"Dammi qualche segno di vita… C'è nessuno?" Ulisse aveva la vista annebbiata e l'udito freudiano, aveva sentito "dammi un colpo nella fica, non c'è nessuno…" e un'erezione formato famiglia aveva deformato i suoi boxer portafortuna. Aveva troppo caldo, si gettò a mare tutto vestito per stemperare l'eccitazione.
Lisa s'era tolta i mocassini proletari e aveva incominciato a correre sul bagnasciuga con una risata chiara, dolce e fresca. Ulisse riemerse dal brodo salato, s'arrotolò i jeans appena sotto il ginocchio e corse pure lui. Aveva le gambe più lunghe e in cinque falcate l'aveva già raggiunta e abbracciata. La guardò e la vide per la prima volta e vide com'era bella. Nelle orecchie Vasco Rossi gli urlava ALBACHIARA, guardò un'altra volta i suoi occhi neri, le tolse gli occhiali e il bacio fu.
Per tre mesi tutto era andato a meraviglia, sembravano schizzati fuori da un romanzetto Harmony, tutt'e due stracotti a pensare al futuro incrociando le lingue. Erano felici ma le cicatrici erano sempre in agguato.Ulisse s'era faticosamente intrufolato nelle coppe nemiche e aveva scoperto un tracciato di sfregi e piccole bruciature di sigaretta. Lisa s'era subito calata la maglietta color aragosta e il resto della serata era passato in un silenzio insostenibile. Lui doveva sapere, troppi dubbi s'agitavano nel suo cervello. S'immaginava il padre di Lisa vestito con un solo perizoma di pelle che la torturava con una faccia traboccante di soddisfazione. Sapeva che era un pensiero assurdo ma quel perizoma proprio non riusciva a scordarselo. Forse Lisa faceva parte di una setta satanica, era stata messa al centro della stella a cinque punte e il capro l'aveva stantuffata per tre ore di fila… Doveva sapere, non poteva continuare a partorire ipotesi tanto schifose. La verità l'avrebbe volentieri lasciata agli sceneggiatori di X-files.
Lisa è nella sua stanza, stava ripensando a quella domenica di marzo quando aveva accettato di salire sullo ciao di Ulisse. Non lo vede da una settimana e il mondo non se lo ricordava così mediocre...
Fuori piove e anche stasera lui non verrà. Stavolta ci sono andati giù pesanti. Forse non tornerà più, non tornerà più e lei resterà prigioniera della sua stanza grigia. Lo ama ma la storia è diventata un macigno che la sta schiacciando. Lui è stato il primo ragazzo, l'unico che ha esplorato il suo corpo e lei l'amato con ogni atomo. Sono state le cicatrici a distruggere tutto, lei non poteva mentirgli ma la verità ha ammazzato tutto quello che avevano costruito.
La sua famiglia è andata a messa e lei fuma uno spinello nel balcone della cucina. La bottiglia di martini è quasi vuota, la deve ricomprare prima che se n'accorgano. Fa gli ultimi tiri con la gola bruciata dal pressato che ha comprato da Laura e getta il filtrino giù in strada. Si chiude in bagno, la vasca è quasi piena, aggiunge qualche pugno di sali da bagno e si toglie l'accappatoio. Dicono che con l'acqua calda è tutto più facile, la sua lametta la guarda dal lavandino. Sarebbe bello smettere di rimandare l'inevitabile, diventare vecchia e grassa come quella vacca di sua madre non è il massimo delle sue aspirazioni. Lei vuole viaggiare, viaggiare con il suo uomo, lisciandogli la barba e i capelli lunghi che s'arricciano sulla schiena. L'acqua è troppo calda, riesce dalla vasca e la sua schiena bianca si riflette nello specchio dell'armadietto. L'alito della finestra le indurisce i capezzoli e nuove gocce colorano l'acqua.
Ripensa all'ultime cose che si sono detti, si rivede nel sedile della renò con lui che cerca di capirci qualcosa e lei… "Farmi toccare da te o da un estraneo sarebbe lo stesso. Prendiamoci una pausa, meglio se frequentiamo altre persone… potremmo uscire a quattro…" s'era bevuta il cervello, sparava cazzate e lui cercava di farla ragionare. Ora lo sapeva, non aveva più dubbi, amava quel ragazzo con i capelli lunghi. Aveva bisogno di rivederlo ancora una volta, fargli leggere le sue ultime poesie, aveva bisogno di sentirsi amata. Dovrà parlargli di tutti questi momenti, spiegargli ogni sua assenza. Sarà un motivo valido aver tentato di morire un'altra volta? Stava spellando una vena e non pensava a nessuno, stavolta non ci sarebbero state scuse da inventare per un maglione, un cuscino, un pavimento macchiati. Non avrebbe più potuto pulirli. Aveva detto che siamo tutti figli di Sisifo, due Sisifo nello stesso tartaro a ripetere l'errore, sempre meno forti, più spossati e stretti, fianco a fianco e stretti, i cuori in cima al monte con quel maledetto macigno che scivola un'altra volta. Sisifo per destino e volontà. Sarebbe bello vivere come se non dovessimo mai morire, respirando a pieni polmoni l'aria fresca del mattino, come se non dovessimo mai morire… Andare e ritornare nel medesimo luogo, senza essersi mai allontanati. Altri motivi per ridere e piangere, altro ancora dovrebbe dire a quel ragazzo con la barba troppo lunga. Se n'andrà via presto, che voglia piangere o ridere, seguirla o scegliere la strada opposta non vuole saperlo.
Sarebbe mai tornato? Avrebbe dovuto chiederlo al suo cuore. Non chiedere a chi ami di tornare, chi fugge sta solo e sta solo anche chi insegue. È tardi per tornare sui propri passi, loro sono tornati, la chiave gira e la porta sta per essere attraversata e l'ultima goccia timida cade sul vuoto biancore delle piastrelle.
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