E ora se le sentiva addosso, stravaccato dal divano al letto, certo d'essere buono a prendere decisioni sbagliate, un talento innato per le gigantesche cazzate che lo accomunavano a tutta la generazione tirata su a Simpson e precarietà.
Precario... Maledetto aggettivo, rende incerto tutto, ti toglie pure il sapore delle passate speranze: a che serve sperare quando sai che la pensione non la accucchierai mai e che puoi squietare tutti i santi ma per te ci saranno solo lavoretti a progetti e stage gratuiti. Tanto i Padroni hanno tanta di quella carne fresca con cui rimpiazzarti che non gliene frega niente a nessuno se hai letto Horcynus Orca, se hai decodificato le poesie inedite di Paul Celan o se hai letto tutti e settantaquattro i libri della bibbia, devi piegarti alle scelte che questo mondo ha fatto, con cuor di cicala goderti il fugace passaggio di una banconota da cinquanta euro, che volerà presto lasciandoti spinnare quell'ultimo fumetto, buono solo a masticare la facile morale dei fumetti della Marvel.
A poco servono gli occhi chiari della felicità quando credi di aver sciupato i tuoi sogni, insieme a quello shampoo che cerca di scrostarti la forfora e i rimpianti dalla testa. Spinnare, bella parola, sicilianissima, se fosse folle e sincero come Heidegger si comprerebbe un dizionario etimologico e si perderebbe nelle storie delle parole e invece stava lì a rimuginare le false attese, col cuore perso nel sua terribile quiete della non speranza. Spinnare: desiderare ardentemente come l'uccellino di primo volo quel coraggio di andar via dal nido con penne nuove in cieli da esplorare.
Quando nasci nel Sud o ti pieghi alle logiche irrazionali o ti aggrappi ostinato alla speranza, persa quest'ultima, l'unica cosa che poteva fare era vivacchiare nella sua stanza, masticando rabbia e rancore, freddo e grigio come un anno bisestile, come una metafora inutile, come un cane che sogna la carezza di un padrone che non c'è.
1 - continua
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