domenica 13 giugno 2004

La stanza 101


La descrizione di un attimo. La ascolto mentre scrivo. Eh, già, la descrizione di un attimo è stata la prima cosa pensata nel rivedere te e tutta l'allegra combriccola col cervello ancora più trifolato, molta più barba, meno illusioni e più disamori nelle dita.
Ma quale attimo mi hai ricordato?
Troppi e tutti assieme. L'altra notte ti pensavo, capita spesso quando l'unica voce nella notte è quella dello scaldabagno. Ci sono notti che il letto a due piazze è troppo grande, anche per i ricordi. Il presente non esisteva. C'ero io e c'eri tu, ci bastava. E pensavo che magari potevo diventare Qualcuno e avere almeno tre cani e sei gatti e vedere crescere loro e noi su una spiaggia greca, sì una casa in Grecia, a respirare la stessa aria di Platone, di Socrate, di Omero... Vivevo di immagini e di tramonti starnutiti sulla terra solo per noi.
Sì, l'altra notte era troppo vuoto il letto. Mi perdo ancora a Palermo e voglio girare il mondo con l'infinito che mi mastica il futuro. Non leggo più tanti libri, ne leggo abbastanza per riempire un'altra riga del libretto universitario, mancano una manciata di materie e poi sarò pronto per la depressione da disoccupato. Bacerò un'altra donna e cercherò ancora i tuoi occhi, avrò abbastanza da dire?
Amo le canzoni dei Beatles solo se le cantano i Beatles, amo quella sfumatura di occhi solo nei tuoi occhi. E' già notte, dalle vertebre della serranda arriva la luce gialla dei lampioni. Penso sempre a questa prospettiva: un futuro post-apocalittico. E io sono uno degli ultimi sopravissuti, non importa il perché, io sono lì, padrone di un mondo che è solo un cimitero. Sono lì, libero, con le mie ancore metafisiche che arrugginiscono in successione. Sono lì e tu sei morta. Ti vengo a trovare spesso nella nostra collina, ti ho seppellito qui, sotto il ciliegio. Guarda: ci sono ancora le nostre iniziali. Le avevo incise una domenica pomeriggio che ero scivolato qui in preda ad un attacco maxi di romanticume. Pensavo di amarti. Lo credevo possibile. Una volta ancora stavo contorcendomi in sparute riflessioni invece di lasciarmi andare. Il mio errore è sempre stato lo stesso: sono un dannato cartesiano, mi rompo la testa con sofismi ed invece di vivere penso al come e ai perché della vita.
Saltello spogliando il contorno del mondo e mi restano in mano solo le bucce, scivolano via le illusioni ed ecco che cosa ho guadagnato: un deserto. Anche l'attualità mi aiuta. Ecco l'ennesima guerra. Dio fa le pulizie di primavera. Dicono che la sovrappopolazione è un problema e tutti lì terrorizzati quando il Grande Inquisitore spegne le nostre candele. Scivolo via nelle strade deserte, ci sono lapidi dovunque ma le voci si sono zittite, non è più la danza macabra, la falce arrugginita ha smesso di scintillare. Sono nel nostro letto, solo. Non siamo a Spoon River. Mondi nuovi e vecchi muoiono di continuo.


Sono qui, ancora più solo.
Ho le tue lettere, le ho sempre tenute con molta cura. Non ti ho mai risposto perché pensavo che bastava lo sguardo per farti capire che...cosa dovevo farti capire? Già non ci capivo nulla io e addirittura volevo spiegare qualcosa a te? M'ero illuso. Stavo rileggendole. Ecco qui è quella che mi hai scritto dopo che avevi letto 1984 di Orwell. Mi chiedevi cosa c'era nella stanza 101. Nella nostra stanza 101. Tutti sanno cosa c'è nella stanza 101. Ci sono le nostre paure più nere e profonde, le paure che ci fanno tradire ogni convinzione per restare vivi e per cullare per il resto del tempo il rimorso. Nella mia 101 ci sei tu. Tu che mi chiedi di amarti, tu che mi chiedi di mettere da parte i libri e le citazioni per essere almeno una volta solo io. Con tutto quello che questo significa. Ci ho provato a spogliarmi della cappa ideologica in cui ci hanno avvolto, ho filato il mio bozzolo con ardore e alla fine era vuoto.

 La consapevolezza dell'aquilone


Questi sono gli anni che nessuno sceneggiatore decente prenderebbe in considerazione. Sto pensiero mi è spuntato stamattina rileggendo un bella frase della Yourcenar: "c'è stato un periodo in cui c'è stato l'uomo. Solo. Quando gli dei non c'erano più e Dio non c'era ancora".
Ditemi se 'sta frase, tralasciando i ghirigori che si tira dietro la riflessione teo-storiografica, non s'adatta perfettamente alla nostra attuale condizione. (Crediamo in Dio? Vogliamo vivere come Gesù? Niente da fare: da 12 a 30 anni c'è solo un buco nero. Lasciamo Gesù al tempio a discettare con i Dottori e lo ritroviamo uomo fatto che inizia a reclutare i santi apostoli.) Siete più pratici? Bene lasciamoci guidare dalla Grande Madre catodica: Tivù, aiutaci tu! Vediamo il panorama di vecchi e nuovi telefilm, cartoni e Compagnia bella. La storia dei Simpson inizia in medias res, niente flashback nella prima serie per spiegare le origini dei grandi gialli. Ci sono flash back bugiardi che non possiamo seguire se ci autodefiniamo amici della verità. Orientiamoci solo con una bella puntata abbastanza coerente, troviamo Homer capellone che conosce la ribelle Marge che ancora ha i capelli che rispettano la forza di gravità. Si conoscono e si innamorano durante l'ultimo anno del liceo. Ecco lasciamo il resto e concentriamoci su questo punto: l'ultimo anno del liceo. Ce lo ricordiamo tutti... magari dilatiamo qualche dettaglio per coprire qualche vuoto e piatto giorno ma siamo abbastanza nostalgici per farlo diventare un periodo fantastico. Un eden inirragiungibile. Siamo abbastanza teste tonde da aver già idealizzato i pochi anni che ci siamo lasciati alle spalle... Abbiamo filtrato i ricordi e alla fine c'è rimasto il Liceo, lì a sfavillare come se fosse stato chissà che cosa... E se ci fermiamo un minuto a pensare siamo abbastanza onesti da dire che la preferenza è motivata.
Durante il quinquennio liceale cazzeggiavamo come abbiamo cazzeggiato e come cazzeggeremo per il resto della vita ma per la prima volta era un cazzeggio consapevole. E scusate se è poco. Gli anni della fanciullezza sono lì, intrappolati nei rettangoli lucidi della kodak ma mancava la consapevolezza. Mettetevi sta parola e schiacciate il loop. Ecco, ripetete con me: consapevolezza.


Bella parola, veramente bella. Tutti i bei ricordi son tali solo perchè eravamo già consapevoli che ci aspettavano i doveri e, consapevolmente, li lasciavamo lì. Sfilze di compiti restavano solo scarabocchi sulle righe del diario e bastava poco per fuggire via da lì. Al ragazzino in braghe corte del dopoguerra bastava carta e spago e lanciare un aquilone nel cielo... A noi era sufficiente avere il telecomando tra le mani, un pallone tra i piedi... E siamo cresciuti, tutti qui a dire che prima andava meglio. Bubbole. Bubbole. Bubbole. Continuo la cavalcata, seguitemi. E piano piano il liceo è finito. E siamo finiti all'Università. Ecco. Altro snodo fondamentale. La tv qui ci ha educati male per svariate ragioni: 1)il sistema scolastico dei vari e avariati telefilm cult era totalmente diverso dal nostro. Loro avevano i colleges e le confraternite. Noi se ci finiva bene avevamo giusto giusto le aule e un banco e uno spiazzo d'erba.
2)Nei telefilm non studiava mai nessuno. Come d'altronde nessuno espletava le sue funzioni corporali. La seconda ci veniva difficile ma la prima notazione era fin troppo facile.


Basta con l'elenco puntato, ritorniamo alla magica parola: consapevolezza. La scelta universitaria era la prima scelta consapevole. Come il cazzeggio assume un altro gusto perché sono io che, pur avendo qualcosa da fare, volontariamente non la faccio, allo stesso modo la scelta universitaria doveva essere la prima scelta degna di tale nome. è andata come è andata. Voi dite e tutta sta pippa che c'entra con la politica? C'entra,
c'entra: assumete un altro punto di vista. Tutti i programmi televisivi che ci hanno trifolato il cervello erano trasmessi da un network ben definito. Ai tempi era la Fininvest... Fate due più due e capite che Emilio Fede o no, il biscione è al potere anche per colpa nostra. E la cosa più preoccupante è che noi un giorno nascerà il figlio di una generazione tirata su con i Pokemon, senza la dirittura morale di Candy Candy e la lealtà di Holly e Benji.


Ritornando all'incipit: questi sono gli anni più difficili. Si liquidano presto con una didascalia in un fumetto, con lo stacco tra prima e seconda parte in un romanzo, nella fine del primo tempo al cinema. Noi dobbiamo viverli. 

La stanza 101


La descrizione di un attimo. La ascolto mentre scrivo. Eh, già, la descrizione di un attimo è stata la prima cosa pensata nel rivedere te e tutta l'allegra combriccola col cervello ancora più trifolato, molta più barba, meno illusioni e più disamori nelle dita.
Ma quale attimo mi hai ricordato?
Troppi e tutti assieme. L'altra notte ti pensavo, capita spesso quando l'unica voce nella notte è quella dello scaldabagno. Ci sono notti che il letto a due piazze è troppo grande, anche per i ricordi. Il presente non esisteva. C'ero io e c'eri tu, ci bastava. E pensavo che magari potevo diventare Qualcuno e avere almeno tre cani e sei gatti e vedere crescere loro e noi su una spiaggia greca, sì una casa in Grecia, a respirare la stessa aria di Platone, di Socrate, di Omero... Vivevo di immagini e di tramonti starnutiti sulla terra solo per noi.
Sì, l'altra notte era troppo vuoto il letto. Mi perdo ancora a Palermo e voglio girare il mondo con l'infinito che mi mastica il futuro. Non leggo più tanti libri, ne leggo abbastanza per riempire un'altra riga del libretto universitario, mancano una manciata di materie e poi sarò pronto per la depressione da disoccupato. Bacerò un'altra donna e cercherò ancora i tuoi occhi, avrò abbastanza da dire?
Amo le canzoni dei Beatles solo se le cantano i Beatles, amo quella sfumatura di occhi solo nei tuoi occhi. E' già notte, dalle vertebre della serranda arriva la luce gialla dei lampioni. Penso sempre a questa prospettiva: un futuro post-apocalittico. E io sono uno degli ultimi sopravissuti, non importa il perché, io sono lì, padrone di un mondo che è solo un cimitero. Sono lì, libero, con le mie ancore metafisiche che arrugginiscono in successione. Sono lì e tu sei morta. Ti vengo a trovare spesso nella nostra collina, ti ho seppellito qui, sotto il ciliegio. Guarda: ci sono ancora le nostre iniziali. Le avevo incise una domenica pomeriggio che ero scivolato qui in preda ad un attacco maxi di romanticume. Pensavo di amarti. Lo credevo possibile. Una volta ancora stavo contorcendomi in sparute riflessioni invece di lasciarmi andare. Il mio errore è sempre stato lo stesso: sono un dannato cartesiano, mi rompo la testa con sofismi ed invece di vivere penso al come e ai perché della vita.
Saltello spogliando il contorno del mondo e mi restano in mano solo le bucce, scivolano via le illusioni ed ecco che cosa ho guadagnato: un deserto. Anche l'attualità mi aiuta. Ecco l'ennesima guerra. Dio fa le pulizie di primavera. Dicono che la sovrappopolazione è un problema e tutti lì terrorizzati quando il Grande Inquisitore spegne le nostre candele. Scivolo via nelle strade deserte, ci sono lapidi dovunque ma le voci si sono zittite, non è più la danza macabra, la falce arrugginita ha smesso di scintillare. Sono nel nostro letto, solo. Non siamo a Spoon River. Mondi nuovi e vecchi muoiono di continuo.


Sono qui, ancora più solo.
Ho le tue lettere, le ho sempre tenute con molta cura. Non ti ho mai risposto perché pensavo che bastava lo sguardo per farti capire che...cosa dovevo farti capire? Già non ci capivo nulla io e addirittura volevo spiegare qualcosa a te? M'ero illuso. Stavo rileggendole. Ecco qui è quella che mi hai scritto dopo che avevi letto 1984 di Orwell. Mi chiedevi cosa c'era nella stanza 101. Nella nostra stanza 101. Tutti sanno cosa c'è nella stanza 101. Ci sono le nostre paure più nere e profonde, le paure che ci fanno tradire ogni convinzione per restare vivi e per cullare per il resto del tempo il rimorso. Nella mia 101 ci sei tu. Tu che mi chiedi di amarti, tu che mi chiedi di mettere da parte i libri e le citazioni per essere almeno una volta solo io. Con tutto quello che questo significa. Ci ho provato a spogliarmi della cappa ideologica in cui ci hanno avvolto, ho filato il mio bozzolo con ardore e alla fine era vuoto.

venerdì 4 giugno 2004

Cirano (F. Guccini)


Venite pure avanti, voi con il naso corto, signori imbellettati, io più non vi sopporto,
infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio perchè con questa spada vi uccido quando voglio.


Venite pure avanti poeti sgangherati, inutili cantanti di giorni sciagurati,
buffoni che campate di versi senza forza avrete soldi e gloria, ma non avete scorza;
godetevi il successo, godete finchè dura, che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura
e andate chissà dove per non pagar le tasse col ghigno e l' ignoranza dei primi della classe.
Io sono solo un povero cadetto di Guascogna, però non la sopporto la gente che non sogna.
Gli orpelli? L'arrivismo? All' amo non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!


Facciamola finita, venite tutti avanti nuovi protagonisti, politici rampanti,
venite portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false
che avete spesso fatto del qualunquismo un arte, coraggio liberisti, buttate giù le carte
tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese in questo benedetto, assurdo bel paese.
Non me ne frega niente se anch' io sono sbagliato, spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato;
coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!


Ma quando sono solo con questo naso al piede
che almeno di mezz' ora da sempre mi precede
si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore
che a me è quasi proibito il sogno di un amore;
non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute,
per colpa o per destino le donne le ho perdute
e quando sento il peso d' essere sempre solo
mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo,
ma dentro di me sento che il grande amore esiste,
amo senza peccato, amo, ma sono triste
perchè Rossana è bella, siamo così diversi,
a parlarle non riesco: le parlerò coi versi, le parlerò coi versi...


Venite gente vuota, facciamola finita, voi preti che vendete a tutti un' altra vita;
se c'è, come voi dite, un Dio nell' infinito, guardatevi nel cuore, l' avete già tradito
e voi materialisti, col vostro chiodo fisso, che Dio è morto e l' uomo è solo in questo abisso,
le verità cercate per terra, da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali;
tornate a casa nani, levatevi davanti, per la mia rabbia enorme mi servono giganti.
Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!


Io tocco i miei nemici col naso e con la spada,
ma in questa vita oggi non trovo più la strada.
Non voglio rassegnarmi ad essere cattivo,
tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo:
dev' esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto
dove non soffriremo e tutto sarà giusto.
Non ridere, ti prego, di queste mie parole,
io sono solo un' ombra e tu, Rossana, il sole,
ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora
ed io non mi nascondo sotto la tua dimora
perchè oramai lo sento, non ho sofferto invano,
se mi ami come sono, per sempre tuo, per sempre tuo, per sempre tuo...Cirano

Cirano (F. Guccini)


Venite pure avanti, voi con il naso corto, signori imbellettati, io più non vi sopporto,
infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio perchè con questa spada vi uccido quando voglio.


Venite pure avanti poeti sgangherati, inutili cantanti di giorni sciagurati,
buffoni che campate di versi senza forza avrete soldi e gloria, ma non avete scorza;
godetevi il successo, godete finchè dura, che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura
e andate chissà dove per non pagar le tasse col ghigno e l' ignoranza dei primi della classe.
Io sono solo un povero cadetto di Guascogna, però non la sopporto la gente che non sogna.
Gli orpelli? L'arrivismo? All' amo non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!


Facciamola finita, venite tutti avanti nuovi protagonisti, politici rampanti,
venite portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false
che avete spesso fatto del qualunquismo un arte, coraggio liberisti, buttate giù le carte
tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese in questo benedetto, assurdo bel paese.
Non me ne frega niente se anch' io sono sbagliato, spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato;
coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!


Ma quando sono solo con questo naso al piede
che almeno di mezz' ora da sempre mi precede
si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore
che a me è quasi proibito il sogno di un amore;
non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute,
per colpa o per destino le donne le ho perdute
e quando sento il peso d' essere sempre solo
mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo,
ma dentro di me sento che il grande amore esiste,
amo senza peccato, amo, ma sono triste
perchè Rossana è bella, siamo così diversi,
a parlarle non riesco: le parlerò coi versi, le parlerò coi versi...


Venite gente vuota, facciamola finita, voi preti che vendete a tutti un' altra vita;
se c'è, come voi dite, un Dio nell' infinito, guardatevi nel cuore, l' avete già tradito
e voi materialisti, col vostro chiodo fisso, che Dio è morto e l' uomo è solo in questo abisso,
le verità cercate per terra, da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali;
tornate a casa nani, levatevi davanti, per la mia rabbia enorme mi servono giganti.
Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!


Io tocco i miei nemici col naso e con la spada,
ma in questa vita oggi non trovo più la strada.
Non voglio rassegnarmi ad essere cattivo,
tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo:
dev' esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto
dove non soffriremo e tutto sarà giusto.
Non ridere, ti prego, di queste mie parole,
io sono solo un' ombra e tu, Rossana, il sole,
ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora
ed io non mi nascondo sotto la tua dimora
perchè oramai lo sento, non ho sofferto invano,
se mi ami come sono, per sempre tuo, per sempre tuo, per sempre tuo...Cirano

giovedì 3 giugno 2004

la pozzanghera

Se desidero un'acqua d'Europa, è la pozzanghera
nera e gelida, quando, nell'ora del crepuscolo,
un bimbo malinconico abbandona, in ginocchio,
un battello leggero come farfalla a maggio.


Rimbaud, Il battello ebbro



Il treno sui binari sdentati l'ha lasciato alla stazione. Scende e s'accende una sigaretta, la scaglierà sul secondo marciapiede e la calpesterà. Lo fa sempre. Si guarda la faccia nel riflesso della vetrina, la vede troppo bianca tra le cosce di due manichini nudi. Cammina e la borsa di pelle gli cigola a ogni passo. Pensa che tutto si può aggiustare, basta non risparmiare sulla colla. Lui l'ha fatto una volta e s'è ritrovato in mano un anello in più e una fidanzata in meno.
Pagò sei euro alla cassiera della lavanderia e con la busta sottobraccio s'incamminò verso casa. Arrivato, infilò la chiave nella toppa, salì le scale spogliandosi gradino dopo gradino e, arrivato in bagno, si fece una doccia con due strofinate abbondanti di felce azzurra e due shampate con l'antiforfora della fructis e tutti i suoi acidi di frutta. Quello doveva essere un giorno da ricordare.


Si spazzolò i capelli e il risultato non lo lasciò soddisfatto, chiamò la sorella e se li fece acconciare da lei che si muoveva bene con spume, phon e noci di gel. Lo specchio gli mandava la sua solita faccia da minchione, tra la barbetta che si ostinava a non rasare c'era pure quell'accenno di sorriso che conservava solo per le grandi occasioni. Si lavò la barba e ci ripensò e lesto spacchettò il mach 3 che la madre gli aveva regalato a Natale. Le tre lame gli lasciarono sulla faccia solo due basette regolamentari, appena due centimetri sotto i lobi, secondo i suggerimenti del pater familias. Completò l'operazioni tagliuzzandosi in dodici punti asimmetrici e si sciacquò con il dopobarba Axe africa, che faceva pendant con il deodorante per i cespugli ascellari. Una dopo l'altra le lentine sgocciolate e spizzicate gli s'appiccicarono sulle pupille, dopo solo dodici tentativi che comunque restavano sotto la media. Sul display della radiosveglia danzavano quattro cifre rosse, erano le 17,32: mancavano 4 ore. Aveva quattro ore, 240 minuti prima di prendere l'autostrada e ricordarsi al bar di via Oreto di prendere la prima a destra, subito la prima a sinistra e poi di nuovo a destra. Per non sudare si tolse la giacca e la rimise nella gruccia. Si accucciò sul divano bianco e allungando la mano programmò la ripetizione continua su CARA VALENTINA di Max Gazzè. Quella song l'adorava, era abbastanza piena di significato e d'ironia. Era la dodicesima volta che la risentiva e arrivò proprio sul ritornello il suono metallico del primo e unico esseemmeesse della giornata. Lei non poteva uscire e aveva usato tutt'e 160 caratteri per specificare che lui non doveva insistere. La ragazza con gli occhi color canguro non sarebbe salita sulla sua R4 quella sera. Lui non ci pensò poi tanto e si tolse le lentine, poi liberò il ciuffo dalla gabbia delle microfibre della cera ai frutti e s'impigiamò. La grande serata era sfumata, con un sorriso storto e incerto, scivolò la testa sui cuscini del divano e aspettò il sonno con Max Gazzè e tutte le sue saggezze.



L'aveva conosciuta per caso, come spesso capita. Era l'amica di un suo amico e, per quella tiritera di transitività, era anche sua amica. Non l'aveva mai capita quella cosa lì che gli amici dei suoi amici dovevano necessariamente essere pure suoi amici, c'erano questioni più importanti, o almeno ci dovevano pur essere problemi che meritavano d'essere chiamati tali. Quella serata lì era sgocciolata fiacca, a vedersi chiudere la porta dai bicipiti palestrati dei vari buttafuori tipici della fauna palermitana, quello sì che era un problema, sul serio: non puoi entrare al disco-pub se la tua comitiva non contiene una perfetta simmetria di fanciulle e boys, cioè, tu, in teoria, se sei già felicemente accoppiato, che cavolo ci vai fare al disco-pub? Tu, sempre su via teorica, vai al pub per trovare la donna della tua vita, se già te la porti da casa, che senso ha uscire il sabato per fare due ore di fila al botteghino?




La serata fiacca s'era spenta a Piazza Castelnuovo con la ragazza con gli occhi color canguro che teneva una conferenza alle luci che la giunta comunale in un impeto naif aveva fatto incastonare nel marciapiede. Stava lì, al centro della piazza, ad ululare alla luna e alle lucine che tutti, e precisava tutti, gli uomini erano privi, totalmente privi, di fantasia e della più elementare forma d'iniziativa. Lui l'ascoltava, con la sua faccia da minchione incorniciata da due basette che partivano dalle orecchie e arrivavano giù sino al sotto-mento. Le ragazze gli dicevano che era carino e nel dirlo usavano tutte le possibili sfumature che offriva il dizionario dei sinonimi, tanto, carino era e carino restava, lontano dodicimila anni luce dalla bellezza ideale di Brad Pitt e di tutte le sue fossette al posto giusto.


Il complesso d'inferiorità gliel'avevano trasmesso tutti i cartoni animati testosteronici che aveva subito nei suoi primi vent'anni: bastava alzare la T-shirt per operare un rapidissimo confronto con gli addominali di He-man, dell'uomo tigre I e II e di Superman. Lui era un caso irrimediabile, poteva passare la vita in palestra o sul letto a piegarsi come un portafoglio ma quei quadrettini sulla pancia non sarebbero mai arrivati. E lui, stoicamente, lo accettava. Ma non s'era mai sentito dire che a lui mancava fantasia e iniziativa, mai. S'accesero due sigarette con il resto della comitiva che già sonnecchiava sui sedili della seicento metallizzata e continuarono quell'inutile discussione sino alle 4, lui cozzava sempre e comunque contro i solidi argomenti che lei tirava su per supportare il nocciolo della sua teoria.



L' esseemmeesse era lapidario: lui non doveva insistere e non lo fece. Era sul divano bianco, già con la testa e giù sino al bacino infilato nel lenzuolo del sonno, ma con i piedi in bilico nella terra dei sogni si mise a ripensare a quella notte in treno... Gli altri dormivano dopo il concerto. Solo loro due erano usciti fuori dalla puzza della cuccetta, erano fuori a prendere un po' di ossigeno fresco per dimenticare l'aroma ortopedico quando il treno s'era fermato in quella stazione. Manco si leggeva il nome dello sperduto paesino in cui erano bloccati e il treno dondolava sui binari ad ogni alitata della bufera. Il vento cresceva d'intensità e tutti i lampioni si piegavano tenendosi stretta la loro lampadina da 400 watt. La bufera aveva la meglio su tutto ma non riusciva a spazzare via una piccola pozzanghera. Lei la guardava, entusiasta, e lui guardava lei.


- Guardala, è solo una piccola pozzanghera che fa sfoggio di sé sotto la luce gialla del lampione…è troppo bella, guardala: lotta contro qualcosa di più grande, vuole essere lei a decidere la sua esistenza -, poi il treno era ripartito riportandoli a Palermo con i loro rullini da sviluppare in rettangoli lucidi di ricordi.
Quella notte l'avevano vissuta assieme, con quella bella, piccola e tenace pozzanghera che presto sarebbe diventata un bellissimo ricordo. S'erano rivisti tra le sigarette e i corridoi della facoltà mentre lui aspettava le ultime gocce di caffè, imbambolato davanti al display della macchinetta. Lei era bella, lui la vedeva bellissima nella sua giacca di pelle rossa che le cigolava strusciandosi sui gomiti.


Era solo rinviata quella serata, lo sapeva. E nessuno gli avrebbe mai tolto quella notte in treno, l'aveva divisa solo con lei: la piccola pozzanghera li avrebbe uniti, per sempre.



la pozzanghera

Se desidero un'acqua d'Europa, è la pozzanghera
nera e gelida, quando, nell'ora del crepuscolo,
un bimbo malinconico abbandona, in ginocchio,
un battello leggero come farfalla a maggio.


Rimbaud, Il battello ebbro



Il treno sui binari sdentati l'ha lasciato alla stazione. Scende e s'accende una sigaretta, la scaglierà sul secondo marciapiede e la calpesterà. Lo fa sempre. Si guarda la faccia nel riflesso della vetrina, la vede troppo bianca tra le cosce di due manichini nudi. Cammina e la borsa di pelle gli cigola a ogni passo. Pensa che tutto si può aggiustare, basta non risparmiare sulla colla. Lui l'ha fatto una volta e s'è ritrovato in mano un anello in più e una fidanzata in meno.
Pagò sei euro alla cassiera della lavanderia e con la busta sottobraccio s'incamminò verso casa. Arrivato, infilò la chiave nella toppa, salì le scale spogliandosi gradino dopo gradino e, arrivato in bagno, si fece una doccia con due strofinate abbondanti di felce azzurra e due shampate con l'antiforfora della fructis e tutti i suoi acidi di frutta. Quello doveva essere un giorno da ricordare.


Si spazzolò i capelli e il risultato non lo lasciò soddisfatto, chiamò la sorella e se li fece acconciare da lei che si muoveva bene con spume, phon e noci di gel. Lo specchio gli mandava la sua solita faccia da minchione, tra la barbetta che si ostinava a non rasare c'era pure quell'accenno di sorriso che conservava solo per le grandi occasioni. Si lavò la barba e ci ripensò e lesto spacchettò il mach 3 che la madre gli aveva regalato a Natale. Le tre lame gli lasciarono sulla faccia solo due basette regolamentari, appena due centimetri sotto i lobi, secondo i suggerimenti del pater familias. Completò l'operazioni tagliuzzandosi in dodici punti asimmetrici e si sciacquò con il dopobarba Axe africa, che faceva pendant con il deodorante per i cespugli ascellari. Una dopo l'altra le lentine sgocciolate e spizzicate gli s'appiccicarono sulle pupille, dopo solo dodici tentativi che comunque restavano sotto la media. Sul display della radiosveglia danzavano quattro cifre rosse, erano le 17,32: mancavano 4 ore. Aveva quattro ore, 240 minuti prima di prendere l'autostrada e ricordarsi al bar di via Oreto di prendere la prima a destra, subito la prima a sinistra e poi di nuovo a destra. Per non sudare si tolse la giacca e la rimise nella gruccia. Si accucciò sul divano bianco e allungando la mano programmò la ripetizione continua su CARA VALENTINA di Max Gazzè. Quella song l'adorava, era abbastanza piena di significato e d'ironia. Era la dodicesima volta che la risentiva e arrivò proprio sul ritornello il suono metallico del primo e unico esseemmeesse della giornata. Lei non poteva uscire e aveva usato tutt'e 160 caratteri per specificare che lui non doveva insistere. La ragazza con gli occhi color canguro non sarebbe salita sulla sua R4 quella sera. Lui non ci pensò poi tanto e si tolse le lentine, poi liberò il ciuffo dalla gabbia delle microfibre della cera ai frutti e s'impigiamò. La grande serata era sfumata, con un sorriso storto e incerto, scivolò la testa sui cuscini del divano e aspettò il sonno con Max Gazzè e tutte le sue saggezze.



L'aveva conosciuta per caso, come spesso capita. Era l'amica di un suo amico e, per quella tiritera di transitività, era anche sua amica. Non l'aveva mai capita quella cosa lì che gli amici dei suoi amici dovevano necessariamente essere pure suoi amici, c'erano questioni più importanti, o almeno ci dovevano pur essere problemi che meritavano d'essere chiamati tali. Quella serata lì era sgocciolata fiacca, a vedersi chiudere la porta dai bicipiti palestrati dei vari buttafuori tipici della fauna palermitana, quello sì che era un problema, sul serio: non puoi entrare al disco-pub se la tua comitiva non contiene una perfetta simmetria di fanciulle e boys, cioè, tu, in teoria, se sei già felicemente accoppiato, che cavolo ci vai fare al disco-pub? Tu, sempre su via teorica, vai al pub per trovare la donna della tua vita, se già te la porti da casa, che senso ha uscire il sabato per fare due ore di fila al botteghino?




La serata fiacca s'era spenta a Piazza Castelnuovo con la ragazza con gli occhi color canguro che teneva una conferenza alle luci che la giunta comunale in un impeto naif aveva fatto incastonare nel marciapiede. Stava lì, al centro della piazza, ad ululare alla luna e alle lucine che tutti, e precisava tutti, gli uomini erano privi, totalmente privi, di fantasia e della più elementare forma d'iniziativa. Lui l'ascoltava, con la sua faccia da minchione incorniciata da due basette che partivano dalle orecchie e arrivavano giù sino al sotto-mento. Le ragazze gli dicevano che era carino e nel dirlo usavano tutte le possibili sfumature che offriva il dizionario dei sinonimi, tanto, carino era e carino restava, lontano dodicimila anni luce dalla bellezza ideale di Brad Pitt e di tutte le sue fossette al posto giusto.


Il complesso d'inferiorità gliel'avevano trasmesso tutti i cartoni animati testosteronici che aveva subito nei suoi primi vent'anni: bastava alzare la T-shirt per operare un rapidissimo confronto con gli addominali di He-man, dell'uomo tigre I e II e di Superman. Lui era un caso irrimediabile, poteva passare la vita in palestra o sul letto a piegarsi come un portafoglio ma quei quadrettini sulla pancia non sarebbero mai arrivati. E lui, stoicamente, lo accettava. Ma non s'era mai sentito dire che a lui mancava fantasia e iniziativa, mai. S'accesero due sigarette con il resto della comitiva che già sonnecchiava sui sedili della seicento metallizzata e continuarono quell'inutile discussione sino alle 4, lui cozzava sempre e comunque contro i solidi argomenti che lei tirava su per supportare il nocciolo della sua teoria.



L' esseemmeesse era lapidario: lui non doveva insistere e non lo fece. Era sul divano bianco, già con la testa e giù sino al bacino infilato nel lenzuolo del sonno, ma con i piedi in bilico nella terra dei sogni si mise a ripensare a quella notte in treno... Gli altri dormivano dopo il concerto. Solo loro due erano usciti fuori dalla puzza della cuccetta, erano fuori a prendere un po' di ossigeno fresco per dimenticare l'aroma ortopedico quando il treno s'era fermato in quella stazione. Manco si leggeva il nome dello sperduto paesino in cui erano bloccati e il treno dondolava sui binari ad ogni alitata della bufera. Il vento cresceva d'intensità e tutti i lampioni si piegavano tenendosi stretta la loro lampadina da 400 watt. La bufera aveva la meglio su tutto ma non riusciva a spazzare via una piccola pozzanghera. Lei la guardava, entusiasta, e lui guardava lei.


- Guardala, è solo una piccola pozzanghera che fa sfoggio di sé sotto la luce gialla del lampione…è troppo bella, guardala: lotta contro qualcosa di più grande, vuole essere lei a decidere la sua esistenza -, poi il treno era ripartito riportandoli a Palermo con i loro rullini da sviluppare in rettangoli lucidi di ricordi.
Quella notte l'avevano vissuta assieme, con quella bella, piccola e tenace pozzanghera che presto sarebbe diventata un bellissimo ricordo. S'erano rivisti tra le sigarette e i corridoi della facoltà mentre lui aspettava le ultime gocce di caffè, imbambolato davanti al display della macchinetta. Lei era bella, lui la vedeva bellissima nella sua giacca di pelle rossa che le cigolava strusciandosi sui gomiti.


Era solo rinviata quella serata, lo sapeva. E nessuno gli avrebbe mai tolto quella notte in treno, l'aveva divisa solo con lei: la piccola pozzanghera li avrebbe uniti, per sempre.