lunedì 8 agosto 2005

il primo giorno di scuola

Al primo giorno di scuola mi ci portò mio padre, quando ancora era maresciallo dei vigili urbani. Per non attirare critiche e note di demerito nel suo stato di servizio si fece mettere di turno alla mia scuola, per cinque anni di fila arrivavo a scuola nella Uno dei vigili.
Me lo ricordo, non volevo lasciare né la mano né il cappello bianco del mio papà, pure che mia madre mi aveva rimpinzato lo zainetto di Masters perché aveva letto che per mitigare il senso d'abbandono basta anche un solo giocattolo amato. E siccome è sempre meglio abbondare che mancare, ci mise tutta la mia collezione.

Io ero riluttante, giorno dopo giorno, all'asilo, la maestra arpia mi toglieva He Man e Skeletor e li buttava sopra il suo armadietto. Lo faceva perché lei aveva altri libri a guidare le sue azioni. Forse i suoi sacri testi le dicevano che i bambini devono subito abituarsi alla cattiveria del mondo. So solo che non ci volevo andare manco ammazzato all'asilo. Meno che mai volevo passare in prima.
E pure avevo studiato tanto per l'esame di primina, avevo superato un dettato su una barchetta di carta che sfuggiva a un vento maligno. Un dettato pieno di parole come becchettio, rollio, sciabordio...
Però il primo giorno andò bene, giocai con Tea e Antonio coi puzzle per cerebrolesi, quelli a dieci pezzoni macroscopici.

E mio padre, che m'aveva promesso sul suo distintivo che sarebbe tornato, mantenne la promessa. Mi riportò alla stazione dei vigili con la camionetta del nucleo infortunistica. E lì mi offrì un pezzo di pizza col prosciutto.

Dell'elementari mi ricordo un senso diffuso di serenità, almeno sino a quando non fecero la pesata pubblica degli infanti.
Sino alla terza elementare ero peso forma. Manco un grammo di grasso.
Poi pero' mia sorella ingrassò, e io che ero il suo paggio fedele la seguii. Mi mandava pomeriggio dopo pomeriggio all'emporio della Signora Margherita a comprare gli Yonkers e i Fonzies. E poi ce li mangiavamo felici, davanti alla Tv.
Proprio come Bart e Lisa quando si calano Grattachecca e Fichetto.

All'ombra di mia sorella sono cresciuto in anni, saggezza e diametro del girovita. Sino a pesare 60 chili in quinta elementare.
Mi ricordo Michele, il malacarne che si vestiva ogni Carnevale sempre da Punk - bella forza: una maglietta sfardata e un jeans macchiato e una cicatrice storta fatta col rossetto della mamma! - che s'arrampica per sbirciare nella finestrella dove il medico mi pesa e mi misura la pancia e le cosce. E poi dice a tutti il mio peso. Volevo semplicemente sparire.

il primo giorno di scuola

Al primo giorno di scuola mi ci portò mio padre, quando ancora era maresciallo dei vigili urbani. Per non attirare critiche e note di demerito nel suo stato di servizio si fece mettere di turno alla mia scuola, per cinque anni di fila arrivavo a scuola nella Uno dei vigili.
Me lo ricordo, non volevo lasciare né la mano né il cappello bianco del mio papà, pure che mia madre mi aveva rimpinzato lo zainetto di Masters perché aveva letto che per mitigare il senso d'abbandono basta anche un solo giocattolo amato. E siccome è sempre meglio abbondare che mancare, ci mise tutta la mia collezione.

Io ero riluttante, giorno dopo giorno, all'asilo, la maestra arpia mi toglieva He Man e Skeletor e li buttava sopra il suo armadietto. Lo faceva perché lei aveva altri libri a guidare le sue azioni. Forse i suoi sacri testi le dicevano che i bambini devono subito abituarsi alla cattiveria del mondo. So solo che non ci volevo andare manco ammazzato all'asilo. Meno che mai volevo passare in prima.
E pure avevo studiato tanto per l'esame di primina, avevo superato un dettato su una barchetta di carta che sfuggiva a un vento maligno. Un dettato pieno di parole come becchettio, rollio, sciabordio...
Però il primo giorno andò bene, giocai con Tea e Antonio coi puzzle per cerebrolesi, quelli a dieci pezzoni macroscopici.

E mio padre, che m'aveva promesso sul suo distintivo che sarebbe tornato, mantenne la promessa. Mi riportò alla stazione dei vigili con la camionetta del nucleo infortunistica. E lì mi offrì un pezzo di pizza col prosciutto.

Dell'elementari mi ricordo un senso diffuso di serenità, almeno sino a quando non fecero la pesata pubblica degli infanti.
Sino alla terza elementare ero peso forma. Manco un grammo di grasso.
Poi pero' mia sorella ingrassò, e io che ero il suo paggio fedele la seguii. Mi mandava pomeriggio dopo pomeriggio all'emporio della Signora Margherita a comprare gli Yonkers e i Fonzies. E poi ce li mangiavamo felici, davanti alla Tv.
Proprio come Bart e Lisa quando si calano Grattachecca e Fichetto.

All'ombra di mia sorella sono cresciuto in anni, saggezza e diametro del girovita. Sino a pesare 60 chili in quinta elementare.
Mi ricordo Michele, il malacarne che si vestiva ogni Carnevale sempre da Punk - bella forza: una maglietta sfardata e un jeans macchiato e una cicatrice storta fatta col rossetto della mamma! - che s'arrampica per sbirciare nella finestrella dove il medico mi pesa e mi misura la pancia e le cosce. E poi dice a tutti il mio peso. Volevo semplicemente sparire.

domenica 7 agosto 2005

il posto delle cucuzze

Mariuzzu e Marilù si conobbero grazie ad una zampata del destino che qui si arrota le unghia sui sogni degli innamorati. Dicono i vecchi che l'amore è l'unica cosa che ci salva, che smuove montagne e ti fa aspettare un altro maggio sul calendario. Mariuzzu le sparava grosse, così grosse che manco dovevi fare lo sforzo di tentare di credergli, però erano fesserie innocue, giganteschi palazzi di minchiate che satellitavano sempre più lontani dalla verità. E filavano giorni e minchiate, tutti e due, innamorati e gonfi di piccole piccole menzognuzze sempre più leggere.
Un giorno di novembre, il cugino di Mariuzzu incontrò Marilù e una sua amica al mercato del pesce. Lui cercava un tonnareddo da fare a tutto dentro, lei una spatola da digerire prima dei consueti due giorni che richiede la tonnina o qualunque altro pesce ammuddicato.
Il cugino si chiamava Ninuzzo, e l'amica di Marilù, che era bella come una promessa mantenuta, non lo voleva conoscere manco ammazzata, già s'era saziata dei cugini passati. Perché qui funziona così, appena ti fai zita cerchi di espandere la tua influenza nella famiglia in cui sei entrata intessendo una ragnatela di parentele confluenti.
E così Carmelina s'era assuppata più serate untuose del mocio vileda di Don Ciccio che risaliva al sessantasei, quando Don Ciccio era andato a dare una mano agli angeli del fango col suo fedele mocio.
Carmelina sazia e confusa dalla bellezza di Ninuzzu decise in un frammento di secondo: quello era l'uomo della sua vita.

Capitelo, picciutteddi! Sono e saranno sempre le fimmine a decidere. Fateci caso, tutte le figure influenti della mitologia sono femmine: Giove Pluvio può scagliare fulmini e saette tra i nembi dell'Olimpo ma basta che a Giunone acchiana la gelosia che Giove ha poco che discutere. E così via, Venere tiene le fila del mondo. E Ninuzzu chi era per opporsi alla freccia d'amore intinta? Si innamorò pure lui e fece la strada dal mercato ittico a casa ripetendo quel nome appena conosciuto, accarezzando il ricordo fresco fresco di quegli occhi di cielo e di mare, quei capelli ricci come i tentacoli di un purpiceddo duci duci.
Mariuzzu ci mise la sua, disse che era stato lui a lavorare nell'ombra. Che l'aveva capito subito che Carmelina e Ninuzzu si sarebbero piaciuti subito. Grattando tra le fissarie, Ninuzzu venne a sapere che l'amato cuginetto prima aveva proposto Carmelina a tutti i suoi amici, da Alfredo a Zosimo. Ma Carmelina che era donna oculata, ricciuta e lungimirante aveva subito capito di che pasta erano fatti i compari di Mariuzzu. Gente buona solo a tirar tardi all'osteria, capaci di consumare interi patrimoni per la festa del patrono giocando alla zecchinetta.
Ninuzzu era diverso. Aveva gli occhi di picciriddu, gli occhi di chi ancora si meraviglia quando un aquilone si alza in cielo, gli occhi veri di chi non ha mai smesso di sperare.

E così consarono la serata. Ninuzzu si preparò per bene, s'accuzzò la zazzera proletaria e si pulì pure le orecchie con due coton fioc nuovi, scansando l'arte del riciclo a cui l'aveva abituato suo padre. Pigliarono la lapa di Ninuzzu e correndo lungo le curve della statale arrivarono nella bella sera di Palermo con Marilù e Carmelina che aspettavano in un angolo ben illuminato di Piazza Indipendenza. Se ne andarono al cinema tutti e quattro. Carmelina parlava e parlava, Ninuzzu si beveva quel nettare di parole e sorrisi, pareva che non avesse fatto nient'altro che aspettare Carmelina da tutta una vita. E magari era pure vero.

Di altre donne si perse la memoria, si sentiva di nuovo Adamo e in quel giardino c'era lui e Carmelina, pure la serpe tentatrice se n'era andata. Capita così quando sei innamorato, pure in mezzo al traffico, tra le grida e le bestemmie vedi e senti solo lei. Voleva spremersi un po’ la faccia per vedere s'era vero. Se quella donna stava parlando proprio con lui. Si sentiva tutto un rigurgito d'amore, avrebbe pure baciato il culo peloso di Mariuzzo da quanto bene si sentiva.

E il primo appuntamento si spense piano piano, cicaleggiavano in doppia coppia. Con Mariuzzu che solleticava il piloro di Marilù cacciandole in bocca la lingua con tutto il radicone e Carmelina che sembrava ancora più bella di quando teneva sotto l'ascella la spatola.
Poi cadde la scala e tutto subì un imprevista accelerata. Perché quando l'amore arriva mica che suona il campanello, no, ti entra dentro a colpi d'ariete, ti butta giù ogni resistenza. Puoi solo affogare in quel mare di miele e lasciare che Venere nuoti felice.

Era chiaro: Ninuzzu e Carmelina erano reciprocamente cotti. Arrostiti per bene dai dardi dell'amore architettarono su come rivedersi.
Venerdì s'erano incontrati in pescheria, domenica erano stati al cinema, ci voleva qualche altro set in cui incrociare finalmente lingue e destini.
Venne loro incontro la dea Cozza, il mitile olimpico che protegge tutte le donne che hanno un bel cervello ma la faccia capace di attirare solo le cacche di uccelli in volo. La dea Cozza scelse di spingere nel limbo nero della notte della non speranza una delle sue vestali, Lisetta, che tutti conoscevano come Occhi di Purpu per un difetto alle palpebre che la faceva assomigliare a un quadro di Picasso venuto male.
Lisetta era stracotta di Ninuzzu ma nel cuore di Ninuzzu campeggiava solo e soltanto Carmelina.
La mortadella che ricopre gli occhi di tutti gli innamorati non corrisposti si andava ad aggiungere al difetto palpebrale, un cocktail micidiale.
Lisetta invitò alla festa per il suo trentaduesimo compleanno Ninuzzu e Mariuzzu. Mariuzzu naturalmente poteva portare Marilù e di conseguenza anche Carmelina.

Ninuzzu aveva deciso. Non sapeva manco il cognome di Carmelina, né tanto meno il suo numero di telefono, però sapeva bene che quella sera i loro destini si sarebbero saldati assieme.
La dea Cozza, intamata come le sue assistite, si mosse a pietà. Cercò di ritardare la disfatta della sua Lisetta. Ma Venere e Amore adorano le cozze scoppiate e agirono di conseguenza. Così, per insugare la faccenda.

La lapa di Ninuzzu era posteggiata in un magazzino diroccato che pareva quello in cui era stata ammucciata l'arca dell'alleanza nel primo Indiana Jones.
Mariuzzu, che aveva l'ormone a mille, aiutò Ninuzzo a tirar fuori il loro mezzo di locomozione ma giusto giusto una corda impigliata nella lapa aggangò la scala che serviva per salire nel soppalco. La scala cadde e aprì la fronte di Mariuzzu, era una ferituzza nica nica, meno di un graffio di gatto ma nella mente di Mariuzzu quel graffio divenne una ferita mortale.
Perché a Mariuzzu le minchiate sgorgavano spontanee come acqua sorgiva. Ninuzzu premette tutto l'acceleratore, posteggiò dove poteva posteggiarsi solo le autoambulanze e portò in braccio Mariuzzu al pronto soccorso.
Il medico ricucì lo strappo, Marilù fu costantemente aggiornata e alla fine Mariuzzu poté riabbracciarla vomitandole il consueto vagone di minchiate.

In tutto questo Lisetta aspettava a casuzza sua, con le sue amiche, cozze quasi quanto lei. Aspettava Ninuzzu tagliuzzando tonno che spalmava su toast già muffuti. La birra era calda come pisciazza e la serata era partita stitica.
Poi arrivarono Ninuzzo, suo cugino e le loro dame. A Lisetta si spezzò il cuore al primo sguardo. Perché dietro quegli occhi a palla c'era un cervello fino fino.
Pianse sulla tortazza a forma di coniglione e tutti mangiarono panna, zabaione e lacrime.

Ninuzzu non aspettò la torta, prese la mano di Carmelina e sotto casa di Lisetta, ispirato da una pioggerellina leggia leggia la baciò.
Carmelina non attendeva altro, mise la turbina alla sua linguetta di pesca e si baciarono sino a che Mariuzzu e Marilù dissero che forse era meglio spostarsi da lì, dato che già erano arrivati i pompieri col telone per evitare che Lisetta si spiaccicasse al suolo.
Ninuzzu seguì il consiglio di Mariuzzu e si spostò prima che Lisetta sfondasse l'asfalto con le sue coscione grosse come polene di vecchi galeoni.
Carmelina lo guardava estasiato, perché certe cose si sentono dentro. Lo senti davvero che la felicità ti tracima fuori, ti senti bene come quando tua madre ti permetteva di ripulire la ciotola dall'impasto della torta al cioccolato.
Certo, non sarebbero mancati i momenti bui. Perché la vita o è avariata o è varia.

Ninuzzu faceva il lavoratore socialmente utile alla Biblioteca Comunale e passava la grande maggioranza del tempo a leggere.
Leggeva di tutto, poesia e prosa, saggi e disagi. Da un po’ di tempo la poesia gli era entrata nel cuore. Se la sentiva gorgogliare dentro, proprio come faceva lo stomachino di Carmelina che mangiava lenta lenta come una mandria di lumache ma digeriva più veloce di uno stormo di aquile.
Aveva letto di un poeta greco che parlava di Itaca, di ricordi di zaffiro e dell'arrivo dei Barbari.
Ecco, proprio la poesia dei Barbari gli era entrata dentro, gli dettava dentro quello che aveva sempre cercato di mettere a fuoco.
Quello che capita a tutti, per anni accarezziamo una sensazione, così soffusa che ci accompagna sempre discreta. La sentiamo ma non riusciamo a metterla a fuoco perché ci mancano le parole esatte per imbrigliarla.
Ecco, con quel poeta greco Ninuzzo aveva trovato la rete per catturare quel concetto. Nel suo paesino tutta una vita aspetti che qualcuno arrivi, lo fai per non dedicarti davvero a nessuna occupazione. Tampasii, così, metti turaccioli di finte occupazioni, inizi milioni di progettucoli senza concluderne manco mezzo.
Come quel paese che aspettava i Barbari perché almeno erano una soluzione, gli permettevano di continuare a vivacchiare.

Con Carmelina era la prima volta che si sentiva di potersi impegnare sul serio. Perché puoi stare tutta la vita in mezzo alla gente e sentirti più solo del lampionaio che commosse il Piccolo Principe nei suoi viaggi interplanetari.
L'amicizia, quella vera, svapora presto. Lampeggia in alcuni momenti e poi si ritira, scoppia al sole come le cicale. Ma l'amore no. Se trovi la tua metà non ti sentirai mai solo.
Le stesse parole gliele ripeté qualche tempo dopo la madre di Carmelina.
Uguali, e capì che si somigliano davvero solo gli amori che si meritano la maiuscola.
Quelli destinati a chi ci crede che la speranza colora una vita.
Che piuttosto che aspettare impotenti i Barbari si possono costruire mura più solide, spade più taglienti.

Mariuzzu finì a fare il politico e Marilù traghettò con lui nel mondo degli adulti, quello fatto di piccole verità annacquate di più o meno grosse bugie. Però l'unica cosa importante era che Mariuzzu amava sul serio Marilù. E cosa c'è di più bello?
Lisetta fuggì con il figlio di Mommo il Cornuto che faceva il camionista. Con lui fu felice, si mise a contrabbandare sigarette e cogli introiti si rifece le palpebre e una mezza rimonta.

E Ninuzzu mantenne l'unica promessa per cui si sentiva pronto: amò Carmelina di un amore bello e vario. Non ci fu monotonia, annaffiarono ogni giorno la meraviglia che li aveva avvicinati tra le spatole e i tonnareddi. Vissero bene, fecero una nidiata di picciriddi e uno ci venne coi capelli rossi e ricci, lo chiamarono Giannuzzu e passò alla storia come il più grosso cacciapalle della Sicilia Orientale.

Perché mica che solo Mariuzzu le sapeva sganciare grosse...

il posto delle cucuzze

Mariuzzu e Marilù si conobbero grazie ad una zampata del destino che qui si arrota le unghia sui sogni degli innamorati. Dicono i vecchi che l'amore è l'unica cosa che ci salva, che smuove montagne e ti fa aspettare un altro maggio sul calendario. Mariuzzu le sparava grosse, così grosse che manco dovevi fare lo sforzo di tentare di credergli, però erano fesserie innocue, giganteschi palazzi di minchiate che satellitavano sempre più lontani dalla verità. E filavano giorni e minchiate, tutti e due, innamorati e gonfi di piccole piccole menzognuzze sempre più leggere.
Un giorno di novembre, il cugino di Mariuzzu incontrò Marilù e una sua amica al mercato del pesce. Lui cercava un tonnareddo da fare a tutto dentro, lei una spatola da digerire prima dei consueti due giorni che richiede la tonnina o qualunque altro pesce ammuddicato.
Il cugino si chiamava Ninuzzo, e l'amica di Marilù, che era bella come una promessa mantenuta, non lo voleva conoscere manco ammazzata, già s'era saziata dei cugini passati. Perché qui funziona così, appena ti fai zita cerchi di espandere la tua influenza nella famiglia in cui sei entrata intessendo una ragnatela di parentele confluenti.
E così Carmelina s'era assuppata più serate untuose del mocio vileda di Don Ciccio che risaliva al sessantasei, quando Don Ciccio era andato a dare una mano agli angeli del fango col suo fedele mocio.
Carmelina sazia e confusa dalla bellezza di Ninuzzu decise in un frammento di secondo: quello era l'uomo della sua vita.

Capitelo, picciutteddi! Sono e saranno sempre le fimmine a decidere. Fateci caso, tutte le figure influenti della mitologia sono femmine: Giove Pluvio può scagliare fulmini e saette tra i nembi dell'Olimpo ma basta che a Giunone acchiana la gelosia che Giove ha poco che discutere. E così via, Venere tiene le fila del mondo. E Ninuzzu chi era per opporsi alla freccia d'amore intinta? Si innamorò pure lui e fece la strada dal mercato ittico a casa ripetendo quel nome appena conosciuto, accarezzando il ricordo fresco fresco di quegli occhi di cielo e di mare, quei capelli ricci come i tentacoli di un purpiceddo duci duci.
Mariuzzu ci mise la sua, disse che era stato lui a lavorare nell'ombra. Che l'aveva capito subito che Carmelina e Ninuzzu si sarebbero piaciuti subito. Grattando tra le fissarie, Ninuzzu venne a sapere che l'amato cuginetto prima aveva proposto Carmelina a tutti i suoi amici, da Alfredo a Zosimo. Ma Carmelina che era donna oculata, ricciuta e lungimirante aveva subito capito di che pasta erano fatti i compari di Mariuzzu. Gente buona solo a tirar tardi all'osteria, capaci di consumare interi patrimoni per la festa del patrono giocando alla zecchinetta.
Ninuzzu era diverso. Aveva gli occhi di picciriddu, gli occhi di chi ancora si meraviglia quando un aquilone si alza in cielo, gli occhi veri di chi non ha mai smesso di sperare.

E così consarono la serata. Ninuzzu si preparò per bene, s'accuzzò la zazzera proletaria e si pulì pure le orecchie con due coton fioc nuovi, scansando l'arte del riciclo a cui l'aveva abituato suo padre. Pigliarono la lapa di Ninuzzu e correndo lungo le curve della statale arrivarono nella bella sera di Palermo con Marilù e Carmelina che aspettavano in un angolo ben illuminato di Piazza Indipendenza. Se ne andarono al cinema tutti e quattro. Carmelina parlava e parlava, Ninuzzu si beveva quel nettare di parole e sorrisi, pareva che non avesse fatto nient'altro che aspettare Carmelina da tutta una vita. E magari era pure vero.

Di altre donne si perse la memoria, si sentiva di nuovo Adamo e in quel giardino c'era lui e Carmelina, pure la serpe tentatrice se n'era andata. Capita così quando sei innamorato, pure in mezzo al traffico, tra le grida e le bestemmie vedi e senti solo lei. Voleva spremersi un po’ la faccia per vedere s'era vero. Se quella donna stava parlando proprio con lui. Si sentiva tutto un rigurgito d'amore, avrebbe pure baciato il culo peloso di Mariuzzo da quanto bene si sentiva.

E il primo appuntamento si spense piano piano, cicaleggiavano in doppia coppia. Con Mariuzzu che solleticava il piloro di Marilù cacciandole in bocca la lingua con tutto il radicone e Carmelina che sembrava ancora più bella di quando teneva sotto l'ascella la spatola.
Poi cadde la scala e tutto subì un imprevista accelerata. Perché quando l'amore arriva mica che suona il campanello, no, ti entra dentro a colpi d'ariete, ti butta giù ogni resistenza. Puoi solo affogare in quel mare di miele e lasciare che Venere nuoti felice.

Era chiaro: Ninuzzu e Carmelina erano reciprocamente cotti. Arrostiti per bene dai dardi dell'amore architettarono su come rivedersi.
Venerdì s'erano incontrati in pescheria, domenica erano stati al cinema, ci voleva qualche altro set in cui incrociare finalmente lingue e destini.
Venne loro incontro la dea Cozza, il mitile olimpico che protegge tutte le donne che hanno un bel cervello ma la faccia capace di attirare solo le cacche di uccelli in volo. La dea Cozza scelse di spingere nel limbo nero della notte della non speranza una delle sue vestali, Lisetta, che tutti conoscevano come Occhi di Purpu per un difetto alle palpebre che la faceva assomigliare a un quadro di Picasso venuto male.
Lisetta era stracotta di Ninuzzu ma nel cuore di Ninuzzu campeggiava solo e soltanto Carmelina.
La mortadella che ricopre gli occhi di tutti gli innamorati non corrisposti si andava ad aggiungere al difetto palpebrale, un cocktail micidiale.
Lisetta invitò alla festa per il suo trentaduesimo compleanno Ninuzzu e Mariuzzu. Mariuzzu naturalmente poteva portare Marilù e di conseguenza anche Carmelina.

Ninuzzu aveva deciso. Non sapeva manco il cognome di Carmelina, né tanto meno il suo numero di telefono, però sapeva bene che quella sera i loro destini si sarebbero saldati assieme.
La dea Cozza, intamata come le sue assistite, si mosse a pietà. Cercò di ritardare la disfatta della sua Lisetta. Ma Venere e Amore adorano le cozze scoppiate e agirono di conseguenza. Così, per insugare la faccenda.

La lapa di Ninuzzu era posteggiata in un magazzino diroccato che pareva quello in cui era stata ammucciata l'arca dell'alleanza nel primo Indiana Jones.
Mariuzzu, che aveva l'ormone a mille, aiutò Ninuzzo a tirar fuori il loro mezzo di locomozione ma giusto giusto una corda impigliata nella lapa aggangò la scala che serviva per salire nel soppalco. La scala cadde e aprì la fronte di Mariuzzu, era una ferituzza nica nica, meno di un graffio di gatto ma nella mente di Mariuzzu quel graffio divenne una ferita mortale.
Perché a Mariuzzu le minchiate sgorgavano spontanee come acqua sorgiva. Ninuzzu premette tutto l'acceleratore, posteggiò dove poteva posteggiarsi solo le autoambulanze e portò in braccio Mariuzzu al pronto soccorso.
Il medico ricucì lo strappo, Marilù fu costantemente aggiornata e alla fine Mariuzzu poté riabbracciarla vomitandole il consueto vagone di minchiate.

In tutto questo Lisetta aspettava a casuzza sua, con le sue amiche, cozze quasi quanto lei. Aspettava Ninuzzu tagliuzzando tonno che spalmava su toast già muffuti. La birra era calda come pisciazza e la serata era partita stitica.
Poi arrivarono Ninuzzo, suo cugino e le loro dame. A Lisetta si spezzò il cuore al primo sguardo. Perché dietro quegli occhi a palla c'era un cervello fino fino.
Pianse sulla tortazza a forma di coniglione e tutti mangiarono panna, zabaione e lacrime.

Ninuzzu non aspettò la torta, prese la mano di Carmelina e sotto casa di Lisetta, ispirato da una pioggerellina leggia leggia la baciò.
Carmelina non attendeva altro, mise la turbina alla sua linguetta di pesca e si baciarono sino a che Mariuzzu e Marilù dissero che forse era meglio spostarsi da lì, dato che già erano arrivati i pompieri col telone per evitare che Lisetta si spiaccicasse al suolo.
Ninuzzu seguì il consiglio di Mariuzzu e si spostò prima che Lisetta sfondasse l'asfalto con le sue coscione grosse come polene di vecchi galeoni.
Carmelina lo guardava estasiato, perché certe cose si sentono dentro. Lo senti davvero che la felicità ti tracima fuori, ti senti bene come quando tua madre ti permetteva di ripulire la ciotola dall'impasto della torta al cioccolato.
Certo, non sarebbero mancati i momenti bui. Perché la vita o è avariata o è varia.

Ninuzzu faceva il lavoratore socialmente utile alla Biblioteca Comunale e passava la grande maggioranza del tempo a leggere.
Leggeva di tutto, poesia e prosa, saggi e disagi. Da un po’ di tempo la poesia gli era entrata nel cuore. Se la sentiva gorgogliare dentro, proprio come faceva lo stomachino di Carmelina che mangiava lenta lenta come una mandria di lumache ma digeriva più veloce di uno stormo di aquile.
Aveva letto di un poeta greco che parlava di Itaca, di ricordi di zaffiro e dell'arrivo dei Barbari.
Ecco, proprio la poesia dei Barbari gli era entrata dentro, gli dettava dentro quello che aveva sempre cercato di mettere a fuoco.
Quello che capita a tutti, per anni accarezziamo una sensazione, così soffusa che ci accompagna sempre discreta. La sentiamo ma non riusciamo a metterla a fuoco perché ci mancano le parole esatte per imbrigliarla.
Ecco, con quel poeta greco Ninuzzo aveva trovato la rete per catturare quel concetto. Nel suo paesino tutta una vita aspetti che qualcuno arrivi, lo fai per non dedicarti davvero a nessuna occupazione. Tampasii, così, metti turaccioli di finte occupazioni, inizi milioni di progettucoli senza concluderne manco mezzo.
Come quel paese che aspettava i Barbari perché almeno erano una soluzione, gli permettevano di continuare a vivacchiare.

Con Carmelina era la prima volta che si sentiva di potersi impegnare sul serio. Perché puoi stare tutta la vita in mezzo alla gente e sentirti più solo del lampionaio che commosse il Piccolo Principe nei suoi viaggi interplanetari.
L'amicizia, quella vera, svapora presto. Lampeggia in alcuni momenti e poi si ritira, scoppia al sole come le cicale. Ma l'amore no. Se trovi la tua metà non ti sentirai mai solo.
Le stesse parole gliele ripeté qualche tempo dopo la madre di Carmelina.
Uguali, e capì che si somigliano davvero solo gli amori che si meritano la maiuscola.
Quelli destinati a chi ci crede che la speranza colora una vita.
Che piuttosto che aspettare impotenti i Barbari si possono costruire mura più solide, spade più taglienti.

Mariuzzu finì a fare il politico e Marilù traghettò con lui nel mondo degli adulti, quello fatto di piccole verità annacquate di più o meno grosse bugie. Però l'unica cosa importante era che Mariuzzu amava sul serio Marilù. E cosa c'è di più bello?
Lisetta fuggì con il figlio di Mommo il Cornuto che faceva il camionista. Con lui fu felice, si mise a contrabbandare sigarette e cogli introiti si rifece le palpebre e una mezza rimonta.

E Ninuzzu mantenne l'unica promessa per cui si sentiva pronto: amò Carmelina di un amore bello e vario. Non ci fu monotonia, annaffiarono ogni giorno la meraviglia che li aveva avvicinati tra le spatole e i tonnareddi. Vissero bene, fecero una nidiata di picciriddi e uno ci venne coi capelli rossi e ricci, lo chiamarono Giannuzzu e passò alla storia come il più grosso cacciapalle della Sicilia Orientale.

Perché mica che solo Mariuzzu le sapeva sganciare grosse...

Sulle scelte e sulle passioni

Se ne parlava l'altra sera col Dottor G1ga, spesso quello che ti ritrovi a fare ha poco a che spartire con quello che sognavi quando riempivi la paginetta col temino su che cosa farai da grande.
Ancora meglio: quello che studi all'università non c'entra quasi nulla col sentiero che hai imboccato. Perché lì ti guida la passione.
Prendiamo G1ga: smanetta col pc dai tempi dei fosfori verdi, prima che l'interfaccia grafica ci addormentasse il cervello impedendoci di capire cosa è davvero una cartella, o un file.
G1ga s'è da poco laureato in statistica ma lavora grazie ai computer. è il responsabile informatico per una compagnia di pullman, ha sviluppato un software per tenere sotto controllo tutti i pullman in entrata e in uscita.
E ha rilasciato pure un innovativo visualizzatore di pennelli per Photoshop.

Stesso discorso, lo so, vale per tutti noi. Io ho scelto filosofia per andare per mercati a vedere di quante cose si può fare a meno.
Ma non solo: ci sono andato per leggere un testo ancora più in profondità, per non essere un lettore nudo e sprovveduto. Per affilare la mia capacità critica. E dato che Lettere Moderne non mi forniva quello che cercavo, me lo sono scelto io cosa fare, con cosa riempirmi il cuore e il cranio.
Non è la migliore delle scelte possibili?
Per questo a chi si interroga sull'inutilità della propria laurea dico che non ha nessuna importanza. L'importante è non perdere l'amore e la meraviglia. Quella che proviamo facendo le cose che ci piacciono davvero.
Nulla deve farci dimenticare l'essenziale.

Sulle scelte e sulle passioni

Se ne parlava l'altra sera col Dottor G1ga, spesso quello che ti ritrovi a fare ha poco a che spartire con quello che sognavi quando riempivi la paginetta col temino su che cosa farai da grande.
Ancora meglio: quello che studi all'università non c'entra quasi nulla col sentiero che hai imboccato. Perché lì ti guida la passione.
Prendiamo G1ga: smanetta col pc dai tempi dei fosfori verdi, prima che l'interfaccia grafica ci addormentasse il cervello impedendoci di capire cosa è davvero una cartella, o un file.
G1ga s'è da poco laureato in statistica ma lavora grazie ai computer. è il responsabile informatico per una compagnia di pullman, ha sviluppato un software per tenere sotto controllo tutti i pullman in entrata e in uscita.
E ha rilasciato pure un innovativo visualizzatore di pennelli per Photoshop.

Stesso discorso, lo so, vale per tutti noi. Io ho scelto filosofia per andare per mercati a vedere di quante cose si può fare a meno.
Ma non solo: ci sono andato per leggere un testo ancora più in profondità, per non essere un lettore nudo e sprovveduto. Per affilare la mia capacità critica. E dato che Lettere Moderne non mi forniva quello che cercavo, me lo sono scelto io cosa fare, con cosa riempirmi il cuore e il cranio.
Non è la migliore delle scelte possibili?
Per questo a chi si interroga sull'inutilità della propria laurea dico che non ha nessuna importanza. L'importante è non perdere l'amore e la meraviglia. Quella che proviamo facendo le cose che ci piacciono davvero.
Nulla deve farci dimenticare l'essenziale.

E' morto Emilio Garroni il filosofo che amava le arti

di TULLIO DE MAURO



Emilio Garroni è morto ieri a Roma a 79 anni. La salma sarà esposta nella camera mortuaria dell'Ospedale S. Camillo-Forlanini domani dalle 9 alle 11. I funerali avranno luogo sempre domani alle ore 16 nella Facoltà di Filosofia, Villa Mirafiori, via Carlo Fea 2.



Una vita interamente dedicata agli studi e alla riflessione, oltre che agli affetti più intimi, agli alunni e alle rare amicizie preziose per chi ne fruiva. Questa è stata per Emilio Garroni il risultato di una scelta costruita e difesa attraverso i decenni.



Ci fu un tempo in cui la televisione italiana seppe essere colta e intelligente. I più vecchi lo ricordano e lo ha rammentato di recente Walter Veltroni. Emilio Garroni visse dall'interno quella stagione come brillante intervistatore e autore di trasmissioni su soggetti artistici. Il giovane e brillante uomo di televisione era anche critico artistico militante, autore di presentazioni e cataloghi d'arte, amico di Cesare Brandi e dei pittori più importanti degli anni Cinquanta, e autore anche di raffinati racconti.



Tutta questa esperienza avrebbe potuto portare Garroni su altre strade, servì alla sua mente di filosofo e pensatore come materia prima su cui esercitare la sua riflessione teorica. La crisi semantica delle arti fu il primo più sistematico frutto di questo lavorio. Garroni fino ad allora si era tenuto ai margini della vita accademica, il lavoro gli valse un incarico di Estetica all'università "La Sapienza" nello straordinario Istituto di Filosofia di Nardi, Antoni, Calogero e Spirito. Da allora Garroni lasciò che il suo cursus accademico si svolgesse quasi per suo conto, fu aggregato e poi ordinario alla Sapienza e si dedicò interamente all'insegnamento e allo studio, a parte qualche rara diversione letteraria come Dissonanzenquartett.



Non è facile dare conto rapidamente dei suoi molti contributi: di semiotica o, meglio, di critica della semiotica, in un colloquio serrato con Eco, Prieto e altri studiosi contemporanei; di linguistica teorica e filosofia del linguaggio, con attenzione critica agli apporti di Hjelmslev, Chomsky, Wittgenstein, oltre che di Saussure; di interpretazione del pensiero kantiano, segnatamente della Critica della facoltà di giudizio di cui è stato traduttore insieme a uno dei suoi allievi prediletti.



Tuttavia recensendo il suo ultimo volume Immagine linguaggio figura (Laterza, 2005), in cui col tono e i modi di una conversazione tra amici che si intendono l'autore ripercorre i punti più delicati del suo cammino filosofico e anche umano, mi è parso di potere proporre che vi sia stato un filo unitario in tutto ciò e che il filo sia la ricerca dei nessi che collegano tra loro i molti valori disparati che si raccolgono intorno alla parola "senso": ciò che percepiamo e gli organi con cui percepiamo, la direzione in cui ci muoviamo o vediamo muoversi le cose, il valore che attribuiamo a parole, immagini, opere, segni che incontriamo nel nostro vivere reale, pratico, intellettuale, fantastico e anche onirico. Quest'ultima specificazione non sorprende chi conosce gli approfondimenti critici di temi psicanalitici che Garroni ha svolto anche in collaborazione con Armando Ferrari. E' un soggetto di riflessione osservare che, come del resto l'ultimo Kant, anche Emilio Garroni, apparentemente così degagé, abbia accentuato fortemente specie nelle ultime conversazioni cui ho accennato l'aspetto propriamente politico della sua ricerca sul senso e di senso. Anche questa è una eredità non facile per i suoi molti scolari e per quanti vorranno ripetere di lui, con antiche parole, "il miglior uomo tra quanti abbiamo conosciuto".



(Repubblica, 7 agosto 2005)