venerdì 4 giugno 2004

Cirano (F. Guccini)


Venite pure avanti, voi con il naso corto, signori imbellettati, io più non vi sopporto,
infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio perchè con questa spada vi uccido quando voglio.


Venite pure avanti poeti sgangherati, inutili cantanti di giorni sciagurati,
buffoni che campate di versi senza forza avrete soldi e gloria, ma non avete scorza;
godetevi il successo, godete finchè dura, che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura
e andate chissà dove per non pagar le tasse col ghigno e l' ignoranza dei primi della classe.
Io sono solo un povero cadetto di Guascogna, però non la sopporto la gente che non sogna.
Gli orpelli? L'arrivismo? All' amo non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!


Facciamola finita, venite tutti avanti nuovi protagonisti, politici rampanti,
venite portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false
che avete spesso fatto del qualunquismo un arte, coraggio liberisti, buttate giù le carte
tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese in questo benedetto, assurdo bel paese.
Non me ne frega niente se anch' io sono sbagliato, spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato;
coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!


Ma quando sono solo con questo naso al piede
che almeno di mezz' ora da sempre mi precede
si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore
che a me è quasi proibito il sogno di un amore;
non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute,
per colpa o per destino le donne le ho perdute
e quando sento il peso d' essere sempre solo
mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo,
ma dentro di me sento che il grande amore esiste,
amo senza peccato, amo, ma sono triste
perchè Rossana è bella, siamo così diversi,
a parlarle non riesco: le parlerò coi versi, le parlerò coi versi...


Venite gente vuota, facciamola finita, voi preti che vendete a tutti un' altra vita;
se c'è, come voi dite, un Dio nell' infinito, guardatevi nel cuore, l' avete già tradito
e voi materialisti, col vostro chiodo fisso, che Dio è morto e l' uomo è solo in questo abisso,
le verità cercate per terra, da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali;
tornate a casa nani, levatevi davanti, per la mia rabbia enorme mi servono giganti.
Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!


Io tocco i miei nemici col naso e con la spada,
ma in questa vita oggi non trovo più la strada.
Non voglio rassegnarmi ad essere cattivo,
tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo:
dev' esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto
dove non soffriremo e tutto sarà giusto.
Non ridere, ti prego, di queste mie parole,
io sono solo un' ombra e tu, Rossana, il sole,
ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora
ed io non mi nascondo sotto la tua dimora
perchè oramai lo sento, non ho sofferto invano,
se mi ami come sono, per sempre tuo, per sempre tuo, per sempre tuo...Cirano

Cirano (F. Guccini)


Venite pure avanti, voi con il naso corto, signori imbellettati, io più non vi sopporto,
infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio perchè con questa spada vi uccido quando voglio.


Venite pure avanti poeti sgangherati, inutili cantanti di giorni sciagurati,
buffoni che campate di versi senza forza avrete soldi e gloria, ma non avete scorza;
godetevi il successo, godete finchè dura, che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura
e andate chissà dove per non pagar le tasse col ghigno e l' ignoranza dei primi della classe.
Io sono solo un povero cadetto di Guascogna, però non la sopporto la gente che non sogna.
Gli orpelli? L'arrivismo? All' amo non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!


Facciamola finita, venite tutti avanti nuovi protagonisti, politici rampanti,
venite portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false
che avete spesso fatto del qualunquismo un arte, coraggio liberisti, buttate giù le carte
tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese in questo benedetto, assurdo bel paese.
Non me ne frega niente se anch' io sono sbagliato, spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato;
coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!


Ma quando sono solo con questo naso al piede
che almeno di mezz' ora da sempre mi precede
si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore
che a me è quasi proibito il sogno di un amore;
non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute,
per colpa o per destino le donne le ho perdute
e quando sento il peso d' essere sempre solo
mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo,
ma dentro di me sento che il grande amore esiste,
amo senza peccato, amo, ma sono triste
perchè Rossana è bella, siamo così diversi,
a parlarle non riesco: le parlerò coi versi, le parlerò coi versi...


Venite gente vuota, facciamola finita, voi preti che vendete a tutti un' altra vita;
se c'è, come voi dite, un Dio nell' infinito, guardatevi nel cuore, l' avete già tradito
e voi materialisti, col vostro chiodo fisso, che Dio è morto e l' uomo è solo in questo abisso,
le verità cercate per terra, da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali;
tornate a casa nani, levatevi davanti, per la mia rabbia enorme mi servono giganti.
Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!


Io tocco i miei nemici col naso e con la spada,
ma in questa vita oggi non trovo più la strada.
Non voglio rassegnarmi ad essere cattivo,
tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo:
dev' esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto
dove non soffriremo e tutto sarà giusto.
Non ridere, ti prego, di queste mie parole,
io sono solo un' ombra e tu, Rossana, il sole,
ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora
ed io non mi nascondo sotto la tua dimora
perchè oramai lo sento, non ho sofferto invano,
se mi ami come sono, per sempre tuo, per sempre tuo, per sempre tuo...Cirano

giovedì 3 giugno 2004

la pozzanghera

Se desidero un'acqua d'Europa, è la pozzanghera
nera e gelida, quando, nell'ora del crepuscolo,
un bimbo malinconico abbandona, in ginocchio,
un battello leggero come farfalla a maggio.


Rimbaud, Il battello ebbro



Il treno sui binari sdentati l'ha lasciato alla stazione. Scende e s'accende una sigaretta, la scaglierà sul secondo marciapiede e la calpesterà. Lo fa sempre. Si guarda la faccia nel riflesso della vetrina, la vede troppo bianca tra le cosce di due manichini nudi. Cammina e la borsa di pelle gli cigola a ogni passo. Pensa che tutto si può aggiustare, basta non risparmiare sulla colla. Lui l'ha fatto una volta e s'è ritrovato in mano un anello in più e una fidanzata in meno.
Pagò sei euro alla cassiera della lavanderia e con la busta sottobraccio s'incamminò verso casa. Arrivato, infilò la chiave nella toppa, salì le scale spogliandosi gradino dopo gradino e, arrivato in bagno, si fece una doccia con due strofinate abbondanti di felce azzurra e due shampate con l'antiforfora della fructis e tutti i suoi acidi di frutta. Quello doveva essere un giorno da ricordare.


Si spazzolò i capelli e il risultato non lo lasciò soddisfatto, chiamò la sorella e se li fece acconciare da lei che si muoveva bene con spume, phon e noci di gel. Lo specchio gli mandava la sua solita faccia da minchione, tra la barbetta che si ostinava a non rasare c'era pure quell'accenno di sorriso che conservava solo per le grandi occasioni. Si lavò la barba e ci ripensò e lesto spacchettò il mach 3 che la madre gli aveva regalato a Natale. Le tre lame gli lasciarono sulla faccia solo due basette regolamentari, appena due centimetri sotto i lobi, secondo i suggerimenti del pater familias. Completò l'operazioni tagliuzzandosi in dodici punti asimmetrici e si sciacquò con il dopobarba Axe africa, che faceva pendant con il deodorante per i cespugli ascellari. Una dopo l'altra le lentine sgocciolate e spizzicate gli s'appiccicarono sulle pupille, dopo solo dodici tentativi che comunque restavano sotto la media. Sul display della radiosveglia danzavano quattro cifre rosse, erano le 17,32: mancavano 4 ore. Aveva quattro ore, 240 minuti prima di prendere l'autostrada e ricordarsi al bar di via Oreto di prendere la prima a destra, subito la prima a sinistra e poi di nuovo a destra. Per non sudare si tolse la giacca e la rimise nella gruccia. Si accucciò sul divano bianco e allungando la mano programmò la ripetizione continua su CARA VALENTINA di Max Gazzè. Quella song l'adorava, era abbastanza piena di significato e d'ironia. Era la dodicesima volta che la risentiva e arrivò proprio sul ritornello il suono metallico del primo e unico esseemmeesse della giornata. Lei non poteva uscire e aveva usato tutt'e 160 caratteri per specificare che lui non doveva insistere. La ragazza con gli occhi color canguro non sarebbe salita sulla sua R4 quella sera. Lui non ci pensò poi tanto e si tolse le lentine, poi liberò il ciuffo dalla gabbia delle microfibre della cera ai frutti e s'impigiamò. La grande serata era sfumata, con un sorriso storto e incerto, scivolò la testa sui cuscini del divano e aspettò il sonno con Max Gazzè e tutte le sue saggezze.



L'aveva conosciuta per caso, come spesso capita. Era l'amica di un suo amico e, per quella tiritera di transitività, era anche sua amica. Non l'aveva mai capita quella cosa lì che gli amici dei suoi amici dovevano necessariamente essere pure suoi amici, c'erano questioni più importanti, o almeno ci dovevano pur essere problemi che meritavano d'essere chiamati tali. Quella serata lì era sgocciolata fiacca, a vedersi chiudere la porta dai bicipiti palestrati dei vari buttafuori tipici della fauna palermitana, quello sì che era un problema, sul serio: non puoi entrare al disco-pub se la tua comitiva non contiene una perfetta simmetria di fanciulle e boys, cioè, tu, in teoria, se sei già felicemente accoppiato, che cavolo ci vai fare al disco-pub? Tu, sempre su via teorica, vai al pub per trovare la donna della tua vita, se già te la porti da casa, che senso ha uscire il sabato per fare due ore di fila al botteghino?




La serata fiacca s'era spenta a Piazza Castelnuovo con la ragazza con gli occhi color canguro che teneva una conferenza alle luci che la giunta comunale in un impeto naif aveva fatto incastonare nel marciapiede. Stava lì, al centro della piazza, ad ululare alla luna e alle lucine che tutti, e precisava tutti, gli uomini erano privi, totalmente privi, di fantasia e della più elementare forma d'iniziativa. Lui l'ascoltava, con la sua faccia da minchione incorniciata da due basette che partivano dalle orecchie e arrivavano giù sino al sotto-mento. Le ragazze gli dicevano che era carino e nel dirlo usavano tutte le possibili sfumature che offriva il dizionario dei sinonimi, tanto, carino era e carino restava, lontano dodicimila anni luce dalla bellezza ideale di Brad Pitt e di tutte le sue fossette al posto giusto.


Il complesso d'inferiorità gliel'avevano trasmesso tutti i cartoni animati testosteronici che aveva subito nei suoi primi vent'anni: bastava alzare la T-shirt per operare un rapidissimo confronto con gli addominali di He-man, dell'uomo tigre I e II e di Superman. Lui era un caso irrimediabile, poteva passare la vita in palestra o sul letto a piegarsi come un portafoglio ma quei quadrettini sulla pancia non sarebbero mai arrivati. E lui, stoicamente, lo accettava. Ma non s'era mai sentito dire che a lui mancava fantasia e iniziativa, mai. S'accesero due sigarette con il resto della comitiva che già sonnecchiava sui sedili della seicento metallizzata e continuarono quell'inutile discussione sino alle 4, lui cozzava sempre e comunque contro i solidi argomenti che lei tirava su per supportare il nocciolo della sua teoria.



L' esseemmeesse era lapidario: lui non doveva insistere e non lo fece. Era sul divano bianco, già con la testa e giù sino al bacino infilato nel lenzuolo del sonno, ma con i piedi in bilico nella terra dei sogni si mise a ripensare a quella notte in treno... Gli altri dormivano dopo il concerto. Solo loro due erano usciti fuori dalla puzza della cuccetta, erano fuori a prendere un po' di ossigeno fresco per dimenticare l'aroma ortopedico quando il treno s'era fermato in quella stazione. Manco si leggeva il nome dello sperduto paesino in cui erano bloccati e il treno dondolava sui binari ad ogni alitata della bufera. Il vento cresceva d'intensità e tutti i lampioni si piegavano tenendosi stretta la loro lampadina da 400 watt. La bufera aveva la meglio su tutto ma non riusciva a spazzare via una piccola pozzanghera. Lei la guardava, entusiasta, e lui guardava lei.


- Guardala, è solo una piccola pozzanghera che fa sfoggio di sé sotto la luce gialla del lampione…è troppo bella, guardala: lotta contro qualcosa di più grande, vuole essere lei a decidere la sua esistenza -, poi il treno era ripartito riportandoli a Palermo con i loro rullini da sviluppare in rettangoli lucidi di ricordi.
Quella notte l'avevano vissuta assieme, con quella bella, piccola e tenace pozzanghera che presto sarebbe diventata un bellissimo ricordo. S'erano rivisti tra le sigarette e i corridoi della facoltà mentre lui aspettava le ultime gocce di caffè, imbambolato davanti al display della macchinetta. Lei era bella, lui la vedeva bellissima nella sua giacca di pelle rossa che le cigolava strusciandosi sui gomiti.


Era solo rinviata quella serata, lo sapeva. E nessuno gli avrebbe mai tolto quella notte in treno, l'aveva divisa solo con lei: la piccola pozzanghera li avrebbe uniti, per sempre.



la pozzanghera

Se desidero un'acqua d'Europa, è la pozzanghera
nera e gelida, quando, nell'ora del crepuscolo,
un bimbo malinconico abbandona, in ginocchio,
un battello leggero come farfalla a maggio.


Rimbaud, Il battello ebbro



Il treno sui binari sdentati l'ha lasciato alla stazione. Scende e s'accende una sigaretta, la scaglierà sul secondo marciapiede e la calpesterà. Lo fa sempre. Si guarda la faccia nel riflesso della vetrina, la vede troppo bianca tra le cosce di due manichini nudi. Cammina e la borsa di pelle gli cigola a ogni passo. Pensa che tutto si può aggiustare, basta non risparmiare sulla colla. Lui l'ha fatto una volta e s'è ritrovato in mano un anello in più e una fidanzata in meno.
Pagò sei euro alla cassiera della lavanderia e con la busta sottobraccio s'incamminò verso casa. Arrivato, infilò la chiave nella toppa, salì le scale spogliandosi gradino dopo gradino e, arrivato in bagno, si fece una doccia con due strofinate abbondanti di felce azzurra e due shampate con l'antiforfora della fructis e tutti i suoi acidi di frutta. Quello doveva essere un giorno da ricordare.


Si spazzolò i capelli e il risultato non lo lasciò soddisfatto, chiamò la sorella e se li fece acconciare da lei che si muoveva bene con spume, phon e noci di gel. Lo specchio gli mandava la sua solita faccia da minchione, tra la barbetta che si ostinava a non rasare c'era pure quell'accenno di sorriso che conservava solo per le grandi occasioni. Si lavò la barba e ci ripensò e lesto spacchettò il mach 3 che la madre gli aveva regalato a Natale. Le tre lame gli lasciarono sulla faccia solo due basette regolamentari, appena due centimetri sotto i lobi, secondo i suggerimenti del pater familias. Completò l'operazioni tagliuzzandosi in dodici punti asimmetrici e si sciacquò con il dopobarba Axe africa, che faceva pendant con il deodorante per i cespugli ascellari. Una dopo l'altra le lentine sgocciolate e spizzicate gli s'appiccicarono sulle pupille, dopo solo dodici tentativi che comunque restavano sotto la media. Sul display della radiosveglia danzavano quattro cifre rosse, erano le 17,32: mancavano 4 ore. Aveva quattro ore, 240 minuti prima di prendere l'autostrada e ricordarsi al bar di via Oreto di prendere la prima a destra, subito la prima a sinistra e poi di nuovo a destra. Per non sudare si tolse la giacca e la rimise nella gruccia. Si accucciò sul divano bianco e allungando la mano programmò la ripetizione continua su CARA VALENTINA di Max Gazzè. Quella song l'adorava, era abbastanza piena di significato e d'ironia. Era la dodicesima volta che la risentiva e arrivò proprio sul ritornello il suono metallico del primo e unico esseemmeesse della giornata. Lei non poteva uscire e aveva usato tutt'e 160 caratteri per specificare che lui non doveva insistere. La ragazza con gli occhi color canguro non sarebbe salita sulla sua R4 quella sera. Lui non ci pensò poi tanto e si tolse le lentine, poi liberò il ciuffo dalla gabbia delle microfibre della cera ai frutti e s'impigiamò. La grande serata era sfumata, con un sorriso storto e incerto, scivolò la testa sui cuscini del divano e aspettò il sonno con Max Gazzè e tutte le sue saggezze.



L'aveva conosciuta per caso, come spesso capita. Era l'amica di un suo amico e, per quella tiritera di transitività, era anche sua amica. Non l'aveva mai capita quella cosa lì che gli amici dei suoi amici dovevano necessariamente essere pure suoi amici, c'erano questioni più importanti, o almeno ci dovevano pur essere problemi che meritavano d'essere chiamati tali. Quella serata lì era sgocciolata fiacca, a vedersi chiudere la porta dai bicipiti palestrati dei vari buttafuori tipici della fauna palermitana, quello sì che era un problema, sul serio: non puoi entrare al disco-pub se la tua comitiva non contiene una perfetta simmetria di fanciulle e boys, cioè, tu, in teoria, se sei già felicemente accoppiato, che cavolo ci vai fare al disco-pub? Tu, sempre su via teorica, vai al pub per trovare la donna della tua vita, se già te la porti da casa, che senso ha uscire il sabato per fare due ore di fila al botteghino?




La serata fiacca s'era spenta a Piazza Castelnuovo con la ragazza con gli occhi color canguro che teneva una conferenza alle luci che la giunta comunale in un impeto naif aveva fatto incastonare nel marciapiede. Stava lì, al centro della piazza, ad ululare alla luna e alle lucine che tutti, e precisava tutti, gli uomini erano privi, totalmente privi, di fantasia e della più elementare forma d'iniziativa. Lui l'ascoltava, con la sua faccia da minchione incorniciata da due basette che partivano dalle orecchie e arrivavano giù sino al sotto-mento. Le ragazze gli dicevano che era carino e nel dirlo usavano tutte le possibili sfumature che offriva il dizionario dei sinonimi, tanto, carino era e carino restava, lontano dodicimila anni luce dalla bellezza ideale di Brad Pitt e di tutte le sue fossette al posto giusto.


Il complesso d'inferiorità gliel'avevano trasmesso tutti i cartoni animati testosteronici che aveva subito nei suoi primi vent'anni: bastava alzare la T-shirt per operare un rapidissimo confronto con gli addominali di He-man, dell'uomo tigre I e II e di Superman. Lui era un caso irrimediabile, poteva passare la vita in palestra o sul letto a piegarsi come un portafoglio ma quei quadrettini sulla pancia non sarebbero mai arrivati. E lui, stoicamente, lo accettava. Ma non s'era mai sentito dire che a lui mancava fantasia e iniziativa, mai. S'accesero due sigarette con il resto della comitiva che già sonnecchiava sui sedili della seicento metallizzata e continuarono quell'inutile discussione sino alle 4, lui cozzava sempre e comunque contro i solidi argomenti che lei tirava su per supportare il nocciolo della sua teoria.



L' esseemmeesse era lapidario: lui non doveva insistere e non lo fece. Era sul divano bianco, già con la testa e giù sino al bacino infilato nel lenzuolo del sonno, ma con i piedi in bilico nella terra dei sogni si mise a ripensare a quella notte in treno... Gli altri dormivano dopo il concerto. Solo loro due erano usciti fuori dalla puzza della cuccetta, erano fuori a prendere un po' di ossigeno fresco per dimenticare l'aroma ortopedico quando il treno s'era fermato in quella stazione. Manco si leggeva il nome dello sperduto paesino in cui erano bloccati e il treno dondolava sui binari ad ogni alitata della bufera. Il vento cresceva d'intensità e tutti i lampioni si piegavano tenendosi stretta la loro lampadina da 400 watt. La bufera aveva la meglio su tutto ma non riusciva a spazzare via una piccola pozzanghera. Lei la guardava, entusiasta, e lui guardava lei.


- Guardala, è solo una piccola pozzanghera che fa sfoggio di sé sotto la luce gialla del lampione…è troppo bella, guardala: lotta contro qualcosa di più grande, vuole essere lei a decidere la sua esistenza -, poi il treno era ripartito riportandoli a Palermo con i loro rullini da sviluppare in rettangoli lucidi di ricordi.
Quella notte l'avevano vissuta assieme, con quella bella, piccola e tenace pozzanghera che presto sarebbe diventata un bellissimo ricordo. S'erano rivisti tra le sigarette e i corridoi della facoltà mentre lui aspettava le ultime gocce di caffè, imbambolato davanti al display della macchinetta. Lei era bella, lui la vedeva bellissima nella sua giacca di pelle rossa che le cigolava strusciandosi sui gomiti.


Era solo rinviata quella serata, lo sapeva. E nessuno gli avrebbe mai tolto quella notte in treno, l'aveva divisa solo con lei: la piccola pozzanghera li avrebbe uniti, per sempre.



domenica 30 maggio 2004

Siamo in serie A.


Ne approfitto per inaugurare il mio nuovissimo sito.

Siamo in serie A.


Ne approfitto per inaugurare il mio nuovissimo sito.

O d i o questo monitor
e di più le vostre facce che lo guardano
Invece di guardare me.
Rivoglio le rughe sulla fronte,
gli schizzi dei th
con la lingua accucciata tra gli incisivi
per imitare le parole inglesi.
Rivoglio il puzzo di sudore e sentire che sei zuppo
un secondo dopo che ti ho dato una pacca sulla schiena,
rivoglio il rumore della barba sgrattata,
rivoglio il dubbio che ho la patta aperta
e pure l’odore del profumo tuo,
rivoglio i tuoi occhi e toccare
te e non solo 'sto sorcio attaccato al filo,
toccare te e toccarti la curva della pancia
e ridere solo con gli occhi,
senza mettere due punti, trattino e parentesi.
: - )
L’ho capito solo oggi e
i futuri contingenti
li lascio tutti a te.
Me ne vado a giocare a scacchi con i segni
e con l’Ornitorinco-Che-Non-Sa-Di-Non-Essere-Possibile.
Sa solo che il sole sorge lo stesso, pensa
che ci siamo talmente abituati
che ci resteremmo male a vedere
il cielo tenuto su dai cocuzzoli delle montagne
sgranocchiate male dalle nuvole.
L’ho capito, saluto e ribadisco
che non sono io questo qui.
Solo un sorriso per la foto saturnista
che tanto la macchina fotografica non l’ho mai avuta, anzi
l’ho avuta e poi l’ho abolita:
era poco obiettiva e aveva
solo un piccolo e striminzito punto di vista.
Silenzio cieco.
Tutto si perde nel gracidare del modem
perduto  lungo le doppie rotte della filosofia.