistare mi impediscono di farlo (altro che l'Inquietante Uomo Col Sacchetto Giallo In Cerca del Suo "Grazie" Quotidiano).
E passi l'arrembaggio vergognoso che scatenano i volumi gratis dati in pasto alla massa per innestare la fidelizzazione (ho visto cose che voi Lettori non potete neanche immaginare: Giufà qualsiasi scesi dalla campagna alla ricerca del Nome di Rosa con l'Eco [offerta lancio del primo volume della biblioteca del 900 di repubblica] o peggio ancora le orde barbare che reclamavano pane e enciclopedie, tutti volevano il sapere dalla A alla Apra, anche in duplice copia, se possibile. E poi col Caravaggio del Corriere, insomma la storia si ripete ogni ad maledetta nuova raccolta.
Ma c'è qualcosa che mi fa prudere il cervello e rotolare estremità sferiche. Passo ai fatti e poi tiro le somme.
Ogni mattina il mio cane mi porta a passeggiare (chiunque abbia un quattrozampe capirà cosa intendo: siamo noi attaccati al guinzaglio e non viceversa), e ogni mattina vedo lei: l'edicola ottagonale di fronte alla sede distaccata del Municipio. L'edicola ottagonale è ancora in ferro e vetro, senza orpelli di plexiglass e alluminio lucidato a specchio e senza nemmeno una maniglia cromata. Un'edicola che sa di passato, un piatto bello pieno in cui saziarsi di parole stampate. Procedo: attacco il cane a un palo dell'Enel, ci ripenso e preferisco una zampa di una moscia panchina di ferro e mi appropinquo. Chiedo il Corriere della Sera con il MOndo. Preparo già la faccia di Dante sul palmo della mano.
E l'edicolante mi risponde laconico: "esaurito".
Cribbio, penso: sono le 7:17, ci sono lettori così mattinieri? Il Corriere c'è, è ancora impacchettato, il Mondo è già "esaurito".
Stavolta dico basta, mi piazzo sulla panchina e lì attendo. Perché, cascasse il mondo, voglio vederci chiaro in questa faccenda. E resto lì, col cane che mi slinguazza le mani. Si fanno le 8 ed ecco arrivare la processione dei dipendenti del Municipio.
Tempero l'udito e la vista ed ecco che i miei sospetti si concretizzano. "Dottore, tenga il Corriere col Mondo, gliel'ho tenuto da parte."
Mi vedo come in una foto. La mia faccia una maschera di rabbia, la faccia dell'edicolante ridotta a brandelli di pelle, sangue e spregiudicato senso degli affari; i denti lucidi sull'asfalto. Riapro gli occhi e placidamente, senza far nulla, riprendo il mio vagare.
Mi restano i miei dubbi appuntiti: se non mi faccio mai monopolizzare da uno e un solo edicolante, potrò mai acquistare quello che voglio? Se non mi scelgo un "mio" edicolante "di fiducia" potrò mai leggere liberamente quello che il mercato editoriale mi propone?
Giro la domanda al mio cane e lei, scondizolando, mi sorride con un sorriso viola. Viola come le bugie che gli edicolanti del mondo mi porgono tintinnando.
mercoledì 10 settembre 2003
Storie Vere e Vere Storie
E 3. Sono tre volte che leggo tra i commenti "ma questa storia è vera o finta"? Questa ennesima domanda mi spinge a cercare di capirci qualcosa. Se per verità intendiamo la corrispondenza tra la cosa narrata e la narrazione della cosa, tutte le storie sono vere. Sono vere storie, basta far slittare di una posizione l'aggettivo per andare a smuovere la metafisica. Facciamo un esempio, così mi capisco meglio pure io. Il riferimento d'obbligo è il vecchio Hitchcock, ricordate i suoi flashback bugiardi? L'assassino o chi era in combutta con l'assassino, spesso narrava la *sua* verità e il vecchio Alf sulle note della Marcia funebre di una marionetta, si divertiva a riempirci gli occhi con un flashback finto come una moneta da tre euro. Lo spettatore era sbatacchiato in un dubbio cosmico, da sempre il Regista Signore e Creatore assoluto aveva ripreso quello che realmente avveniva. L'investigatore poteva esserne all'oscuro ma quello che si vedeva sullo schermo era vero. Ed era vero pure quello che avveniva fuori scena. Alf mischiò le carte ottenendo effetti dirompenti.
Il flashback bugiardo ormai non stuzzica più nessuno, l'hanno sdoganato Aldo, Giovanni e Giacomo nel loro ultimo film. Tutto quello che avviene allo smemorato Aldo prima della sorpresa finale, non è vero, non è mai successo ma noi vediamo tutto sullo schermo e sino all'ultimo ci crediamo. Ma a prescindere dall'adesione alla realtà le storie che i due baffuti regalano ad Aldo, sono vere storie, quindi qualche grammo di verità l'hanno.
Distinguiamo prima di impantanarci due livelli di verità: quello delle cose che sono nel mondo del sensibile e quelle delle cose che non hanno riscontro con la realtà ma sono ugualmente latrici di una verità, quella, appunto di essere vere storie (e non storie vere). Compartecipano all'Essere, quindi non possiamo negare che esse siano vere. Una storia è sempre vera, anzi, più è finta e lontana dal fluire di ciò che è accaduto (o che accade o che accadrà) più è una vera storia.
Rido di gusto quando mi chiedono se quello che racconto è vero o falso: è un vero racconto, se ha avuto o avrà riscontri con la realtà fisica è un altro discorso. Un occhio dipinto è un vero occhio? Entrambi dividono il nome e l'idea, uno è dipinto e l'altro lo posso toccare (anche se ciò non farà felice il proprietario dell'occhio). Il criterio dell'adesione al reale non è applicabile alle storie. Perché le donne e gli uomini vivono immersi in un mondo di storie, storie che possono verificare e verificarsi solo in minima parte. Quello che ci narra il telegiornale è vero? E chi lo sa? Nemmeno le immagini ci aiutano, troppi falsi storici ci hanno ormai allontanato dalla cieca fiducia nella vista (che resta sempre il senso più nobile).
Se io facessi cadere davanti a voi una penna e la penna rimbalzasse sul vostro alluce davanti a decine e decine di testimoni, chiedendo ai teste di "raccontarmi" quello che hanno visto, otterrei decine e decine di versioni diverse, tutte egualmente vere storie.
E allora lasciamo agli altri la verità e godiamoci le storie. Siamo animali linguistici, viviamo nel linguaggio che sorge in noi come attività specie-specifica. Non è un semplice strumento, ci resta appiccicato per sempre. Anche se diventassimo muti, continueremmo a usare il linguaggio appreso indirizzandolo in nuovi canali. Al linguaggio è connesso la polivocità, non possiamo farci nulla. L'essere, scriveva Aristotele, si dice in molti modi. Si dice, si scrive, si racconta.
Storie Vere e Vere Storie
E 3. Sono tre volte che leggo tra i commenti "ma questa storia è vera o finta"? Questa ennesima domanda mi spinge a cercare di capirci qualcosa. Se per verità intendiamo la corrispondenza tra la cosa narrata e la narrazione della cosa, tutte le storie sono vere. Sono vere storie, basta far slittare di una posizione l'aggettivo per andare a smuovere la metafisica. Facciamo un esempio, così mi capisco meglio pure io. Il riferimento d'obbligo è il vecchio Hitchcock, ricordate i suoi flashback bugiardi? L'assassino o chi era in combutta con l'assassino, spesso narrava la *sua* verità e il vecchio Alf sulle note della Marcia funebre di una marionetta, si divertiva a riempirci gli occhi con un flashback finto come una moneta da tre euro. Lo spettatore era sbatacchiato in un dubbio cosmico, da sempre il Regista Signore e Creatore assoluto aveva ripreso quello che realmente avveniva. L'investigatore poteva esserne all'oscuro ma quello che si vedeva sullo schermo era vero. Ed era vero pure quello che avveniva fuori scena. Alf mischiò le carte ottenendo effetti dirompenti.
Il flashback bugiardo ormai non stuzzica più nessuno, l'hanno sdoganato Aldo, Giovanni e Giacomo nel loro ultimo film. Tutto quello che avviene allo smemorato Aldo prima della sorpresa finale, non è vero, non è mai successo ma noi vediamo tutto sullo schermo e sino all'ultimo ci crediamo. Ma a prescindere dall'adesione alla realtà le storie che i due baffuti regalano ad Aldo, sono vere storie, quindi qualche grammo di verità l'hanno.
Distinguiamo prima di impantanarci due livelli di verità: quello delle cose che sono nel mondo del sensibile e quelle delle cose che non hanno riscontro con la realtà ma sono ugualmente latrici di una verità, quella, appunto di essere vere storie (e non storie vere). Compartecipano all'Essere, quindi non possiamo negare che esse siano vere. Una storia è sempre vera, anzi, più è finta e lontana dal fluire di ciò che è accaduto (o che accade o che accadrà) più è una vera storia.
Rido di gusto quando mi chiedono se quello che racconto è vero o falso: è un vero racconto, se ha avuto o avrà riscontri con la realtà fisica è un altro discorso. Un occhio dipinto è un vero occhio? Entrambi dividono il nome e l'idea, uno è dipinto e l'altro lo posso toccare (anche se ciò non farà felice il proprietario dell'occhio). Il criterio dell'adesione al reale non è applicabile alle storie. Perché le donne e gli uomini vivono immersi in un mondo di storie, storie che possono verificare e verificarsi solo in minima parte. Quello che ci narra il telegiornale è vero? E chi lo sa? Nemmeno le immagini ci aiutano, troppi falsi storici ci hanno ormai allontanato dalla cieca fiducia nella vista (che resta sempre il senso più nobile).
Se io facessi cadere davanti a voi una penna e la penna rimbalzasse sul vostro alluce davanti a decine e decine di testimoni, chiedendo ai teste di "raccontarmi" quello che hanno visto, otterrei decine e decine di versioni diverse, tutte egualmente vere storie.
E allora lasciamo agli altri la verità e godiamoci le storie. Siamo animali linguistici, viviamo nel linguaggio che sorge in noi come attività specie-specifica. Non è un semplice strumento, ci resta appiccicato per sempre. Anche se diventassimo muti, continueremmo a usare il linguaggio appreso indirizzandolo in nuovi canali. Al linguaggio è connesso la polivocità, non possiamo farci nulla. L'essere, scriveva Aristotele, si dice in molti modi. Si dice, si scrive, si racconta.
martedì 9 settembre 2003
é tempo di scegliere
Dicotomiche lettrici e Dicotomici Lettori, scegliete: o questa grafica essenziale e aperta a varie interpretazioni o quella di www.dicotomicifurori.splinder.it . Per me pari sono in quanto prodotte entrambe dal dicotomico encefalo.
é tempo di scegliere
Dicotomiche lettrici e Dicotomici Lettori, scegliete: o questa grafica essenziale e aperta a varie interpretazioni o quella di www.dicotomicifurori.splinder.it . Per me pari sono in quanto prodotte entrambe dal dicotomico encefalo.