sabato 21 febbraio 2004

Apre finalmente La c...

Apre finalmente La casa di Asterione, prossimamente qualche dicotomico furore lo troverete anche lì...


La casa di Asterione (J.L.Borges)
So che mi accusano di superbia, e forse di misantropia, o di pazzia. Tali accuse (che punirò al momento giusto) sono ridicole. E vero che non esco di casa, ma è anche vero che le porte (il cui numero è infinito)1 restano aperte giorno e notte agli uomini e agli animali. Entri chi vuole. Non troverà qui lussi donneschi ne' la splendida pompa dei palazzi, ma la quiete e la solitudine. E troverà una casa come non ce n'è altre sulla faccia della terra. (Mente chi afferma che in Egitto ce n'è una simile.) Perfino i miei calunniatori ammettono che nella casa non c'è un solo mobile. Un'altra menzogna ridicola è che io, Asterione, sia un prigioniero. Dovrò ripetere che non c'è una porta chiusa, e aggiungere che non c'è una sola serratura? D'altronde, una volta al calare del sole percorsi le strade; e se prima di notte tornai, fu per il timore che m'infondevano i volti della folla, volti scoloriti e spianati, come una mano aperta. Il sole era già tramontato, ma il pianto accorato d'un bambino e le rozze preghiere del gregge dissero che mi avevano riconosciuto. La gente pregava, fuggiva, si prosternava; alcuni si arrampicavano sullo stilobate del tempio delle Fiaccole, altri ammucchiavano pietre. Qualcuno, credo, cercò rifugio nel mare. Non per nulla mia madre fu una regina; non posso confondermi col volgo, anche se la mia modestia lo vuole.


La verità è che sono unico. Non m'interessa ciò che un uomo può trasmettere ad altri uomini; come il filosofo, penso che nulla può essere comunicato attraverso l'arte della scrittura. Le fastidiose e volgari minuzie non hanno ricetto nel mio spirito, che è atto solo al grande; non ho mai potuto ricordare la differenza che distingue una lettera dall'altra. Un'impazienza generosa non ha consentito che imparassi a leggere. A volte me ne dolgo, perché le notti e i giorni sono lunghi.


Certo, non mi mancano distrazioni. Come il montone che s'avventa, corro pei corridoi di pietra fino a cadere al suolo in preda alla vertigine. Mi acquatto all'ombra di una cisterna e all'angolo d'un corridoio e giuoco a rimpiattino. Ci sono terrazze dalle quali mi lascio cadere, finché resto insanguinato. In qualunque momento posso giocare a fare l'addormentato, con gli occhi chiusi e il respiro pesante (a volte m'addormento davvero; a volte, quando riapro gli occhi, il colore del giorno è cambiato).
Ma, fra tanti giuochi, preferisco quello di un altro Asterione. Immagino ch'egli venga a farmi visita e che io gli mostri la casa. Con grandi inchini, gli dico: "Adesso torniamo all'angolo di prima," o: "Adesso sbocchiamo in un altro cortile," o: "Lo dicevo io che ti sarebbe piaciuto il canale dell'acqua," oppure: "Ora ti faccio vedere una cisterna che s'è riempita di sabbia," o anche: "Vedrai come si biforca la cantina." A volte mi sbaglio, e ci mettiamo a ridere entrambi.


Ma non ho soltanto immaginato giuochi; ho anche meditato sulla casa. Tutte le parti della casa si ripetono, qualunque luogo di essa e un altro luogo. Non ci sono una cisterna, un cortile, una fontana, una stalla; sono infinite le stalle, le fontane, i cortili, le cisterne. La casa è grande come il mondo. Tuttavia, a forza di percorrere cortili con una cisterna e polverosi corridoi di pietra grigia, raggiunsi la strada e vidi il tempio delle Fiaccole e il mare. Non compresi, finché una visione notturna mi rivelò che anche i mari e i templi sono infiniti. Tutto esiste molte volte, infinite volte; soltanto due cose al mondo sembrano esistere una sola volta: in alto, l'intricato sole; in basso, Asterione. Forse fui io a creare le stelle e il sole e questa enorme casa, ma non me ne ricordo.


Ogni nove anni entrano nella casa nove uomini, perché io li liberi da ogni male. Odo i loro passi o la loro voce in fondo ai corridoi di pietra e corro lietamente incontro ad essi. La cerimonia dura pochi minuti. Cadono uno dopo l'altro; senza che io mi mac-chi le mani di sangue. Dove sono caduti restano, e i cadaveri aiutano a distinguere un corridoio dagli altri. Ignoro chi siano, ma so che uno di essi profetizzò, sul punto di morire, che un giorno sarebbe giunto il mio redentore. Da allora la solitudine non mi duole, perché so che il mio redentore vive e un giorno sorgerà dalla polvere. Se il mio udito potesse percepire tutti i rumori del mondo, io sentirei i suoi passi. Mi portasse a un luogo con meno corridoi e meno porte! Come sarà il mio redentore? Sarà forse un toro con volto d'uomo? O sarà come me?


Il sole della mattina brillò sulla spada di bronzo. Non restava più traccia di sangue.


"Lo crederesti, Arianna?" disse Teseo. "Il Minotauro non s'è quasi difeso."


1) - L'originale dice quattordici, ma non mancano motivi per inferire che, in bocca di Asterione, questo aggettivo numerale vale infiniti.

BombaSicilia. Essenz...

BombaSicilia. Essenza e Sostanza


In questi due anni e mezzo la virulenta BS è stata troppo legata alla mia crescita personale e questo è stata la sua forza e il suo limite: da un lato l'euforia e l'entusiasmo che mi galoppa in testa per i miei 22 dicotomici anni è una fonte inesauribile di spunti che sono uno dei tanti segni delle potenzialità di BombaCarta; dall'altro lato però proprio quei DICOTOMICI furori le hanno impedito uno sviluppo autonomo. E questo è un peccato. Ho pescato in rete tante belle teste brillanti: Laura Caroniti, Marco Candida, Teresa Zuccaro, Maria "pattyPiperita" Guglielmino, Lo Scrittore Fantasma... Ora è tempo di decidere, la libertà dei redattori è stata una bella oasi, io stesso scrivo solo quando ho qualcosa da comunicare, altrimenti mi gusto il silenzio. ma la scelta di un legame più marcato con la mailing list di Bc ha evidenziato un altro limite: così com'è BS non è troppo diversa da Gasoline, la nostra webzine (http://www.bombacarta.it/gasoline).
Che facciamo?


La rinnoviamo nella forma e nel contenuto?
Che cosa vogliamo fare con la piccola BS?
O ci impegniamo semplicemente tutti un pò di più? Basterebbe poco, più lavoro redazionale e scegliere che taglio dare al sito. Così com'è non mi è ben chiaro, è un ibrido tra gasoline e il mio taccuino di elucubrazioni. Non voglio un altro sito per esordienti che si contentano di una pagina html in cui vedere scintillare le loro sudate parole (oramai con i blog tutti possono crearsi il proprio bacino d'utenza senza passare da nessun filtro).


Ci sono varie strade:
1) una maggiore aderenza alla realtà regionale. E in questo caso sarebbe davvero BombaCarta di Sicilia (anche se anni fa scegliemmo di lasciare la Sicilia come orizzonte metafisico, aggrappandoci alla stessa origine della poesia italiana fiorita alla corte di Federico II proprio all'ombra di qualche fico d'india)
2) una scelta di campo, invece di proporre altri racconti e altre poesie, assurgere a un livello più astratto e lasciarsi guidare da meta-riflessioni sull'essenza della Lettura e della Scrittura, facendoci magari guidare da COME UN ROMANZO di Pennac, dal saggio di Antonio (A che cosa "serve" la letteratura?) e da George Steiner e le sue grammatiche della creazione. E questa scelta mi piacerebbe assai che attualizzerei tutto quello che ho faticosamente accumulato in tutti i pomeriggi che ho passato curvo sui libri.
3) intimamente connesso al punto 2: scegliamo giovani teste luccicanti che abbiano scelto di mettersi in cammino verso un proprio linguaggio e qui ci sarebbe utile valorizzare i contributi di Marco Candida e magari tirare in ballo pure Paolo Papotti.
4) aspetto le VOSTRE proposte


Continuo a dubitare e passo a considerare l'essenza e l'utilità della Poesia in vista della tesi.

Ricominciamo? Mi ve...

Ricominciamo?


Mi vedo come una foto, seduto sul divano a parlare con Gesù che vuole sapere perché sono ridotto così. Gli parlo della mia vita, della piega che ha preso. Lui già lo sa, sa che mi chiamo Ulisse e sa della mia storia con Lisa e lo vuole sapere da me. E io lo accontento, erano anni che non riuscivo a parlare così bene.
Il pavimento puzza di sambuca, ho scagliato la bottiglia io e lui sa anche questo.


Ulisse, lumache e cioccolatini| 2.0 (1)

giovedì 19 febbraio 2004

Sono uno scrittore f...

Sono uno scrittore finito.
Fatto e finito.
Un macchiafogli che già ha attraversato a velocità ombromantica tutte le tappe che m'avrebbero portato nell'empireo dei bestsellers ma non troppo, con uno schizzo di snobismo intellettualoide che sempre spacca il mare ghiacciato che i critici brutti e pelosi si portano nel petto. Avevo già masticato tutte le tappe, tutte: nei miei 20 e passa anni sotto il cielo e sopra la sabbia ero stato rapito dal silenzio delle sirene e avevo iniziato a danzare sui tasti dell'olivetti di famiglia. 12 pagine di un giallissimo pronto per finire nella serie mondadori con annessa copertina sanguinante. Stavo lì e mi capita tra le mani un vademecum indispensabile per capire bene quello che stavo facendo. A scherzare con le parole si ci brucia presto. Formano il nostro mondo e mettono le ali ai sogni e ti lasciano sempre il santissimo dubbio che quello che ti dicono le donne nel post-amplesso siano solo una manciata di belle bugie in cui affondare i canini del sarcasmo. Stavo lì a far collidere metafore per spupazzarmi qualche donnetta attirata nella mia tana dal mio saperci fare con le donne e con le parole, stavo lì con l'aria da acciuga sotto sale, solo che masticavo o pensavo di masticare tabacco e bacco me l'ero scolato per scalzare via lo spirito e le patate.
Non è mai come prima, collezionavo tappi di birra analcolica e triste e citazioni dai libri che maneggiavo con sacralità. ne avevo qualcuna veramente bella, degna di finire in quei manualetti da segaioli che credono davvero di conquistare con la ricetta della felicità una donna comprando l'ultima guida che vendono in abbianamento a qualche rivista pseudo-osè.


...rileggo quello che ho scritto e capisco che qualcosa s'è davvero guastata. Non ho più storie da raccontare. Ma dovrei aiutare il mio paese, dovrei scrivere qualche libro per segaioli, intitolarlo "Centouno colpi di mazza prima di andare a condire ravioli" e vedere quante settimane mi crogiuolo nella rosa dei libercoli con più appeal. Lo potrei fare, con la mia vitazza da sfigato di prima classe potrei coccolare i ricordi e farli nitrire felici, componendo sonetti erotici in prosa tardoadolescenziale ma poi che farebbero i miei lettori? Dopo aver benedetto con una dozzina di seghe ogni pagina di ogni capitolo conterebbero i brufolazzi sulla fronte e aspetterebbero il seguito.

Sono uno scrittore f...

Sono uno scrittore finito.
Fatto e finito.
Un macchiafogli che già ha attraversato a velocità ombromantica tutte le tappe che m'avrebbero portato nell'empireo dei bestsellers ma non troppo, con uno schizzo di snobismo intellettualoide che sempre spacca il mare ghiacciato che i critici brutti e pelosi si portano nel petto. Avevo già masticato tutte le tappe, tutte: nei miei 20 e passa anni sotto il cielo e sopra la sabbia ero stato rapito dal silenzio delle sirene e avevo iniziato a danzare sui tasti dell'olivetti di famiglia. 12 pagine di un giallissimo pronto per finire nella serie mondadori con annessa copertina sanguinante. Stavo lì e mi capita tra le mani un vademecum indispensabile per capire bene quello che stavo facendo. A scherzare con le parole si ci brucia presto. Formano il nostro mondo e mettono le ali ai sogni e ti lasciano sempre il santissimo dubbio che quello che ti dicono le donne nel post-amplesso siano solo una manciata di belle bugie in cui affondare i canini del sarcasmo. Stavo lì a far collidere metafore per spupazzarmi qualche donnetta attirata nella mia tana dal mio saperci fare con le donne e con le parole, stavo lì con l'aria da acciuga sotto sale, solo che masticavo o pensavo di masticare tabacco e bacco me l'ero scolato per scalzare via lo spirito e le patate.
Non è mai come prima, collezionavo tappi di birra analcolica e triste e citazioni dai libri che maneggiavo con sacralità. ne avevo qualcuna veramente bella, degna di finire in quei manualetti da segaioli che credono davvero di conquistare con la ricetta della felicità una donna comprando l'ultima guida che vendono in abbianamento a qualche rivista pseudo-osè.


...rileggo quello che ho scritto e capisco che qualcosa s'è davvero guastata. Non ho più storie da raccontare. Ma dovrei aiutare il mio paese, dovrei scrivere qualche libro per segaioli, intitolarlo "Centouno colpi di mazza prima di andare a condire ravioli" e vedere quante settimane mi crogiuolo nella rosa dei libercoli con più appeal. Lo potrei fare, con la mia vitazza da sfigato di prima classe potrei coccolare i ricordi e farli nitrire felici, componendo sonetti erotici in prosa tardoadolescenziale ma poi che farebbero i miei lettori? Dopo aver benedetto con una dozzina di seghe ogni pagina di ogni capitolo conterebbero i brufolazzi sulla fronte e aspetterebbero il seguito.

mercoledì 18 febbraio 2004

La prima volta che h...

La prima volta che ho visto il Piccolo Principe era stampato su una maglietta. Stava lì, sulla panza di un adoloscente a contemplare l'infinito. Poi l'ho rincontrato su un treno, lo leggeva un mio amico che poi me l'ha passato. Ero lì, in cuffia qualcosa di Ligabue e Carmelo mi passa quel piccolo libro. Siamo in una cuccetta di 2^ classe, stiamo tornando da Cortona, da un convegno organizzato dall'oratorio. In cuccetta siamo 5, tre ragazze, due che parlano di libri di medicina e un'altra che ascolta un walkman più grosso di lei. E poi io e Carmelo. E in più quel piccolo principe con la sua giubba e la piccola sciabola appuntita, l'ho letto tra Roma e Napoli col treno che sferragliava costante sui binari e niente è stato più come prima.
Qualche pezzo del capolavoro dell'Aviatore l'avevo già trovato in qualche antologia o su qualche fotocopia che quelli dell'oratorio ti passavano per la Condivisione, la chiamavano così il momento di tortura finale delle riunioni. Dovevi alzarti e condividere le tue riflessioni con gente che la sera prma ti aveva magari visto vomitare ubriaco come un gibbone. E dovevi farlo cavando fuori qualche bel concetto lucido come un candito da offrire soprattutto al vecchio gesuita che si sedeva in un angolo buio della stanzetta. Quelli erano bei tempi, ti facevi le ossa per la vita "sociale": davanti al tuo padre spirituale ti mostravi degno dell'aureola e nelle trasferte cuccavi disperatamente.
Ma quando conobbi quel bimbetto con la zazzera bionda e la malinconia nel cuore qualcosa cambiò, mi era rimasto appiccicato quell'amore per la sua rosa, che aveva amato e coccolato scacciando via i bruchi e lasciandone solo uno per vederlo trasformarsi in una farfalla. Quel viaggio del principe nei vari pianeti, la sua purezza che cozzava contro il re, contro il vanitoso, contro il geografo e l'ubriacone e trovava qualche sollievo nel lavoro del lampionaio e nell'amicizia della volpe... e muore, decide di morire nel morso del serpente giallo per lasciarsi alle spalle la sua buccia di carne e volare felice nel cielo per ritrovare il suo pianeta e i suoi vulcani e soprattutto la sua bella rosa e, con lei accanto, aspettare un altro tramonto.

30 e lode in Filosof...

30 e lode in Filosofia della Scienza