Qualcuno diceva che i viaggiatori devono fare solo una cosa: prendersi cura del proprio sogno. Qui in Sicilia lo facciamo, perché ce l’abbiamo tutti l’anima da conquistatori, saranno stati i tremila anni di razzie a lasciarci questo cuore da esploratore.
O così ci hanno sempre detto, e io ci credo. Ci credo davvero a quello che qualcuno scriveva prima di essere zittito e rivelare al mondo che era morto con i calzini spaiati. Dal novanta al novantaquattro qualcosa sembrò cambiare, più la gente moriva e più la rabbia montava dentro, mordeva di notte, ci lasciava il letto pieno di rancore.
Ci chiedevamo tutti che cosa dovevamo ancora vedere prima di deciderci a darci una smossa, decidere di dire addio alle solite minchiate che ci ripetiamo da secoli e millenni. Da sempre convinti di essere più furbi, più profondi, anche solo più simpatici.
Sembra stupido ma il siciliano lo capisci già dal rapporto che instaura col quotidiano: in ogni parte del mondo chi legge un giornale, finisce la preghiera del laico e lo getta, al più lo lascia ben piegato sul sedile del treno, del tram, su una panchina al parco. Lo lascia lì, in bella vista così che qualcun altro si faccia il sangue amaro a leggere quanto male va il mondo, dell’ennesima pandemia, dell’inflazione, del debito pubblico… Il siciliano una cosa del genere non la fa mai: si compra il giornale con la faccia triste di chi ha speso un euro per sapere quello che già sa. Non pago di questo se lo legge per bene mentre dovrebbe lavorare, almeno questo in passato, quando un posto non si negava a nessuno. Ora il ragazzo di cinquant’anni in cerca di ennesimo periodo di incerta solidità economica si legge quel giornale parola per parola e poi se lo porta a casa. A casa se lo rilegge per bene dopo cena, se lo rilegge la mattina dopo seduto sulla tazza. E poi lo lascia a casa, custodito dalla famiglia a prendere polvere. Il siciliano fa sempre così, non lascerebbe mai quelle pagine di malignità in giro, potrebbero turbare qualcuno.
E al giornale si accoppia il caffé che qui è preso a malincuore, proprio perché non se ne può fare a meno, perché ci sta proprio tutto un caffé in questo pomeriggio vuoto e lungo.
E chi ero io per andare contro il mio stesso sangue? Niente potevo fare, al più concedermi qualche triste risata al circolo dove Gigi diceva che era necessaria la solita rivoluzione che avrebbe sovvertito questo stato di cose. C’erano tutte le premesse ma la rivoluzione non si poteva fare, mancava la consapevolezza di classe, la coscienza civile. Io ero più pratico: mancavano pure quei pochi euro per comprare anche solo un megafono e le bombolette per lo striscione.
Gigi però ci credeva sul serio alle minchiate che sparava e scriveva sul suo foglio clandestino. Io glielo dicevo che era solo mancanza di donna quella che sentiva, la rivoluzione la doveva fare lui, magari andando dal barbiere a scapitozzarsi quel cespuglio che gli annebbiava il senso critico e che mi impediva di vedere i film del cineforum.
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