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sabato 16 settembre 2006

Il romanzo di tutta una vita

Un piccolo scoop sull'Orca lo trovate qui. Grazie a Marco Viviani per il graditissimo dono.



E sempre su Vibrisse la prima puntata del mio diario di un'aspirante giornalista.



L'articolo "oltreoceano" è stato segnalato pure dalla Guida alla Scrittura Creativa.

venerdì 8 settembre 2006

trentuno anni dopo

Grazie a Luciano Pagano possiamo rileggere il contenuto del pieghevole che accompagnava la prima edizione di Horcynus Orca (qui insieme al sottoscritto)



Opera di grandioso respiro epico e lirico, Horcynus Orca racchiude in una azione di pochi giorni e in uno spazio compreso tra l’estremità della Calabria e la Sicilia una materia di immenso potenziale mitico e simbolico e insieme di straordinaria evidenza realistica: il ritorno al paese, a Cariddi, nello sfacelo dell’autunno del 1943, di ‘Ndrja Cambrìa, marinaio della fu regia Marina, che percorre a piedi le coste devastate della Calabria e viene trasbordato di notte da Circina Circé, potente e ammaliante figura di femminota, dedita a misteriosi traffici su e giù per lo sill’e cariddi. Riapprodando all’isola, tutto quanto costituiva il suo mondo, a terra e a mare, gli appare stravolto, immeschinito e degradato dalla guerra e dalle conseguenze della guerra. L’apparizione improvvisa dell’Horcynus Orca, dell’Orca che dà la morte, che dà la morte e basta, dell’Orca che è, in una parola, la Morte, segna una svolta narrativa di grande effetto e imprime al romanzo una cadenza fortemente drammatica. L’orcaferone, mostro terrificante e cancrenoso, col fetore della sua piaga rivela subito implicazioni simboliche, che non cadono mai nell’astrazione, ma si esprimono in immagini di potenza vitale e visionaria. Dopo l’agonia dell’orca, scodata e irrisa dalle fere, feroce razza di delfini del duemari, e il traino e arenamento dell’enorme carogna ad opera di inglesi e pellisquadre, si assiste a un tempestivo cambiamento di ritmo narrativo e le ultime duecento pagine - che con una progressiva e inaspettata concentrazione dei fatti, tipica del climax tragico della tradizione più alta, portano senza una pausa al finale - sono di una grandezza senza aggettivi. Il viaggio di ritorno di ‘Ndrja Cambrìa si rivela, così, come il suo avanzare, a poco a poco, verso la morte, in un mondo alterato, corrotto, reso irriconoscibile.



Qualsiasi esemplificazione riassuntiva appare però totalmente inadeguata alla sconfinata architettura dell’opera, che fin dalle battute dell’inizio introduce in una dimensione eccezionale, fuori dagli schemi e dalle abitudini narrative del nostro tempo. Fondendo il presentimento della morte e il sentimento della vita, il romanzo sviluppa, attraverso quarantanove episodi e una serie sterminata di personaggi e figure, di visioni e di sogni, di ricordi, di simboli e di associazioni, di variazioni e riprese, l’immensa tematica di quella continua metamorfosi che è la vita degli uomini e dell’universo. Essa si articola in una stupefacente varietà di registri stilistici e in una altrettanto prodigiosa molteplicità di piani narrativi, volta a volta - e spesso contemporaneamente - onirici e realistici, evocativi e visionari, soggettivi e corali: dall’amore tra Aci e Galatea, vissuto dal figlio, alla scandagliata per la riviera di ‘Ndrja e Masino, dall’iniziazione erotica di ‘Ndrja alle immagini ariose ed epiche dell’agonia dell’orca fino al progressivo emergere e dilagare della corruzione agli occhi di ‘Ndrja (il Maltese dalla dentatura d’oro, la regata, la fine dell’idolo don Luigi Orioles).



E’ una narrazione dai tempi lunghi, non solo in senso materiale, ma interiore, che muove per cerchi concentrici da punti diversi e si conferma costantemente come unità: unità di mondo morale e fantastico, completamente risolta in un linguaggio dove convergono e si potenziano reciprocamente, per dilatarsi e arricchirsi in una nuova realtà, le lingue ancora oggi parlate di quell’immenso deposito millenario che è la Sicilia; esse reagiscono con l’italiano delle codificazioni letterarie e producono, con continue contaminazioni e neologismi, una lingua insieme nuova e antica, unica nella inesauribille proliferazione delle su einvenzioni e, al tempo stesso, totalmente realizzata nelle su epotenzialità di comunicazione e di espressione. Così che Horcynus Orca, se da un lato può apparire, senza alcun dubbio, una sorta di monstrum nella narrativa contemporanea, dall’altro affonda le sue radici nel sotrato più profondo, più vitale e più ricco della tradizione occidentale, rinnovandola in un testo di smagliante bellezza e di memorabile densità, destinato a occupare, in assoluto, un posto di primo piano nella letteratura del Novecento.



(altri articoli su D'Arrigo)

martedì 22 agosto 2006

Il mondo marino di D'Arrigo

(aggiungo poi una rarità, la voce dello stesso D'Arrigo che legge un pezzo dell'Orca)



di Maria Isabella Viola



Horcynus Orca, il vasto e discusso romanzo di D’Arrigo recentemente riproposto da Rizzoli (la prima edizione, nel 1975, era uscita per Mondadori) deriva il titolo da una lieve trasformazione del nome scientifico latino dell’orca: Orcinus Orca. L’esile trama di questo grande romanzo (1.095 pagine nell’edizione Rizzoli), a cui D’Arrigo ha lavorato per vent’anni, è ben nota: un giorno d’ottobre del 1943, in un paesaggio spogliato dalla guerra, ‘Ndrja, un marinaio del Regio Esercito, torna ad Acqualatroni, il suo paese d’origine al di là dello Stretto di Messina, e ritrova il padre e gli altri pescatori, stremati dalla fame, alle prese con un enorme animale marino, un’orca, appunto, o ferone, che sta morendo nelle acque davanti al paese.



Ma è solo nell’edizione definitiva che l’orca dà anche il titolo al libro: l’embrione del romanzo era intitolato La Testa del Delfino e la versione intermedia del 1961, che Rizzoli ha pubblicato per la prima volta quattro anni fa, aveva come titolo provvisorio I fatti della Fera. Fera è una forma dialettale per delfino, diffusa sulla costa ionica della Sicilia e in altre zone costiere del Meridione. Fere o delfini, quindi, si sono contese l’onore del titolo prima dell’orca e non certo per caso: in tutto il romanzo non c’è un paesaggio marino che non sia invaso dalle fere, tanto da indurre a pensare che siano le vere protagoniste del romanzo, dal momento in cui cominciano a marcare, sulla spiaggia, il ritorno a casa di ‘Ndrja, fino all’ultima grande impresa: lo scodamento dell’orca che la porta alla morte. Una delle poche se non l’unica scena di mare libera dalle fere è lo specchio d’acqua in cui si consuma la morte di ‘Ndrja, alla fine del libro.



Per i pescatori di Acqualatroni, le fere, astutissime e crudeli nemiche dell’uomo, sono molto lontane dall’idea comune del delfino, termine che in quel mondo non è mai usato. Emblematica è la risposta che il padre di ‘Ndrja dà al caporione fascista, nell’episodio del primo “casobello” fera-delfino: “Questa… noi la chiamiamo fera e fera effettivamente è. E fera vuole dire bestino, tutto una fetenzìa che non vale un soldo, ma ruba, rovina, fa assassinaggio”. E qualche pagina dopo il Signor Broggini replica: “Non parli mica del delfino, caro? No, non puoi palare del delfino in questi termini”.



Sembra che l’ispirazione del primo nucleo del romanzo sia venuta a D’Arrigo dai racconti dei pescatori siciliani sulla malvagità dei delfini. A quanto risulta da uno studio della Mammal Society, nella prima metà del secolo scorso, i delfini, ancora abbondanti nel Mediterraneo, non sempre godevano di buona reputazione presso i pescatori: in alcune zone, come nel Golfo di Napoli, in realtà erano considerati benefici, perché spingevano verso la superficie grosse aggregazioni di pesci, ed erano frequenti gli episodi di cooperazione, con ricompense a base di pesce offerte dai pescatori. Episodi di questo tipo sono noti fin dall’antichità: Plinio il Vecchio racconta di delfini che aiutano gli uomini nella pesca dei cefali, in cambio di pane e vino (un’eco di questo è passata nel romanzo). Ma in altre zone, era temuta la loro azione nociva verso le reti e i pesci intrappolati e per questo motivo venivano cacciati e uccisi.



Nel mondo che D’arrigo ha costruito attorno ad Acqualatroni, le fere, voraci e sadiche, furbissime, irridenti, onnipresenti, fanno da contrappunto al brulicare terrestre degli uomini e contendono ai pescatori il dominio sul mare in una lotta quotidiana, che nei periodi di carestia ha come risultato la famera: fame nera, fame a fera. Ma se ‘Ndrja tornasse oggi, a sessant’anni di distanza, sullo Scill’e Cariddi sarebbe stupito per prima cosa di non trovare traccia della “miria” di fere che in scia alla barca di Ciccina Circé lo avevano accompagnato nella traversata dello stretto. I delfini comuni, le fere abituè di D’Arrigo, stanno scomparendo dal Mediterraneo: decimati da tanti fattori ancora oggetto di studio, tra cui la pesca con le reti dei pescespada e dei tonni, appartengono ormai alla categoria delle razze a rischio e per salvarsi non gli basterà forse tutto il cinismo e l’astuzia che gli attribuiscono i pescatori di Acqualatroni.



La fera dunque è un animale malvagio nel mondo dei pescatori siciliani, che ne conoscono la vera natura, mentre per il mondo di fuori, ignaro, è un delfino, simpatico ed elegante. Una ambiguità non molto dissimile la si ritrova nella rappresentazione dell’orca: ambiguità tra l’orca “scientifica”, Orcinus Orca, e l’orca del romanzo, chiamata nel titolo Horcynus Orca. Nel testo invece questo termine non compare mai: l’animalone è chiamato orca dal signor Cama, che la trova raffigurata nel suo libro sui giganti del mare, ed è chiamato ferone dai pescatori: è quindi un’orcaferone, un gigantesco animale solitario apportatore di morte, ha fama di essere immortale, è la Morte stessa. Il libro del signor Cama fa da elemento di congiunzione tra il mitologico mondo dei pescatori e il mondo di fuori, un po’ come il caporione fascista e il sig. Broggini nel rapporto fera-delfino.



La funzione “scientifica” del libro del signor Cama è attestata anche dall’episodio delle sirene: l’unica sirena che il signor Cama riesce a trovare nel suo libro è una figura di foca, che Don Mimì, cantore di questa particolare specie di femmine, gli smonta senza difficoltà. Ma l’orca c’è, ed è proprio come quella che hanno davanti agli occhi, e quindi la sua esistenza è verificata, certificata.



Per la tradizione popolare, nei tempi antichi l’Orca è un mostruoso animale marino che pretende sacrifici umani, mito ripreso anche nell’Orlando Furioso, quando Angelica viene legata ad uno scoglio per esserle sacrificata. Per le popolazioni costiere primitive questo animale era considerato una divinità, il più potente essere del mare, alla pari, sulla terra, dell’orso. E all’origine del termine cetaceo c’è il nome greco “Chetos”, il mostro marino ucciso da Perseo e trasformato in una costellazione. In un certo senso, quindi, D’Arrigo si inserisce in una tradizione esistente. Il suo “mostro” è una combinazione di elementi fantastici e reali: per esempio, l’orcaferone è ghiotto della lingua della balena (questa è anzi l’unica sua debolezza, per il resto non è altro che una perfetta macchina per uccidere) e questa caratteristica pare derivare da un dato reale: l’orca è il più feroce carnivoro del mare (negli Stati Uniti è detta anche balena assassina) e si spinge davvero ad attaccare la balena.



Le fere, essenzialmente femmine, sono da principio spaventate e attratte da questo grande animale comparso all’improvviso nelle loro acque e contemplano ammirate i getti d’acqua a forma di sesso maschile che emette dallo sfiatatoio. Ma quando si accorgono che l’animalone è praticamente cieco, cominciano a concepire il diabolico piano di staccargli la coda e farlo morire, in barba alla sua fama di immortale. Si organizzano con cura e passano all’azione tutte insieme, dividendosi diligentemente i compiti e suscitando l’ammirazione dei pescatori, che assistono da riva allo spettacolo grandioso e grottesco della morte dell’orcaferone. Perché lo fanno? Per divertimento, per sport: questa è la loro natura. Il mare di D’Arrigo è davvero dominato dalle fere, i soli animali marini capaci di imprese collettive e folli, e alla fine anche inutili, così come gli uomini nel 1943 stanno ancora consumando la loro impresa collettiva e folle della guerra.



(già pubblicato sul n. 14 di Stilos, 6 aprile 2004)

sabato 12 agosto 2006

Alla fine resterò io

[mentre sulla Bottega di Lettura, la lettura a staffetta è in dirittura d'arrivo - qui la decima frazione - ecco recuperato per voi un bellissimo articolo di Parente apparso sul Domenicale]




Ne rimarrà solo uno.



D’Arrigo La Sicilia ha sfornato almeno due svettanti giganti, De Roberto e lo scrittore di Horcynus Orca. Che era un perfezionista assoluto e un solitario. E dal suo deserto amava sfottere i colleghi: che loro facciano combriccola, alla fine resterò io



di Massimiliano Parente



Il Domenicale 20-05-2006





«L’urto dei registri linguistici contigui è espressionismo, ma non mi interessa più sapere se sono stato e sono ancora un espressionista. Non è ancora nato l’ismo con cui definire la mia narrativa. Sono in anticipo o sono in ritardo? Non mi importa farmi trovare dove e quando mi aspettano che sia. Se ho indovinato la direzione, mi raggiungeranno. Sono impaziente ma sono soprattutto paziente: aspetto la risposta del tempo. Ovviamente mi piacerebbe che arrivasse subito: ci sta mettendo troppo Horcynus Orca ad arrivare in testa ai lettori».



Quando Stefano D’Arrigo incontra Walter Pedullà per fargli leggere il suo Cima delle nobildonne (romanzo sessuale e placentare, uno scarto stilistico verso l’essenzialità e la levigatezza rispetto al suo capolavoro, e non meno fondato sulla lingua; ora Rizzoli, Milano 2006, pp.LVI+182, e18,00) gli dice en passant cose essenziali sulla letteratura di sempre e di quegli anni, che sono poco più di un decennio fa anche se la storia editoriale di Horcynus Orca inizia negli anni Settanta.

Oggi è cambiato poco, ma è anche consolante sapere che alla lunga la letteratura vince, sfonda le gabbiette delle lobby giornalistiche e dei clan culturali. Se dovessimo dire dei più grandi romanzi siciliani che sono anche tra i più grandi della letteratura mondiale, alla fine dell’Ottocento, sopra a tutti, c’è De Roberto, e alla fine del Novecento c’è D’Arrigo. Così Franco Cordelli ha poco da gongolare, se pensava che Horcynus Orca fosse poca cosa, e per ritrattare è troppo tardi, sia fatta giustizia allo scrittore quando succede che il critico gli sopravviva.







Ossessivo e complicato



Perché insomma quando uscì il primo immane incredibile romanzo di D’Arrigo in Italia si nuotava di nuovo nel riflusso neorealistico seguito alle neoavanguardie, o ancora e sempre nell’idea d’impegno, o nel favolismo calviniano che aveva rifritto quello geniale di Borges rendendolo accademia. C’era stato il Gruppo 63, il Sessantotto, lo sperimentalismo, il balestrinismo, lo spontaneismo letterario, Moravia e Cassola, l’Einaudi di sinistra che non pubblicava Nietzsche e le edizioni Savelli che pubblicavano ragazzi pensierosi, e lui, D’Arrigo, il fico d’India, l’ossessivo, il complicato, come lo chiamava l’amico Guttuso, se ne fotteva. Tra un Campiello e uno Strega, tra furori semiotici e la narrativa di salotto o radical chic, di D’Arrigo, come il decennio prima di Carlo Emilio Gadda, non ci si accorgeva granché, siccome D’Arrigo passava la vita a scrivere, non scegliendo di scodellare l’uovo oggi ma la gallina domani, e la gallina della letteratura è sempre il risultato che nasce dal linguaggio, come disse Stefano a Pedullà porgendogli il dattiloscritto del suo Cima delle nobildonne. Premettendo che non c’è «nulla di più elementare nel tema e nulla di più complesso nel linguaggio, come non vedrai subito. Sarà banale ripeterlo ma tocca anche stavolta al linguaggio svelare la novità di ciò che di per sé non sembra cambiare: per esempio la donna, l’uomo, e cioè la natura umana».



Sembrava banale ripeterlo per D’Arrigo, che mentre lavorava al suo romanzo fetale e androginecologico, mentre dava forma al suo romanzo che risucchia il maschio nella femmina e dunque di nuovo nell’archetipo stavolta placentare, lasciandosi alle spalle il dialetto e il plurilinguismo, ’Ndria e Ciccina, e dovendo mutare pelle per scrivere un nuovo libro («Mi fanno ridere quelli che raccontano un’altra avventura con la lingua dell’opera precedente. Io faccio solo prototipi. E non voglio avere successori, figli, nipoti, nipotini»), cominciando con l’abbozzolare una materia densa intorno all’ossessione per Hatshepsut, unico faraone femmina, frequentando ginecologi per appropriarsi delle loro parole e impastarci la sua ultima opera, lui, ogni mattina, in una quotidianità a noi vicinissima, comprava i giornali e restava allibito da ciò che si recensiva nelle terze pagine dei giornali, dove già nessuno leggeva più la scrittura.



Tirare a morire



Oggi che D’Arrigo non c’è più e dobbiamo beccarci D’Orrico, oggi che ancor più gli ovetti vengono sculati in serie, vale a maggior ragione il discorso della gallina, pronunciato da Stefano e riferito da Pedullà nell’introduzione. Per ribadire che individuata una forma passano anche contenuti nuovi, ma mai a prescindere da un linguaggio. Per cui il linguaggio «viene prima del tema, anche se continuo a non sapere chi è nato prima, se l’uovo o la gallina. L’uovo, cioè il progetto, credo di averlo trovato, dimmi tu se ho trovato la gallina, cioè il risultato. È questo che conta per me. Di buone intenzioni è lastricata la strada di chi tira a campare con la narrativa. Semmai con la letteratura io tiro a morire».

Tirare a morire, perché l’unica posterità possibile è quella dell’opera, come scrive il Narratore della Recherche, ma come insegna anche, in quanto rovescio della medaglia, il conformismo di ogni tempo: chi tira a morire vivrà in eterno, chi tira a campare farà in tempo a vedere la propria morte.





Oggi ne abbiamo piene le palle delle combriccole, delle fazioni narrative contrapposte che si contendono lo stesso spazio, la stessa piccola, frettolosa vetrina. La lezione di D’Arrigo è tutta nella grandezza dei suoi romanzi, che più passa il tempo più ristabiliscono le giuste proporzioni con i nani suoi contemporanei. Che tanto assomigliano ai nanetti di oggi (e spesso sono i medesimi).

«Sto giocando un’altra partita» confessava Stefano a Walter. «E sia chiaro anche che il mio non è lo stesso campionato di Pasolini. Lui registra una lingua, io la invento: anche perché debbo dire qualcosa che ancora non c’è ma che non scomparirà mai. Io non sono un narratore militante, ogni mattina guardo il tempo e mi regolo lavoro ogni giorno, ma mai alla giornata. Non mi dispiace star solo, fuori di ogni cordata o scuola, non ho bisogno di protezione, se perdo è meglio disintegrarsi al suolo. Questo è un mestiere in cui si resta soli e in cui magari si salva uno ogni vent’anni. Naturalmente vorrei essere io, ma non sarò io a deciderlo». Sarebbe stato proprio lui, ma è stato lui a deciderlo, malgrado gli altri.

mercoledì 5 luglio 2006

L'ultimo nostos di Ulisse

Ho finalmente raggrupato in un unico pdf "L'ultimo nostos di Ulisse", il bel saggio di Alessandro Garigliano già comparso su Nazione Indiana nel febbraio del 2004.





(E per chi volesse raggiungermi via Skype il mio nome Skype è t.pintacuda)

lunedì 3 luglio 2006

un linguaggio non imitabile

Ci si costruisce (strada facendo: ma ci si illude di averlo fatto a priori) un proprio decalogo privato. Tu scriverai conciso, chiaro, composto; eviterai volute e sovrastrutture; saprai dire di ogni tua parola perché hai usato quella e non un'altra; amerai e imiterai quelli che seguono queste stese vie.

Poi ti imbatti in Horcynus Orca e tutto salta: è un libro esuberante, crudele, viscerale e spagnolesco, dilata un gesto in dieci pagine; spesso va studiato e decodificato come un arcaico, eppure mi piace, e non mi stanco mai di rileggerlo e ogni volta è nuovo.

Lo sento interamente coerente, arte e non artificio; non poteva che essere scritto così. Mi fa pensare a una certa galleria che è stata scavata secoli fa, nella roccia, in Val di Susa, da un uomo solo in dieci anni: o a una lente con aberrazioni, ma di portentoso ingrandimento.

Mi attira soprattutto perchè D'Arrigo, come Mann, Belli, Melville, Porta, Babel e Rabelais, ha saputo inventare un linguaggio, suo, non imitabile: uno strumento versatile, innovativo e adatto al suo scopo.


Primo Levi, La ricerca delle radici  (su segnalazione di Demetrio Paolin)

venerdì 30 giugno 2006

Amando, scoprendo, cercando D'Arrigo

Amo D'Arrigo, sì l'amo. Perché solo se si ama l'autore dell'Orca si può continuare ostinatamente a leggere pure e oltre la parte delle due parolette che il vecchio Caitanello ha da dire al figlio prima di stringergli la mano, quella stessa stretta di mano che la guerra aveva bandito rimpiazzandola prima col saluto fascista e poi con quello militare.

Le due parolette nella prima stesura condividevano la struttura a quadri propria dei cantastorie e dell'opera dei pupi, dovevano essere pure titolati in modo appropriato. Sono due parolette insostenibili, belle ma faticosissime. Giorgio me l'aveva anticipato per lettera e l'ha poi ribadito, pensavo che magari dipendeva dalla stanchezza di un anno di scuola, e invece no, le due parolette stanno lì, come a sfidare il lettore.

Sì, nella seconda parte, quella del recupero della memoria D'Arrigo sfida il suo lettore, implicitamente ci sfida, come se ci dicesse: sino a qua sei arrivato, ma sei sicuro che ormai il più è fatto?
La metà del viaggio è stata faticosa, ora inizia la perigliosa discesa che coinciderà con la morte dell'Orca e di Ndrja. Nell'attesa dello slancio finale, respiro a lungo e condivido con tutti voi la gioia immensa di aver recuperato per vie oscure l'introvabile Codice Siciliano, la raccolta di poesie che costituisce secondo il dire comune l'embrione di Horcynus Orca.





Una Sicilia mitica, omerica, che si sovrappone a una Sicilia stratificata nelle sue ère geologiche e storiche – da quella «Pregreca» delle tombe neolitiche a quella araba e normanna fino a quella moderna abbandonata dagli emigranti – domina nelle poesie di questo Codice Siciliano di Stefano D'Arrigo : terra alla quale il poeta torna nel rimpianto, «spatriato di là, oltre lo scilla», come la quaglia che modula «rochi gridi / al barlume del giorno» e in sogno vola «sul mare ventilato dalla luna, / col giovane grecale che stormisce / d'ala in ala, favorendo d'aria / Capo Passero, Siracusa, l'Anapo, / le rive di papiro dove già / fra foglia e foglia crepita la luce ». L'Italia «oltremare» è il «Nord, l'antico futuro», mentre la Sicilia è il ritorno al mito e insieme il mito del ritorno, del nostos che riconduce il poeta «sui prati, ora in cenere, d'Omero», attratto da una voce che lo chiama «nelle notti di luna sullo Stretto», sirena o Fata Morgana oppure eco dei secoli cavallereschi oppure ancora Madre trafitta dalle sue «povere stimmate, le spine / di ficodindia».

Pubblicato per la prima volta da Scheiwiller nel 1957 e arricchito nella presente edizione da tre poesie apparse nel 1961 su un numero di «Palatina» e da una inedita, questo Codice Siciliano di D'Arrigo è inevitabile che oggi sia letto come un archetipo e insieme incunabolo di Horcynus Orca, che uscirà vent'anni dopo; in questa prospettiva il testo si rivelerà prezioso, fecondo di suggerimenti e illuminazioni, non solo per l'affiorare di temi centrali, dal nostos omerico alla trasfigurazione epica della pesca, dalla presenza della morte a quella dei delfini e delle sirene, ma anche per i primi segni di quell'immenso lavoro sul linguaggio che troverà nell'opera maggiore la sua  realizzazione più compiuta: se ne vedrà una sorta di presagio e prefigurazione in quella lirica che esprime come l'aspirazione a una lingua insieme passata e futura e che si intitola significativamente «In una lingua che non so più dire».

Una lettura in questa chiave stimolante dovrebbe però aprirsi nel contempo anche a una lettura autonoma, per scoprire la ricchezza di un linguaggio lirico che alterna riflessioni popolaresche a chiusi momenti di concentrazione  dolorosa e ad aperture di visionarietà «greca», cui certo non è estraneo l'amore giovanile per Hölderlin: e per ritrovare, nel ritmo e nella forma propria della poesia, la fusione, come nel finale dell'Horcynus, dei due temi, quello del ritorno e quello della morte: «io da una guerra reduce, e da quante /
un gran figlio mi ricorda mia madre, / perduto con lo scudo o sullo scudo, / desidero tornare spalla a spalla / coi miei amici marinai che vanno / sempre più dentro nei versi, nel mare».

Giuseppe Pontiggia



[la lettura a staffetta di Horcynus Orca]
[lo speciale su I Miserabili]
[un saggio su Italia Libri]
[la lettura di Cima delle Nobildonne]

venerdì 23 giugno 2006

Il lungo viaggio dell'Orca

da "Il Messaggero", 26 novembre 2003
Il lungo viaggio dell' "Orca"
Rizzoli ripropone “Horcynus”, capolavoro di Stefano D’Arrigo. Occasione per avvicinare uno scrittore schivo quanto perfezionista
di Walter Pedullà


Festeggiato a caldo da George Steiner, che, in un articolo tempestivamente pubblicato dal Corriere della Sera , ha confermato il perentorio giudizio positivo espresso in altra recente occasione («è un capolavoro assoluto!»), torna Horcynus Orca di Stefano D'Arrigo. Saranno contenti i lettori che, dopo aver cercato invano negli ultimi anni il romanzo, ora lo possono trovare in un volume persino maneggevole di Rizzoli che con le sue mille pagine (precisamente 1090, di cui 12 di bibliografia + XXXI di introduzione di chi scrive, 25 euro) "nulla toglie" e qualcosa aggiunge all'edizione mondadoriana.
Il volume è il secondo dell'edizione delle opere di Stefano D'Arrigo. Il primo ristampava, col titolo di I fatti della fera, la stesura che era andata in bozze nel 1960 ma che non era mai arrivata in libreria. Seguiranno due altri volumi: il romanzo Cime delle nobildonne e le poesie, edite ( Codice siciliano) e molte inedite. Ci sono altri inediti in prosa, inclusa la narrativa. Prima o poi ci sarà la vera stesura iniziale di Horcynus Orca : i quaderni manoscritti intitolati La testa del delfino . Un giorno o l'altro arriverà poi una grossa, e piacevole a leggersi, sorpresa: la sceneggiatura di un gogoliano Anime morte , ambientato in Sicilia. E il resto no'l dico.
La ricchissima bibliografia conferma che la critica italiana ha preso posizione e a grande e migliore maggioranza ha testimoniato a favore dell' Horcynus : da Debenedetti a Maria Corti, da Magris a Baldelli, da Gramigna a Pontiggia, da Pampaloni a Zampa, da Mondo a Romanò, nonché i "colleghi in poesia e narrativa" Primo Levi, Pasolini, Caproni, Pagliarani, Malerba, Camilleri, Consolo e naturalmente Vittorini, che nel 1960 propose sul Menabò due capitoli di un romanzo che allora si intitolava I giorni della fera . Crescono sempre più di numero i giovani critici, che sono già tanti, e sono agguerriti ma non pregiudizialmente ostili come certi interpreti che, sagacemente ispirati, nel '75 condannarono a morte Horcynus Orca , spesso senza leggerlo.
C'è anche la storia patetica di un recensore che nel 1975 propose di fare con Horcynus Orca un fritto misto. Ora è un pentito ma allora qualcuno reagì suppergiù così: guarda un po' chi parla di frittura, un pesce lesso della critica, nonché della narrativa. Infuria da trent'anni infatti la polemica senza esclusione di malignità intorno al romanzo di D'Arrigo. C'è chi si pente e chi cambia i documenti, ma se continuano a esserci tanti eroi della sesta giornata, significa che per Horcynus Orca , prosa sciampagnina, è venuta l'ora dei brindisi.
L'editore è nuovo ma il testo cambia poco rispetto a quello dell'edizione Mondadori. Non l' Horcynus del '75, bensì il successivo Oscar: dove risultano omesse un paio di righe e aggiunti alcuni stacchi nella parte finale. Non sono cose di poco conto per uno scrittore che confessò di aver passato più di una notte insonne per decidere se lasciare o togliere una virgola. Vent'anni (dal '56 al '75) di lavoro diurno e notturno.
Ogni frase dell' Horcynus è scolpita con la tenacia maniacale attribuita ai poeti che si possono accanire per giorni su un verso. Un oceano di parole perlustrate goccia per goccia. Questo grande romanzo, pur essendo esorbitante in superficie, sollecita specialmente a cercare cosa c'è sotto una massa incontenibile di parole che vanno a pescare significati proibiti. L'amore ha un complesso di castrazione, la sessualità non di rado è omosessualità, l'attrazione per una figura materna corteggia con l'inconscio, l'incesto.
D'Arrigo miscela lingua e dialetti non solo per scovare segreti ma anche per nasconderli. Il narratore siciliano, che quanto più nomina tanto più suggerisce, s'è inventato un italiano parlato che nessuno parla per essere concreto e insieme solubile come il sale. E' come l'acqua ma non è mai incolore o inodore questa lingua saporita che compete in espressionismo con quella di Gadda e di Fenoglio. Il terno vincente della narrativa del secondo Novecento.
Se per simbolo l'Orca è il mare, nella realtà Horcynus Orca è un testo molto pescoso per chi sa gettare reti dentro una scrittura che si liquefa dentro ammaliante liricità per avere il calibro strettissimo con cui si accede all'“arcano” gelosamente difeso dall'autore. D'Arrigo deve scendere a fondo se vuole conoscere il mistero del protagonista; e come l'Orca, risale dalle profondità marine con la voragine che le squarcia il fianco piena di cicinella. Il narratore cerca l'origine, forse un peccato d'origine, da cui nasce la sua ossessione di scrittore che si aspetta da ogni parola una rivelazione che vada oltre quel che personalmente sa. E c'è scandalo della conoscenza nello Stretto che è come l'Acheronte.
Lo scandaglio atomico aspetta il suono che segnala l'impatto con qualcosa di solido. Non si trascuri cioè la musica di questa narrativa che procede a balzi come pietra piatta mandata a sbattere sulla superficie delle acque. Un gioco da bambini. E in effetti c'è un infante in un narratore che gioca con le parole della lingua materna. Così apprende che non solo una madre è l'amante più desiderata, ma pure che può essere una sirena la prostituta, e che la contrabbandiera è anche Proserpina, e che un delfino può essere migliore di un uomo e gli succederà nel governo del mondo. Una immensa "reductio ad unum" concentra tutto il romanzo nell'indimenticabile figura di Ciccina Circé, magia sposata a calcolo, sesso che copula con la morte.
Ricordo D'Arrigo sdraiato su un tappeto a correggere le bozze con biro di quattro colori. La pagina policroma veniva appesa a un filo teso fra due pareti. Un aquilone, due aquiloni, dieci, cento, aquiloni volavano nella stanza. Da destra a sinistra, dall'alto in basso, sempre più giù. Un prigioniero della propria ossessione cerca con ogni parola la libertà impossibile.
'Ndrja sembra porgere la fronte alla pallottola che l'ucciderà. Per smettere di pensare? Bisogna farla finita con questo rovello, con questo trapano mentale. E vent'anni dopo aver cominciato, D'Arrigo consegnò finalmente all'editore Horcynus Orca . Rileggendolo, il narratore riprese a correggere, una parola, una virgola, una nota musicale. Fino a questo testo dell'edizione Rizzoli. Restano fuori appunti, interrogativi e sottolineature. Segni da smorfiare, come si dice in Sicilia per la cabala. Che notoriamente non nasconde nel silenzio il segreto, bensì sotto una lingua che, quando serve, delira con interminababile penìo.