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sabato 28 aprile 2007

Ritorno in Sicilia

Conclusasi l'esperienza in Sud America, ritorno in Sicilia.

BombaSicilia cresce e si rafforza indipendentemente da me che cerco il mio posto nel mondo.

E la speranza mi accompagna sempre...

sabato 31 dicembre 2005

And I choose us (2)

KATE

You want to do something
great, Jack? Let's flush the
plan...start our lives right
now, today...I don't know what
that life's gonna look like
but I do know it has both of
us in it. And I choose us...

Jack is jolted by her words.

KATE (CONT'D)
The plan doesn't make us
great, Jack. What we have
together, that's what makes us
great.

Questa è la scena iniziale di THE FAMILY MAN, il film di Natale di cui parlavo anche qui.
Ieri ho ripubblicato una digressione che risaliva a due anni fa, era stata la scena finale di American Beauty ad averla innescata. Dalla fine ad un nuovo inizio, c'è molto da capire.
Dicevo che ero tenacemente attaccato al mio passato, ed è ancora vero. Ma è un attaccamento selettivo, tale e quale alla cecità selettiva che ci permette di sopravvivere in questo mondo di ratti e faine.
Ieri ho ripreso a studiare ai vecchi ritmi, che s'erano un po' dilatati vista la nuova prospettiva che ho dovuto acquisire in quanto studente lavoratore. (Se lavoro si può chiamare il SERVIZIO CIVILE NAZIONALE VOLONTARIO).

Sei ore allo sportello INPS del Comune, dove viene gente che aspetta con ansia l'arrivo dei sussidi assistenziali che il Comune elargisce per dare un po' di dignità anche alle famiglie più disagiate, ci metto impegno e passione anche qui, a trascrivere codici fiscali, stati di famiglia in cui abbondano dozzine di Karol. Come l'anno della santificazione del fraticello di Pietralcina ci fu una proliferazione di Pii infanti.

Quella del nome è una deriva interessante: un nome è come il titolo di un libro o di un saggio, "un titolo suscita aspettative, indirizza l'attenzione, predispone alla comprensione" come scrive bene Lucia Pizzo Russo.
Nomi-titoli, nomi come scansadisgrazie, se decido di chiamare mio figlio Karol è segno che i tempi stanno cambiando, eh già.
Negli anni 80 andava forte in questa stessa fetta di popolazione il nome Mirko per i picciriddi, che era il nome dello zito di Kiss me Licia, la figlia di Marrabbio, quello delle polpette e del gatto parlante.
Per le bambine usavano il nome della protagonista di una delle tante telenovelas che ci aiutano a tener desti i sogni: Azucena e Celeste.
Ora il nome del grande Papa. Sempre meglio di quell'uomo che ha messo a suo figlio il nome di Varenne. E va bene un uomo chiamato cavallo ma a tutto c'è sempre un limite.

Chiusa la deriva onomastica-esistenziale, torniamo all'esigenza pressante di riconciliare.
In American Beauty era un uomo freddato in cucina, col sangue che macchiava le piastrelle che cercava di farci capire la mitragliata di vita che ci conquisterà nell'attimo esatto in cui ci congederemo dalla vita e dal mondo.

La scena che ho ricopiato dalla sceneggiatura originale di THE FAMILY MAN sta all'opposto, in un non luogo per eccellenza - l'aeroporto - Jack e Kate si stanno salutando, lui deve andare a Londra per fare carriera, per diventare un uomo con Ferrari e ventiquattr'ore. Partendo promette che è solo un viaggio, che non inciderà minimamente nel loro bellissimo rapporto.
Kate capisce bene che, salendo su quell'aereo, lo perderà per sempre. Quindi gli chiede di fare una follia: saranno felici anche senza quel viaggio, senza elevare il loro status sociale. Saranno felici perché saranno insieme.
Lo dice in quattro parole: Io ho scelto NOI.
Che poi sarebbero le quattro parole più belle da dire a chi ci scalda il cuore.

Perdere l'anima e l'amore per inseguire i bigliettoni e sogni di gloria, un conto in banca a dodici zeri vale tanto?

E allora ringrazio queste asperità quotidiane, questi tempi grigi di pasti ancora più grigi, dove il grigio te lo senti dentro, nelle tonsille, in fondo alla gola.
Che la nuvoletta di Fantozzi sarebbe la meno spesa, insostenibile è quando la pioggia ti cade sui sogni e sulle speranze che pettinavi da piccolo.
Questo sino a quando capisci che l'essenziale l'hai già trovato.

Che non è affatto invisibile agli occhi, o forse sì, ma solo perché ti ha abbagliato con la luce buona e giusta dell'ovvietà.

Spero, semplicemente, che il prossimo stormo di cicogne porti un'abbondanza straordinaria di pasciuti Prospero e di bellissime signorine Felicità.

venerdì 30 dicembre 2005

There's no time for us...

"I guess I could be pretty pissed off about what happened to me... but it's hard to stay mad, when there's so much beauty in the world. Sometimes I feel like I'm seeing it all at once, and it's too much, my heart fills up like a balloon that's about to burst...
...and then I remember to relax, and stop trying to hold on to it, and then it flows through me like rain and I can't feel anything but gratitude for every single moment of my stupid little life...
You have no idea what I'm talking about, I'm sure. But don't worry...
You will someday."



Finiva così American Beauty: un giorno lo sapremo. Sapremo come la bellezza del mondo riempie l'amore e il cranio prima che l'anima voli via. Com'essa tracimi verso le nuvole ricolorando ogni singolo momento di tutta una stupida e piccola vita.

Quello di cui molti mi accusano e' vero, sono tenacemente attaccato al mio passato, come una patella allo scoglio. Semplice: viviamo il presente e vivendolo lo spediamo nel magazzino della memoria, il futuro c'e' ma appena ci mettiamo piede diventa, passo dopo passo, recentissimo passato. E poi su che cosa si dovrebbe scrivere?
Sull'avvenire?
Sui mondi al congiuntivo?
Sui possibili futuri che ammazziamo ogni volta che facciamo una scelta?
"Le lingue sono fatte non tanto per disegnare il futuro quanto per raccontare il passato" lo dice pure il mio manuale di Linguistica Generale.


E poi se c'era una cosa che alle elementari odiavo era il tema che ti obbligavano a svolgere ogni dannato anno: "Scrivi cosa vorresti fare DA GRANDE...".
Era angosciante: dover fantasticare su carriere improbabili e certezze fuori portata.
Quei temini erano nere e odiose torture psicologiche, frutto della malignità della maestra arpia che mi obbligava a colorare il cielo come voleva lei, tutto da un verso e con mano delicata.
- Non lo vorresti fare il calciatore e diventare bravo come Schillaci?
A me il calcio mi ha sempre annoiato, l'unica cosa allettante era fare il guardiano della porta. Mettersi tra due barattoli o tra due zainetti e aspettare. Aspettare lo scontro diretto con l'attaccante. Solo che dopo una trentina di brutte cadute ho preferito gli scacchi.
- Non ti piacerebbe fare il medico ed essere piu' ricco di Zio Paperone in una bella casa col giardino?
NO.


A 8 anni le priorità erano altre. Minime. Afferrabili.
Riuscire a prendere piu' grilli di Nicola.
Sbirciare sotto la gonna di Antonia.
Riuscire a finire i labirinti di Zelda sul Super Nes della Nintendo.
Il castello dei Masters e il galeone dei pirati della Playmobil.
La macchina degli Acchiappafantasmi (pero' gli altri, non quelli con Slymer).
E poi il sogno più sogno di tutti, l'arcisogno, quello che valeva tutta una settimana di tegolini: riuscire a catturare le lucertole con un filo d'erba come faceva Francesco Paolo.

Invece no, quello del tema doveva essere imbottito con un sogno da arrivista. Non potevi scrivere: "voglio solo e soltanto riuscire a catturare almeno una lucertola con un filo d'erba come sa fare Francesco Paolo. E se fosse possibile vorrei pure la fionda a braccio che papà non mi vuole comprare, giuro che se l'avessi la userei contro mia sorella solo per leggittima difesa o per accoppare qualche piccione."

Se avessi scritto così la maestra mi avrebbe strappato il foglio e chiamato la consulente con i porri sul mento e gli occhiali più spessi di tre tegolini messi uno sull'altro. Per continuare a vivere tranquillo nel mio bel banco della seconda fila dovevo inventarmi che mi sarebbe piaciuto un sacco diventare un medico per aiutare i bambini del terzo mondo, gli stessi a cui volevo soltanto spedire tutti i piatti di lenticchie e i broccoli puzzolenti che mia madre mi obbligava a mangiare.

Quando capirò quello che intendeva Kevin Spacey in American Beauty mi sfrecceranno davanti un centinaio di momenti, fitti fitti e veloci, compatti, ineguagliabili, indimenticabili, inossidabili, indelebili, incocciati per strada o amorosamente coltivati.
Forse ci sarà pure quell'unica bellissima volta che ce l'ho fatta a prendere una lucertola.

così scrivevo nell'ottobre del 2004. Quando è iniziato il lungo cammino che m'ha portato a rimettere in discussione tutto il mio mondo e tutte le mie manie di bisezione.