mercoledì 29 giugno 2005
lunedì 27 giugno 2005
quando la baldracca ha mollato Woody Allen per fare coppia fissa coi miei 18 anni
Dove sono finito?
Il vecchio venditore di scolapasta m'ha detto che mi sono semplicemente ritrovato. Non l'ho mica capita 'sta cosa. Tutti gli amici li ho visti sbiadire piano piano quando ancora i cellulari erano pesanti e servivano solo per telefonare e giocare a snake. Le fotografie si facevano col rullino: lo portavi felice a stampare per poi accorgerti che avevi speso ventimila lire per due foto appena decenti e trentaquattro dita in primo piano con facce dagli occhi rossi sullo sfondo.
Ho perduto tutto e mi sono ritrovato barbuto a non avere altro desiderio che cementare quanto di buono ho costruito in questi primi 23 anni. C'è stato un periodo che ero più solo di Superman. Con la faccia da hobbit e tutto il resto, dita troppo tozze, tazze di rimpianti che ora non so neanche che contenessero. Avevo paura dei pericolosi precedenti, quelli che ti mettono sulla strada buona per portarti a tossicchiare l'ennesima sigaretta nella festa d'addio al nubilato della Depressione Cronica, quando la baldracca ha mollato Woody Allen per fare coppia fissa coi miei 18 anni. Pensavo che al massimo potevo finire in Perù a sputare sui lama, lì a sognare sotto quei cieli peruviani che i Dream Theater avevano immortalato nella loro omonima canzone.
Se non sai suonare come Steve Vai, né cantare come Freddy Mercury, né hai la faccia, la canottiera e la spacconaggine di Brando quando ancora riusciva a guardarsi i piedi, il massimo che puoi fare è infilare il naso in un libro e spulciare argomenti per affascinare te e gli altri. Non ho mai comprato un dizionario etimologico perché sono certo che potrei perdermi dentro quelle pagine, cercando di capire che c'entrano i desideri con le stelle
(de-sideros), separati e al di là delle stelle, o che il dialogo è un logos che attraversa... lo specchio? Dove sogna il Re rosso che era solo un personaggio di Alice e che Steve King ha messo a comandare un mondo che è andato semplicemente avanti.
Già, lo scenario apocalittico è uno di quegli altri sogni iperdiffusi, lo ficchiamo tutti nel nostro carrello nell'ipermercato delle idee. Le donne hanno spesso due amici immaginari quando sono piccole principesse con gli occhi stellati di speranza, noi maschi siamo più estremi sogniamo di essere gli unici sopravvissuti di un mondo al crepuscolo che si spegne lento come una nevicata di neve nera.
Aspettiamo il fallout lì, nel nostro rifugio pronti a correre per salvare solo i nostri sogni, una vita ad inseguire sogliole di tempo libero (libero poi da che?) per ritrovarsi come il Dottor Greene ad aspettare di essere falciati dall'esistenza per realizzare anche i sogni più infantili. Volete buttarvi col paracadute, catturare una lucertola con un filo d'erba? Fatelo. Nessuno ce lo impedisce.
Spesso invece ci svegliamo e ci sembra semplicemente che siamo troppo grandi, che non le sentiremo mai più le campanelle della slitta di Babbo Natale. Per poi ridursi ad afferrare almeno un alito di speranza nelle gite quando qualcuno mette nel mangianastri l'immancabile cd con Cristina D'Avena che ci rinfresca l'infanzia cantando dei Puffi e di Pollon.
Io voglio solo guardare l'ennesimo tramonto più bello della mia vita.
Il vecchio venditore di scolapasta m'ha detto che mi sono semplicemente ritrovato. Non l'ho mica capita 'sta cosa. Tutti gli amici li ho visti sbiadire piano piano quando ancora i cellulari erano pesanti e servivano solo per telefonare e giocare a snake. Le fotografie si facevano col rullino: lo portavi felice a stampare per poi accorgerti che avevi speso ventimila lire per due foto appena decenti e trentaquattro dita in primo piano con facce dagli occhi rossi sullo sfondo.
Ho perduto tutto e mi sono ritrovato barbuto a non avere altro desiderio che cementare quanto di buono ho costruito in questi primi 23 anni. C'è stato un periodo che ero più solo di Superman. Con la faccia da hobbit e tutto il resto, dita troppo tozze, tazze di rimpianti che ora non so neanche che contenessero. Avevo paura dei pericolosi precedenti, quelli che ti mettono sulla strada buona per portarti a tossicchiare l'ennesima sigaretta nella festa d'addio al nubilato della Depressione Cronica, quando la baldracca ha mollato Woody Allen per fare coppia fissa coi miei 18 anni. Pensavo che al massimo potevo finire in Perù a sputare sui lama, lì a sognare sotto quei cieli peruviani che i Dream Theater avevano immortalato nella loro omonima canzone.
Se non sai suonare come Steve Vai, né cantare come Freddy Mercury, né hai la faccia, la canottiera e la spacconaggine di Brando quando ancora riusciva a guardarsi i piedi, il massimo che puoi fare è infilare il naso in un libro e spulciare argomenti per affascinare te e gli altri. Non ho mai comprato un dizionario etimologico perché sono certo che potrei perdermi dentro quelle pagine, cercando di capire che c'entrano i desideri con le stelle
(de-sideros), separati e al di là delle stelle, o che il dialogo è un logos che attraversa... lo specchio? Dove sogna il Re rosso che era solo un personaggio di Alice e che Steve King ha messo a comandare un mondo che è andato semplicemente avanti.
Già, lo scenario apocalittico è uno di quegli altri sogni iperdiffusi, lo ficchiamo tutti nel nostro carrello nell'ipermercato delle idee. Le donne hanno spesso due amici immaginari quando sono piccole principesse con gli occhi stellati di speranza, noi maschi siamo più estremi sogniamo di essere gli unici sopravvissuti di un mondo al crepuscolo che si spegne lento come una nevicata di neve nera.
Aspettiamo il fallout lì, nel nostro rifugio pronti a correre per salvare solo i nostri sogni, una vita ad inseguire sogliole di tempo libero (libero poi da che?) per ritrovarsi come il Dottor Greene ad aspettare di essere falciati dall'esistenza per realizzare anche i sogni più infantili. Volete buttarvi col paracadute, catturare una lucertola con un filo d'erba? Fatelo. Nessuno ce lo impedisce.
Spesso invece ci svegliamo e ci sembra semplicemente che siamo troppo grandi, che non le sentiremo mai più le campanelle della slitta di Babbo Natale. Per poi ridursi ad afferrare almeno un alito di speranza nelle gite quando qualcuno mette nel mangianastri l'immancabile cd con Cristina D'Avena che ci rinfresca l'infanzia cantando dei Puffi e di Pollon.
Io voglio solo guardare l'ennesimo tramonto più bello della mia vita.
quando la baldracca ha mollato Woody Allen per fare coppia fissa coi miei 18 anni
Dove sono finito?
Il vecchio venditore di scolapasta m'ha detto che mi sono semplicemente ritrovato. Non l'ho mica capita 'sta cosa. Tutti gli amici li ho visti sbiadire piano piano quando ancora i cellulari erano pesanti e servivano solo per telefonare e giocare a snake. Le fotografie si facevano col rullino: lo portavi felice a stampare per poi accorgerti che avevi speso ventimila lire per due foto appena decenti e trentaquattro dita in primo piano con facce dagli occhi rossi sullo sfondo.
Ho perduto tutto e mi sono ritrovato barbuto a non avere altro desiderio che cementare quanto di buono ho costruito in questi primi 23 anni. C'è stato un periodo che ero più solo di Superman. Con la faccia da hobbit e tutto il resto, dita troppo tozze, tazze di rimpianti che ora non so neanche che contenessero. Avevo paura dei pericolosi precedenti, quelli che ti mettono sulla strada buona per portarti a tossicchiare l'ennesima sigaretta nella festa d'addio al nubilato della Depressione Cronica, quando la baldracca ha mollato Woody Allen per fare coppia fissa coi miei 18 anni. Pensavo che al massimo potevo finire in Perù a sputare sui lama, lì a sognare sotto quei cieli peruviani che i Dream Theater avevano immortalato nella loro omonima canzone.
Se non sai suonare come Steve Vai, né cantare come Freddy Mercury, né hai la faccia, la canottiera e la spacconaggine di Brando quando ancora riusciva a guardarsi i piedi, il massimo che puoi fare è infilare il naso in un libro e spulciare argomenti per affascinare te e gli altri. Non ho mai comprato un dizionario etimologico perché sono certo che potrei perdermi dentro quelle pagine, cercando di capire che c'entrano i desideri con le stelle
(de-sideros), separati e al di là delle stelle, o che il dialogo è un logos che attraversa... lo specchio? Dove sogna il Re rosso che era solo un personaggio di Alice e che Steve King ha messo a comandare un mondo che è andato semplicemente avanti.
Già, lo scenario apocalittico è uno di quegli altri sogni iperdiffusi, lo ficchiamo tutti nel nostro carrello nell'ipermercato delle idee. Le donne hanno spesso due amici immaginari quando sono piccole principesse con gli occhi stellati di speranza, noi maschi siamo più estremi sogniamo di essere gli unici sopravvissuti di un mondo al crepuscolo che si spegne lento come una nevicata di neve nera.
Aspettiamo il fallout lì, nel nostro rifugio pronti a correre per salvare solo i nostri sogni, una vita ad inseguire sogliole di tempo libero (libero poi da che?) per ritrovarsi come il Dottor Greene ad aspettare di essere falciati dall'esistenza per realizzare anche i sogni più infantili. Volete buttarvi col paracadute, catturare una lucertola con un filo d'erba? Fatelo. Nessuno ce lo impedisce.
Spesso invece ci svegliamo e ci sembra semplicemente che siamo troppo grandi, che non le sentiremo mai più le campanelle della slitta di Babbo Natale. Per poi ridursi ad afferrare almeno un alito di speranza nelle gite quando qualcuno mette nel mangianastri l'immancabile cd con Cristina D'Avena che ci rinfresca l'infanzia cantando dei Puffi e di Pollon.
Io voglio solo guardare l'ennesimo tramonto più bello della mia vita.
Il vecchio venditore di scolapasta m'ha detto che mi sono semplicemente ritrovato. Non l'ho mica capita 'sta cosa. Tutti gli amici li ho visti sbiadire piano piano quando ancora i cellulari erano pesanti e servivano solo per telefonare e giocare a snake. Le fotografie si facevano col rullino: lo portavi felice a stampare per poi accorgerti che avevi speso ventimila lire per due foto appena decenti e trentaquattro dita in primo piano con facce dagli occhi rossi sullo sfondo.
Ho perduto tutto e mi sono ritrovato barbuto a non avere altro desiderio che cementare quanto di buono ho costruito in questi primi 23 anni. C'è stato un periodo che ero più solo di Superman. Con la faccia da hobbit e tutto il resto, dita troppo tozze, tazze di rimpianti che ora non so neanche che contenessero. Avevo paura dei pericolosi precedenti, quelli che ti mettono sulla strada buona per portarti a tossicchiare l'ennesima sigaretta nella festa d'addio al nubilato della Depressione Cronica, quando la baldracca ha mollato Woody Allen per fare coppia fissa coi miei 18 anni. Pensavo che al massimo potevo finire in Perù a sputare sui lama, lì a sognare sotto quei cieli peruviani che i Dream Theater avevano immortalato nella loro omonima canzone.
Se non sai suonare come Steve Vai, né cantare come Freddy Mercury, né hai la faccia, la canottiera e la spacconaggine di Brando quando ancora riusciva a guardarsi i piedi, il massimo che puoi fare è infilare il naso in un libro e spulciare argomenti per affascinare te e gli altri. Non ho mai comprato un dizionario etimologico perché sono certo che potrei perdermi dentro quelle pagine, cercando di capire che c'entrano i desideri con le stelle
(de-sideros), separati e al di là delle stelle, o che il dialogo è un logos che attraversa... lo specchio? Dove sogna il Re rosso che era solo un personaggio di Alice e che Steve King ha messo a comandare un mondo che è andato semplicemente avanti.
Già, lo scenario apocalittico è uno di quegli altri sogni iperdiffusi, lo ficchiamo tutti nel nostro carrello nell'ipermercato delle idee. Le donne hanno spesso due amici immaginari quando sono piccole principesse con gli occhi stellati di speranza, noi maschi siamo più estremi sogniamo di essere gli unici sopravvissuti di un mondo al crepuscolo che si spegne lento come una nevicata di neve nera.
Aspettiamo il fallout lì, nel nostro rifugio pronti a correre per salvare solo i nostri sogni, una vita ad inseguire sogliole di tempo libero (libero poi da che?) per ritrovarsi come il Dottor Greene ad aspettare di essere falciati dall'esistenza per realizzare anche i sogni più infantili. Volete buttarvi col paracadute, catturare una lucertola con un filo d'erba? Fatelo. Nessuno ce lo impedisce.
Spesso invece ci svegliamo e ci sembra semplicemente che siamo troppo grandi, che non le sentiremo mai più le campanelle della slitta di Babbo Natale. Per poi ridursi ad afferrare almeno un alito di speranza nelle gite quando qualcuno mette nel mangianastri l'immancabile cd con Cristina D'Avena che ci rinfresca l'infanzia cantando dei Puffi e di Pollon.
Io voglio solo guardare l'ennesimo tramonto più bello della mia vita.
martedì 21 giugno 2005
lunedì 20 giugno 2005
di politica e di altre idiozie meravigliose
Ripensandoci, un nome per qualche tempo la mia combriccola l'ha avuto. Avevamo pure i tesserini che Ciccio aveva fatto smanettando con Photoshop ai tempi che avere un PC era un segno di distinzione.
Eravamo il Gruppo Rivoluzionario 26/7 II°. Io avevo fatto fare pure un timbrino per siglare i documenti che battevo con la mia olivetti lettera 22 dopo ogni riunione.
Ci mancava solo una sede.
E poi l'illuminazione, mia madre non ha mai creduto ai bot e agli altri fondi d'investimento. Per lei l'unico modo in cui trasformare i soldi faticosamente messi da parte è il mattone. Così arrivava a un gruzzoletto e comprava una casa. Più che altro catapecchie. Però una catapecchia era meglio che niente. Così il 19 marzo del 1998 io e i miei amici abbiamo messo un pò d'ordine in una delle mie bettole e ci siamo fatti la nostra "casa sull'albero". Piano piano ci portammo la luce, una porta, qualche poster, due bandiere col Che e pure una piccola libreria rivoluzionaria.
Ciccio e la sua chitarra all'inizio di ogni riunione suonavano Hasta Siempre. Cantavamo a squarciagola progettando di sabotare i motorini dei Pruni o il ritiro spirituale organizzato dall'oratorio (da lì ho preso la materia pulsante per la mia mela bucata...). Ci divertivamo, io studiavo e di corsa andavo nella tana.
Poi tutto pian piano venne dimenticato. Sino a che una triste domenica Lucio s'arrampicò sul divanetto di legno e staccò via le bandiere di Che Guevara per ridarle a Ciccio. Quello era il requiem del nostro gruppo. Poi tutto il resto fu una logica conseguenza, iniziammo a fumarci i sogni. E io che cercavo di salvare gli altri capii quanto ero stato bacchettone.
Quando venni a sapere della prima canna di Lucio cercai di salvarlo, andai a cercarlo dove s'era nascosto. M'incazzai come un caimano quando venni a sapere che mi usava come scusa e scudo: per sua madre io ero una garanzia. Garanzia che svanì quando i genitori di Gaetano, tornando d'anticipo un sabato pomeriggio, mi trovarono fumato sul loro divano di pelle. Era Gaetano che m'aveva dato il fumo e ora passavo io per il demonio.
Poi il resto è quello che accade a tutti, ritrovarsi in case di cui non sai manco chi è il proprietario o che minchia ci fai lì. Bere e vomitare per poi ricominciare a bere e vomitare.
Forse così butti fuori l'angoscia che cala come mannaia sull'adolescenza che è agli sgoccioli. Perché, sin quando si tratta di abituarsi alla voce bassa e al rasoio da usare sempre più spesso, siamo tutti bravi. E' dopo che viene il difficile, quando devi metterti davanti allo specchio e dimostrare al mondo che non sei solo buono a sciupare shampoo. Che tutte le promesse che hai fatto le sai mantenere. Che sei pronto a rimetterti sempre in discussione per ribadire quello che di buono hai messo al centro del tuo mondo.
I Greci facevano la stessa cosa andando a beccarsi il loro feedback catartico dopo una tragedia. Che ne so, vedevano Edipo accecarsi dinnanzi alla scoperta dell'incesto e si sentivano svacantati. Tornavano a casa con un sentimento nuovo, scossi e però fiduciosi di un possibile rasserenamento. Come quando cammini in un sentiero di montagna, continui a salire sino a quando baci le nuvole. Come faceva Super Mario in uno dei suoi mondi. E lì, con la testa leggera e il cuore ancorato a una sola luccicante certezza le promesse le vedi, le senti, le tocchi.
E le baci.
Le baci sino a quando con le labbra rosse rosse e piene di speranza ridiscendi a valle, con le gambe ancora più muscolose, più salde, buone per marciare senza paura verso quel futuro che ti costruisci nel migliore dei modi possibili.
Eravamo il Gruppo Rivoluzionario 26/7 II°. Io avevo fatto fare pure un timbrino per siglare i documenti che battevo con la mia olivetti lettera 22 dopo ogni riunione.
Ci mancava solo una sede.
E poi l'illuminazione, mia madre non ha mai creduto ai bot e agli altri fondi d'investimento. Per lei l'unico modo in cui trasformare i soldi faticosamente messi da parte è il mattone. Così arrivava a un gruzzoletto e comprava una casa. Più che altro catapecchie. Però una catapecchia era meglio che niente. Così il 19 marzo del 1998 io e i miei amici abbiamo messo un pò d'ordine in una delle mie bettole e ci siamo fatti la nostra "casa sull'albero". Piano piano ci portammo la luce, una porta, qualche poster, due bandiere col Che e pure una piccola libreria rivoluzionaria.
Ciccio e la sua chitarra all'inizio di ogni riunione suonavano Hasta Siempre. Cantavamo a squarciagola progettando di sabotare i motorini dei Pruni o il ritiro spirituale organizzato dall'oratorio (da lì ho preso la materia pulsante per la mia mela bucata...). Ci divertivamo, io studiavo e di corsa andavo nella tana.
Poi tutto pian piano venne dimenticato. Sino a che una triste domenica Lucio s'arrampicò sul divanetto di legno e staccò via le bandiere di Che Guevara per ridarle a Ciccio. Quello era il requiem del nostro gruppo. Poi tutto il resto fu una logica conseguenza, iniziammo a fumarci i sogni. E io che cercavo di salvare gli altri capii quanto ero stato bacchettone.
Quando venni a sapere della prima canna di Lucio cercai di salvarlo, andai a cercarlo dove s'era nascosto. M'incazzai come un caimano quando venni a sapere che mi usava come scusa e scudo: per sua madre io ero una garanzia. Garanzia che svanì quando i genitori di Gaetano, tornando d'anticipo un sabato pomeriggio, mi trovarono fumato sul loro divano di pelle. Era Gaetano che m'aveva dato il fumo e ora passavo io per il demonio.
Poi il resto è quello che accade a tutti, ritrovarsi in case di cui non sai manco chi è il proprietario o che minchia ci fai lì. Bere e vomitare per poi ricominciare a bere e vomitare.
Forse così butti fuori l'angoscia che cala come mannaia sull'adolescenza che è agli sgoccioli. Perché, sin quando si tratta di abituarsi alla voce bassa e al rasoio da usare sempre più spesso, siamo tutti bravi. E' dopo che viene il difficile, quando devi metterti davanti allo specchio e dimostrare al mondo che non sei solo buono a sciupare shampoo. Che tutte le promesse che hai fatto le sai mantenere. Che sei pronto a rimetterti sempre in discussione per ribadire quello che di buono hai messo al centro del tuo mondo.
I Greci facevano la stessa cosa andando a beccarsi il loro feedback catartico dopo una tragedia. Che ne so, vedevano Edipo accecarsi dinnanzi alla scoperta dell'incesto e si sentivano svacantati. Tornavano a casa con un sentimento nuovo, scossi e però fiduciosi di un possibile rasserenamento. Come quando cammini in un sentiero di montagna, continui a salire sino a quando baci le nuvole. Come faceva Super Mario in uno dei suoi mondi. E lì, con la testa leggera e il cuore ancorato a una sola luccicante certezza le promesse le vedi, le senti, le tocchi.
E le baci.
Le baci sino a quando con le labbra rosse rosse e piene di speranza ridiscendi a valle, con le gambe ancora più muscolose, più salde, buone per marciare senza paura verso quel futuro che ti costruisci nel migliore dei modi possibili.
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