di TULLIO DE MAURO
Emilio Garroni è morto ieri a Roma a 79 anni. La salma sarà esposta nella camera mortuaria dell'Ospedale S. Camillo-Forlanini domani dalle 9 alle 11. I funerali avranno luogo sempre domani alle ore 16 nella Facoltà di Filosofia, Villa Mirafiori, via Carlo Fea 2.
Una vita interamente dedicata agli studi e alla riflessione, oltre che agli affetti più intimi, agli alunni e alle rare amicizie preziose per chi ne fruiva. Questa è stata per Emilio Garroni il risultato di una scelta costruita e difesa attraverso i decenni.
Ci fu un tempo in cui la televisione italiana seppe essere colta e intelligente. I più vecchi lo ricordano e lo ha rammentato di recente Walter Veltroni. Emilio Garroni visse dall'interno quella stagione come brillante intervistatore e autore di trasmissioni su soggetti artistici. Il giovane e brillante uomo di televisione era anche critico artistico militante, autore di presentazioni e cataloghi d'arte, amico di Cesare Brandi e dei pittori più importanti degli anni Cinquanta, e autore anche di raffinati racconti.
Tutta questa esperienza avrebbe potuto portare Garroni su altre strade, servì alla sua mente di filosofo e pensatore come materia prima su cui esercitare la sua riflessione teorica. La crisi semantica delle arti fu il primo più sistematico frutto di questo lavorio. Garroni fino ad allora si era tenuto ai margini della vita accademica, il lavoro gli valse un incarico di Estetica all'università "La Sapienza" nello straordinario Istituto di Filosofia di Nardi, Antoni, Calogero e Spirito. Da allora Garroni lasciò che il suo cursus accademico si svolgesse quasi per suo conto, fu aggregato e poi ordinario alla Sapienza e si dedicò interamente all'insegnamento e allo studio, a parte qualche rara diversione letteraria come Dissonanzenquartett.
Non è facile dare conto rapidamente dei suoi molti contributi: di semiotica o, meglio, di critica della semiotica, in un colloquio serrato con Eco, Prieto e altri studiosi contemporanei; di linguistica teorica e filosofia del linguaggio, con attenzione critica agli apporti di Hjelmslev, Chomsky, Wittgenstein, oltre che di Saussure; di interpretazione del pensiero kantiano, segnatamente della Critica della facoltà di giudizio di cui è stato traduttore insieme a uno dei suoi allievi prediletti.
Tuttavia recensendo il suo ultimo volume Immagine linguaggio figura (Laterza, 2005), in cui col tono e i modi di una conversazione tra amici che si intendono l'autore ripercorre i punti più delicati del suo cammino filosofico e anche umano, mi è parso di potere proporre che vi sia stato un filo unitario in tutto ciò e che il filo sia la ricerca dei nessi che collegano tra loro i molti valori disparati che si raccolgono intorno alla parola "senso": ciò che percepiamo e gli organi con cui percepiamo, la direzione in cui ci muoviamo o vediamo muoversi le cose, il valore che attribuiamo a parole, immagini, opere, segni che incontriamo nel nostro vivere reale, pratico, intellettuale, fantastico e anche onirico. Quest'ultima specificazione non sorprende chi conosce gli approfondimenti critici di temi psicanalitici che Garroni ha svolto anche in collaborazione con Armando Ferrari. E' un soggetto di riflessione osservare che, come del resto l'ultimo Kant, anche Emilio Garroni, apparentemente così degagé, abbia accentuato fortemente specie nelle ultime conversazioni cui ho accennato l'aspetto propriamente politico della sua ricerca sul senso e di senso. Anche questa è una eredità non facile per i suoi molti scolari e per quanti vorranno ripetere di lui, con antiche parole, "il miglior uomo tra quanti abbiamo conosciuto".
(Repubblica, 7 agosto 2005)
domenica 7 agosto 2005
martedì 2 agosto 2005
come c'insegnò il buon platone
Al mio funerale io non ci sarò. Voglio morire prima di te, voglio morire sulle note dell'ultima struggente canzone di Giuni Russo.
E' una bella certezza, non esserci quando i tuoi occhi si chiuderanno. Tra ottanta o novant'anni, quando saremo stati così bene assieme da condividere pure l'ultimo respiro.
Il landarolo qualche tempo fa scrisse di un suo sogno allucinato. Fantasticava di simulare la sua morte per fare la conta di chi sarebbe stato davvero affranto dalla sua dipartita.
é una cosa a cui ho pensato spesso nella pseudo-depressione adolescenziale.
poi ho smesso, ho alzato gli occhi al cielo e l'ho visto bello, dello stesso azzurro degli occhi che non ho mai smesso di cercare.
Però quella di far la conta delle prefiche è una fantasia agghiacciante, mi ricorda quando il sordomuto che avevo in classe alle elementari e poi al liceo per i suoi 19 anni portò una torta che era imparentata con la luisona del bar Sport di Benni.
Si mise a leggere il biglietto con gli auguri e dava la torta solo a chi aveva contribuito al regalo. Io non avevo messo le cinquemila lire per quella costituzionale penuria derivata dalla mie incursioni alla Feltrinelli. E non volevo nemmeno la torta, ma lui, a priori, non me la diede perché non ero nella lista. Dico, è una sciocchezza, ma è una di quelle che ti segnano e che poi usi per dilatare riflessioni che ti portano sempre più lontano.
Chiedersi chi ci sarà al nostro funerale è la stessa cosa. Che faremo con quelli che non piangeranno? Non daremo l'orribile foto-ricordo che qui in Sicilia è ancora diffusa come le sfincitedde di san giuseppe? Chi ci sarà, vedrà.
Sarà solo una buccia, la mia, rivestita del cappotto di legno che riempie i vuoti delle sceneggiature di Tex e di Walker Texas Ranger.
Perché la filosofia m'è servita solo a una cosa.
Ad arrivare pronto alla morte.
Come c'insegnò il Buon Platone.
Che è solo una altro modo per dire che l'ho vissuta bene questa vita. Malgrado tutte le cazzate che ho messo da parte, per gli addii che ho dato e avuto, per i motivi cercati di notte sotto un portone con Lucio Dalla che canta ITACA. Se l'ho vissuta bene questa vita lo saprò solo allora. Non si sfugge alla baldracca falciatrice. E basta. Che prima di finire dentro una canzone di De Andrè c'è ancora tutta una vita.
La meraviglia si schiude come un gigantesco girasole, come il sorriso di una bambina che lava un chicco d'uva nel fondo di un bicchiere, certi sguardi non le puoi dipingere nemmeno con tutte le parole della Treccani. E non resta che abbandonarsi, felice. Verrà la morte, sì, verrà.
E sarà soltanto una nuova avventura.
Odisseo e Penelope si sono ritrovati in fondo al gorgo, lì, oltre le colonne d'ercole.
E' una bella certezza, non esserci quando i tuoi occhi si chiuderanno. Tra ottanta o novant'anni, quando saremo stati così bene assieme da condividere pure l'ultimo respiro.
Il landarolo qualche tempo fa scrisse di un suo sogno allucinato. Fantasticava di simulare la sua morte per fare la conta di chi sarebbe stato davvero affranto dalla sua dipartita.
é una cosa a cui ho pensato spesso nella pseudo-depressione adolescenziale.
poi ho smesso, ho alzato gli occhi al cielo e l'ho visto bello, dello stesso azzurro degli occhi che non ho mai smesso di cercare.
Però quella di far la conta delle prefiche è una fantasia agghiacciante, mi ricorda quando il sordomuto che avevo in classe alle elementari e poi al liceo per i suoi 19 anni portò una torta che era imparentata con la luisona del bar Sport di Benni.
Si mise a leggere il biglietto con gli auguri e dava la torta solo a chi aveva contribuito al regalo. Io non avevo messo le cinquemila lire per quella costituzionale penuria derivata dalla mie incursioni alla Feltrinelli. E non volevo nemmeno la torta, ma lui, a priori, non me la diede perché non ero nella lista. Dico, è una sciocchezza, ma è una di quelle che ti segnano e che poi usi per dilatare riflessioni che ti portano sempre più lontano.
Chiedersi chi ci sarà al nostro funerale è la stessa cosa. Che faremo con quelli che non piangeranno? Non daremo l'orribile foto-ricordo che qui in Sicilia è ancora diffusa come le sfincitedde di san giuseppe? Chi ci sarà, vedrà.
Sarà solo una buccia, la mia, rivestita del cappotto di legno che riempie i vuoti delle sceneggiature di Tex e di Walker Texas Ranger.
Perché la filosofia m'è servita solo a una cosa.
Ad arrivare pronto alla morte.
Come c'insegnò il Buon Platone.
Che è solo una altro modo per dire che l'ho vissuta bene questa vita. Malgrado tutte le cazzate che ho messo da parte, per gli addii che ho dato e avuto, per i motivi cercati di notte sotto un portone con Lucio Dalla che canta ITACA. Se l'ho vissuta bene questa vita lo saprò solo allora. Non si sfugge alla baldracca falciatrice. E basta. Che prima di finire dentro una canzone di De Andrè c'è ancora tutta una vita.
La meraviglia si schiude come un gigantesco girasole, come il sorriso di una bambina che lava un chicco d'uva nel fondo di un bicchiere, certi sguardi non le puoi dipingere nemmeno con tutte le parole della Treccani. E non resta che abbandonarsi, felice. Verrà la morte, sì, verrà.
E sarà soltanto una nuova avventura.
Odisseo e Penelope si sono ritrovati in fondo al gorgo, lì, oltre le colonne d'ercole.
come c'insegnò il buon platone
Al mio funerale io non ci sarò. Voglio morire prima di te, voglio morire sulle note dell'ultima struggente canzone di Giuni Russo.
E' una bella certezza, non esserci quando i tuoi occhi si chiuderanno. Tra ottanta o novant'anni, quando saremo stati così bene assieme da condividere pure l'ultimo respiro.
Il landarolo qualche tempo fa scrisse di un suo sogno allucinato. Fantasticava di simulare la sua morte per fare la conta di chi sarebbe stato davvero affranto dalla sua dipartita.
é una cosa a cui ho pensato spesso nella pseudo-depressione adolescenziale.
poi ho smesso, ho alzato gli occhi al cielo e l'ho visto bello, dello stesso azzurro degli occhi che non ho mai smesso di cercare.
Però quella di far la conta delle prefiche è una fantasia agghiacciante, mi ricorda quando il sordomuto che avevo in classe alle elementari e poi al liceo per i suoi 19 anni portò una torta che era imparentata con la luisona del bar Sport di Benni.
Si mise a leggere il biglietto con gli auguri e dava la torta solo a chi aveva contribuito al regalo. Io non avevo messo le cinquemila lire per quella costituzionale penuria derivata dalla mie incursioni alla Feltrinelli. E non volevo nemmeno la torta, ma lui, a priori, non me la diede perché non ero nella lista. Dico, è una sciocchezza, ma è una di quelle che ti segnano e che poi usi per dilatare riflessioni che ti portano sempre più lontano.
Chiedersi chi ci sarà al nostro funerale è la stessa cosa. Che faremo con quelli che non piangeranno? Non daremo l'orribile foto-ricordo che qui in Sicilia è ancora diffusa come le sfincitedde di san giuseppe? Chi ci sarà, vedrà.
Sarà solo una buccia, la mia, rivestita del cappotto di legno che riempie i vuoti delle sceneggiature di Tex e di Walker Texas Ranger.
Perché la filosofia m'è servita solo a una cosa.
Ad arrivare pronto alla morte.
Come c'insegnò il Buon Platone.
Che è solo una altro modo per dire che l'ho vissuta bene questa vita. Malgrado tutte le cazzate che ho messo da parte, per gli addii che ho dato e avuto, per i motivi cercati di notte sotto un portone con Lucio Dalla che canta ITACA. Se l'ho vissuta bene questa vita lo saprò solo allora. Non si sfugge alla baldracca falciatrice. E basta. Che prima di finire dentro una canzone di De Andrè c'è ancora tutta una vita.
La meraviglia si schiude come un gigantesco girasole, come il sorriso di una bambina che lava un chicco d'uva nel fondo di un bicchiere, certi sguardi non le puoi dipingere nemmeno con tutte le parole della Treccani. E non resta che abbandonarsi, felice. Verrà la morte, sì, verrà.
E sarà soltanto una nuova avventura.
Odisseo e Penelope si sono ritrovati in fondo al gorgo, lì, oltre le colonne d'ercole.
E' una bella certezza, non esserci quando i tuoi occhi si chiuderanno. Tra ottanta o novant'anni, quando saremo stati così bene assieme da condividere pure l'ultimo respiro.
Il landarolo qualche tempo fa scrisse di un suo sogno allucinato. Fantasticava di simulare la sua morte per fare la conta di chi sarebbe stato davvero affranto dalla sua dipartita.
é una cosa a cui ho pensato spesso nella pseudo-depressione adolescenziale.
poi ho smesso, ho alzato gli occhi al cielo e l'ho visto bello, dello stesso azzurro degli occhi che non ho mai smesso di cercare.
Però quella di far la conta delle prefiche è una fantasia agghiacciante, mi ricorda quando il sordomuto che avevo in classe alle elementari e poi al liceo per i suoi 19 anni portò una torta che era imparentata con la luisona del bar Sport di Benni.
Si mise a leggere il biglietto con gli auguri e dava la torta solo a chi aveva contribuito al regalo. Io non avevo messo le cinquemila lire per quella costituzionale penuria derivata dalla mie incursioni alla Feltrinelli. E non volevo nemmeno la torta, ma lui, a priori, non me la diede perché non ero nella lista. Dico, è una sciocchezza, ma è una di quelle che ti segnano e che poi usi per dilatare riflessioni che ti portano sempre più lontano.
Chiedersi chi ci sarà al nostro funerale è la stessa cosa. Che faremo con quelli che non piangeranno? Non daremo l'orribile foto-ricordo che qui in Sicilia è ancora diffusa come le sfincitedde di san giuseppe? Chi ci sarà, vedrà.
Sarà solo una buccia, la mia, rivestita del cappotto di legno che riempie i vuoti delle sceneggiature di Tex e di Walker Texas Ranger.
Perché la filosofia m'è servita solo a una cosa.
Ad arrivare pronto alla morte.
Come c'insegnò il Buon Platone.
Che è solo una altro modo per dire che l'ho vissuta bene questa vita. Malgrado tutte le cazzate che ho messo da parte, per gli addii che ho dato e avuto, per i motivi cercati di notte sotto un portone con Lucio Dalla che canta ITACA. Se l'ho vissuta bene questa vita lo saprò solo allora. Non si sfugge alla baldracca falciatrice. E basta. Che prima di finire dentro una canzone di De Andrè c'è ancora tutta una vita.
La meraviglia si schiude come un gigantesco girasole, come il sorriso di una bambina che lava un chicco d'uva nel fondo di un bicchiere, certi sguardi non le puoi dipingere nemmeno con tutte le parole della Treccani. E non resta che abbandonarsi, felice. Verrà la morte, sì, verrà.
E sarà soltanto una nuova avventura.
Odisseo e Penelope si sono ritrovati in fondo al gorgo, lì, oltre le colonne d'ercole.
condividere
Vi è mai capitato?
Di aver paura di condividere qualcosa... qualcosa così bella che abbiamo timore di sciuparla nel commercio quotidiano della gente.
Però non condividendola la viviamo menomata. Come l'avaro che ama una moneta rarissima, tanto da nasconderla nella cassetta del water, dentro una confezione a tenuta stagna, solo per poi rimirarsela di notte, seduto sulla tazza, nel silenzio della sua mania.
Le cose belle vanno condivise.
Sempre.
Nei limiti del dicibile, certo.
qualcosa di non detto galleggia sempre.
Sapreste dirmi cosa avete detto in un solo abbraccio?
O in uno sguardo pieno di speranza?
In quell'istante in cui già sai che la bacerai... che vi bacerete.
O quando il tuo cane aspetta che ti cali per leccarti il naso e felice scodinzolarti sui sogni.
oggi Fry poteva clonare il suo vecchio cane e non l'ha fatto. Pensava che Seymour s'era rifatto una vita, una vita lunga con qualcun altro da aspettare.
E invece quel botolo l'ha aspettato davanti alla più lercia delle pizzerie lerce.
E io ho pensato alla mia cucciolona.
A lei, ai suoi occhi nocciola che m'aspettano quando torno dall'università.
E mi sono commosso.
Di recente mi capita spesso. Dopo aver trattenuto troppe lacrime ora ne sperimento di nuove, quelle di prima erano impastate di rabbia e incomprensioni.
quelle di adesso servono per pulire il cristallino. L'ho capito solo ora. Piango per purificarmi gli occhi e godermi a pieno lo spettacolo meraviglioso che si dipana ora come allora, quando la filosofia nacque.
Ci sono persone da cani e persone da gatti.
Io sono un cinofilo sino al midollo, pure le mie cellule epiteliali portano a spasso microbatteri canini coi loro microscopici guinzagli di DNA.
Quando sono andato al cinema per riempirmi gli occhi coi bei colori di AL DI LA' DEI SOGNI non ho pianto perché a Robin Williams gli morivano i figli, il cane e la moglie.
Ho pianto quando ha riabbracciato il suo dalmata nel suo paradiso.
Perché vorrei che fosse così per tutti.
Che magari un giorno possa riprendere in mano pure la mia tartaruga che un ratto s'è divorato lasciandomela moribonda e praticamente già sfilettata per il brodo.
Che tutti i canarini che hanno cantato nella gabbia dal fondo rosso possano cantarmi accanto come l'uccellino dello zio Tom nei sogni targati Disney...
Zippetituda, zippeti-iè chi è più contento e felice di me? Mi accompagna un uccellino... tutto è molto soddisfante...
La malinconia è solo un altro nome per l'attesa. Chiusa una piccola felicità, girando i tacchi delle scarpette di rubino ci sono le torri di smeraldo del Potente Mago di Oz che aspetta d'esaurire quegli stessi desideri che abbiamo già abbracciato.
Stasera c'è un bellissimo film. 1975: Occhi bianchi sul pianeta terra.
Tratto da IO SONO LEGGENDA, il più bel romanzo di Richard Matheson che finisce con quella frase sul relativismo della normalità.
“La norma è un concetto di massa. La norma dei molti e la non norma di uno solo...”
Dal libro Tiziano Sclavi ha ricavato una delle più belle storie di Dylan Dog: lo speciale numero 5, LA CASA DEGLI UOMINI PERDUTI.
E' stanotte, su Rete 4, a mezzanotte e mezza. Ci vediamo lì.
Per essere gli unici sopravvissuti in un mondo di mostri.
Dicono che è una delle fantasie più diffuse, quella con cui ci siamo gingillati tutti.
Insieme alla fantasia su come sarà il nostro funerale…
Di aver paura di condividere qualcosa... qualcosa così bella che abbiamo timore di sciuparla nel commercio quotidiano della gente.
Però non condividendola la viviamo menomata. Come l'avaro che ama una moneta rarissima, tanto da nasconderla nella cassetta del water, dentro una confezione a tenuta stagna, solo per poi rimirarsela di notte, seduto sulla tazza, nel silenzio della sua mania.
Le cose belle vanno condivise.
Sempre.
Nei limiti del dicibile, certo.
qualcosa di non detto galleggia sempre.
Sapreste dirmi cosa avete detto in un solo abbraccio?
O in uno sguardo pieno di speranza?
In quell'istante in cui già sai che la bacerai... che vi bacerete.
O quando il tuo cane aspetta che ti cali per leccarti il naso e felice scodinzolarti sui sogni.
oggi Fry poteva clonare il suo vecchio cane e non l'ha fatto. Pensava che Seymour s'era rifatto una vita, una vita lunga con qualcun altro da aspettare.
E invece quel botolo l'ha aspettato davanti alla più lercia delle pizzerie lerce.
E io ho pensato alla mia cucciolona.
A lei, ai suoi occhi nocciola che m'aspettano quando torno dall'università.
E mi sono commosso.
Di recente mi capita spesso. Dopo aver trattenuto troppe lacrime ora ne sperimento di nuove, quelle di prima erano impastate di rabbia e incomprensioni.
quelle di adesso servono per pulire il cristallino. L'ho capito solo ora. Piango per purificarmi gli occhi e godermi a pieno lo spettacolo meraviglioso che si dipana ora come allora, quando la filosofia nacque.
Ci sono persone da cani e persone da gatti.
Io sono un cinofilo sino al midollo, pure le mie cellule epiteliali portano a spasso microbatteri canini coi loro microscopici guinzagli di DNA.
Quando sono andato al cinema per riempirmi gli occhi coi bei colori di AL DI LA' DEI SOGNI non ho pianto perché a Robin Williams gli morivano i figli, il cane e la moglie.
Ho pianto quando ha riabbracciato il suo dalmata nel suo paradiso.
Perché vorrei che fosse così per tutti.
Che magari un giorno possa riprendere in mano pure la mia tartaruga che un ratto s'è divorato lasciandomela moribonda e praticamente già sfilettata per il brodo.
Che tutti i canarini che hanno cantato nella gabbia dal fondo rosso possano cantarmi accanto come l'uccellino dello zio Tom nei sogni targati Disney...
Zippetituda, zippeti-iè chi è più contento e felice di me? Mi accompagna un uccellino... tutto è molto soddisfante...
La malinconia è solo un altro nome per l'attesa. Chiusa una piccola felicità, girando i tacchi delle scarpette di rubino ci sono le torri di smeraldo del Potente Mago di Oz che aspetta d'esaurire quegli stessi desideri che abbiamo già abbracciato.
Stasera c'è un bellissimo film. 1975: Occhi bianchi sul pianeta terra.
Tratto da IO SONO LEGGENDA, il più bel romanzo di Richard Matheson che finisce con quella frase sul relativismo della normalità.
“La norma è un concetto di massa. La norma dei molti e la non norma di uno solo...”
Dal libro Tiziano Sclavi ha ricavato una delle più belle storie di Dylan Dog: lo speciale numero 5, LA CASA DEGLI UOMINI PERDUTI.
E' stanotte, su Rete 4, a mezzanotte e mezza. Ci vediamo lì.
Per essere gli unici sopravvissuti in un mondo di mostri.
Dicono che è una delle fantasie più diffuse, quella con cui ci siamo gingillati tutti.
Insieme alla fantasia su come sarà il nostro funerale…
il cancro dei gerani
un giorno sono uscito a cercare parole. dicono che quelle vere ti vengono incontro nella luce vera del mattino. prima che le saracinesche finiscano di nuovo arrotolate per far passare luce, clienti, soldi e scarpe, cibo e giornali, medicine e biglietti per viaggiare.
stavo lì, con l'ombra volata via nel troppo sole, senza cellulare, senza orologio. con i polpacci in vista, accanto ai cartelli traditori del fruttivendolo, quelli con le codine degli zerovirgolanovantanove che sbucano dopo che hai già chiesto un chilo di qualcosa per scacciare il caldo e l'apatia.
di mattina la città è una passeggiata lenta lenta, senza fretta, sul marciapiede mangiato dal sale che il barista continua a buttare per vederlo sbiancare. ci sono pure i cesti dei babbaluci, solitari, agli angoli.
camminando la città pare bella, il sangue non c'è più, nei marciapiedi ci sono solo le gomme da masticare che oramai non si staccheranno più, come i rimorsi di tutte le occasioni che hai mancato.
perché capita a tutti. di sentirsi soli, inutili, con la luce che carezza il pulviscolo che danza nella canicola. la luce delle lucciole si vede ancora di notte, solo se sei fortunato, le vedi accendersi in grumi, insieme. belle solo da lontano, come una donna che hai sognato per poi scoprirla vuota e fredda come un sogno sbiadito, come la coda di un aquilone sopravvissuta all'infanzia, come un he-man senza testa e senza un braccio. qui i negozi chiudono, aprono, falliscono e si riciclano, qualcuno appiccica i pizzini di addio al pizzo, quelli che qualche metronotte solerte li ricopre coi suoi bigliettini notturni.
due poliziotti di quartiere si rinfrescano con una granita dopo la passeggiata che hanno fatto fare ai manganelli.
le lucertole escono veloci, in mezzo alle gambe dei vecchi che giocano a carte per scacciare la noia di un altro anno in cui dividere la pensione con una famiglia troppo numerosa.
Qualcuno parte, pochi tornano. Piano piano i bar si riempiono, capannelli di persone cercano nuove truffe, nuovi affari, nuove opportunità. Tutto, basta che non ci siano i limoni da raccogliere per poi vederli schiacciare per tenere il prezzo alto. qui funziona così, col futuro che piace solo perché vorrà dire che ci sarà più passato da rimpiangere e vagheggiare. quando si stava bene, passeggiando sui marciapiedi del corso tutta la notte e ancora di più, sino al mare che aspro sputa sulla speranza. coi gerani che si sono pure loro beccati il cancro. una macchia nera se li è mangiati dentro. e noi con loro.
stavo lì, con l'ombra volata via nel troppo sole, senza cellulare, senza orologio. con i polpacci in vista, accanto ai cartelli traditori del fruttivendolo, quelli con le codine degli zerovirgolanovantanove che sbucano dopo che hai già chiesto un chilo di qualcosa per scacciare il caldo e l'apatia.
di mattina la città è una passeggiata lenta lenta, senza fretta, sul marciapiede mangiato dal sale che il barista continua a buttare per vederlo sbiancare. ci sono pure i cesti dei babbaluci, solitari, agli angoli.
camminando la città pare bella, il sangue non c'è più, nei marciapiedi ci sono solo le gomme da masticare che oramai non si staccheranno più, come i rimorsi di tutte le occasioni che hai mancato.
perché capita a tutti. di sentirsi soli, inutili, con la luce che carezza il pulviscolo che danza nella canicola. la luce delle lucciole si vede ancora di notte, solo se sei fortunato, le vedi accendersi in grumi, insieme. belle solo da lontano, come una donna che hai sognato per poi scoprirla vuota e fredda come un sogno sbiadito, come la coda di un aquilone sopravvissuta all'infanzia, come un he-man senza testa e senza un braccio. qui i negozi chiudono, aprono, falliscono e si riciclano, qualcuno appiccica i pizzini di addio al pizzo, quelli che qualche metronotte solerte li ricopre coi suoi bigliettini notturni.
due poliziotti di quartiere si rinfrescano con una granita dopo la passeggiata che hanno fatto fare ai manganelli.
le lucertole escono veloci, in mezzo alle gambe dei vecchi che giocano a carte per scacciare la noia di un altro anno in cui dividere la pensione con una famiglia troppo numerosa.
Qualcuno parte, pochi tornano. Piano piano i bar si riempiono, capannelli di persone cercano nuove truffe, nuovi affari, nuove opportunità. Tutto, basta che non ci siano i limoni da raccogliere per poi vederli schiacciare per tenere il prezzo alto. qui funziona così, col futuro che piace solo perché vorrà dire che ci sarà più passato da rimpiangere e vagheggiare. quando si stava bene, passeggiando sui marciapiedi del corso tutta la notte e ancora di più, sino al mare che aspro sputa sulla speranza. coi gerani che si sono pure loro beccati il cancro. una macchia nera se li è mangiati dentro. e noi con loro.
condividere
Vi è mai capitato?
Di aver paura di condividere qualcosa... qualcosa così bella che abbiamo timore di sciuparla nel commercio quotidiano della gente.
Però non condividendola la viviamo menomata. Come l'avaro che ama una moneta rarissima, tanto da nasconderla nella cassetta del water, dentro una confezione a tenuta stagna, solo per poi rimirarsela di notte, seduto sulla tazza, nel silenzio della sua mania.
Le cose belle vanno condivise.
Sempre.
Nei limiti del dicibile, certo.
qualcosa di non detto galleggia sempre.
Sapreste dirmi cosa avete detto in un solo abbraccio?
O in uno sguardo pieno di speranza?
In quell'istante in cui già sai che la bacerai... che vi bacerete.
O quando il tuo cane aspetta che ti cali per leccarti il naso e felice scodinzolarti sui sogni.
oggi Fry poteva clonare il suo vecchio cane e non l'ha fatto. Pensava che Seymour s'era rifatto una vita, una vita lunga con qualcun altro da aspettare.
E invece quel botolo l'ha aspettato davanti alla più lercia delle pizzerie lerce.
E io ho pensato alla mia cucciolona.
A lei, ai suoi occhi nocciola che m'aspettano quando torno dall'università.
E mi sono commosso.
Di recente mi capita spesso. Dopo aver trattenuto troppe lacrime ora ne sperimento di nuove, quelle di prima erano impastate di rabbia e incomprensioni.
quelle di adesso servono per pulire il cristallino. L'ho capito solo ora. Piango per purificarmi gli occhi e godermi a pieno lo spettacolo meraviglioso che si dipana ora come allora, quando la filosofia nacque.
Ci sono persone da cani e persone da gatti.
Io sono un cinofilo sino al midollo, pure le mie cellule epiteliali portano a spasso microbatteri canini coi loro microscopici guinzagli di DNA.
Quando sono andato al cinema per riempirmi gli occhi coi bei colori di AL DI LA' DEI SOGNI non ho pianto perché a Robin Williams gli morivano i figli, il cane e la moglie.
Ho pianto quando ha riabbracciato il suo dalmata nel suo paradiso.
Perché vorrei che fosse così per tutti.
Che magari un giorno possa riprendere in mano pure la mia tartaruga che un ratto s'è divorato lasciandomela moribonda e praticamente già sfilettata per il brodo.
Che tutti i canarini che hanno cantato nella gabbia dal fondo rosso possano cantarmi accanto come l'uccellino dello zio Tom nei sogni targati Disney...
Zippetituda, zippeti-iè chi è più contento e felice di me? Mi accompagna un uccellino... tutto è molto soddisfante...
La malinconia è solo un altro nome per l'attesa. Chiusa una piccola felicità, girando i tacchi delle scarpette di rubino ci sono le torri di smeraldo del Potente Mago di Oz che aspetta d'esaurire quegli stessi desideri che abbiamo già abbracciato.
Stasera c'è un bellissimo film. 1975: Occhi bianchi sul pianeta terra.
Tratto da IO SONO LEGGENDA, il più bel romanzo di Richard Matheson che finisce con quella frase sul relativismo della normalità.
“La norma è un concetto di massa. La norma dei molti e la non norma di uno solo...”
Dal libro Tiziano Sclavi ha ricavato una delle più belle storie di Dylan Dog: lo speciale numero 5, LA CASA DEGLI UOMINI PERDUTI.
E' stanotte, su Rete 4, a mezzanotte e mezza. Ci vediamo lì.
Per essere gli unici sopravvissuti in un mondo di mostri.
Dicono che è una delle fantasie più diffuse, quella con cui ci siamo gingillati tutti.
Insieme alla fantasia su come sarà il nostro funerale…
Di aver paura di condividere qualcosa... qualcosa così bella che abbiamo timore di sciuparla nel commercio quotidiano della gente.
Però non condividendola la viviamo menomata. Come l'avaro che ama una moneta rarissima, tanto da nasconderla nella cassetta del water, dentro una confezione a tenuta stagna, solo per poi rimirarsela di notte, seduto sulla tazza, nel silenzio della sua mania.
Le cose belle vanno condivise.
Sempre.
Nei limiti del dicibile, certo.
qualcosa di non detto galleggia sempre.
Sapreste dirmi cosa avete detto in un solo abbraccio?
O in uno sguardo pieno di speranza?
In quell'istante in cui già sai che la bacerai... che vi bacerete.
O quando il tuo cane aspetta che ti cali per leccarti il naso e felice scodinzolarti sui sogni.
oggi Fry poteva clonare il suo vecchio cane e non l'ha fatto. Pensava che Seymour s'era rifatto una vita, una vita lunga con qualcun altro da aspettare.
E invece quel botolo l'ha aspettato davanti alla più lercia delle pizzerie lerce.
E io ho pensato alla mia cucciolona.
A lei, ai suoi occhi nocciola che m'aspettano quando torno dall'università.
E mi sono commosso.
Di recente mi capita spesso. Dopo aver trattenuto troppe lacrime ora ne sperimento di nuove, quelle di prima erano impastate di rabbia e incomprensioni.
quelle di adesso servono per pulire il cristallino. L'ho capito solo ora. Piango per purificarmi gli occhi e godermi a pieno lo spettacolo meraviglioso che si dipana ora come allora, quando la filosofia nacque.
Ci sono persone da cani e persone da gatti.
Io sono un cinofilo sino al midollo, pure le mie cellule epiteliali portano a spasso microbatteri canini coi loro microscopici guinzagli di DNA.
Quando sono andato al cinema per riempirmi gli occhi coi bei colori di AL DI LA' DEI SOGNI non ho pianto perché a Robin Williams gli morivano i figli, il cane e la moglie.
Ho pianto quando ha riabbracciato il suo dalmata nel suo paradiso.
Perché vorrei che fosse così per tutti.
Che magari un giorno possa riprendere in mano pure la mia tartaruga che un ratto s'è divorato lasciandomela moribonda e praticamente già sfilettata per il brodo.
Che tutti i canarini che hanno cantato nella gabbia dal fondo rosso possano cantarmi accanto come l'uccellino dello zio Tom nei sogni targati Disney...
Zippetituda, zippeti-iè chi è più contento e felice di me? Mi accompagna un uccellino... tutto è molto soddisfante...
La malinconia è solo un altro nome per l'attesa. Chiusa una piccola felicità, girando i tacchi delle scarpette di rubino ci sono le torri di smeraldo del Potente Mago di Oz che aspetta d'esaurire quegli stessi desideri che abbiamo già abbracciato.
Stasera c'è un bellissimo film. 1975: Occhi bianchi sul pianeta terra.
Tratto da IO SONO LEGGENDA, il più bel romanzo di Richard Matheson che finisce con quella frase sul relativismo della normalità.
“La norma è un concetto di massa. La norma dei molti e la non norma di uno solo...”
Dal libro Tiziano Sclavi ha ricavato una delle più belle storie di Dylan Dog: lo speciale numero 5, LA CASA DEGLI UOMINI PERDUTI.
E' stanotte, su Rete 4, a mezzanotte e mezza. Ci vediamo lì.
Per essere gli unici sopravvissuti in un mondo di mostri.
Dicono che è una delle fantasie più diffuse, quella con cui ci siamo gingillati tutti.
Insieme alla fantasia su come sarà il nostro funerale…
il cancro dei gerani
un giorno sono uscito a cercare parole. dicono che quelle vere ti vengono incontro nella luce vera del mattino. prima che le saracinesche finiscano di nuovo arrotolate per far passare luce, clienti, soldi e scarpe, cibo e giornali, medicine e biglietti per viaggiare.
stavo lì, con l'ombra volata via nel troppo sole, senza cellulare, senza orologio. con i polpacci in vista, accanto ai cartelli traditori del fruttivendolo, quelli con le codine degli zerovirgolanovantanove che sbucano dopo che hai già chiesto un chilo di qualcosa per scacciare il caldo e l'apatia.
di mattina la città è una passeggiata lenta lenta, senza fretta, sul marciapiede mangiato dal sale che il barista continua a buttare per vederlo sbiancare. ci sono pure i cesti dei babbaluci, solitari, agli angoli.
camminando la città pare bella, il sangue non c'è più, nei marciapiedi ci sono solo le gomme da masticare che oramai non si staccheranno più, come i rimorsi di tutte le occasioni che hai mancato.
perché capita a tutti. di sentirsi soli, inutili, con la luce che carezza il pulviscolo che danza nella canicola. la luce delle lucciole si vede ancora di notte, solo se sei fortunato, le vedi accendersi in grumi, insieme. belle solo da lontano, come una donna che hai sognato per poi scoprirla vuota e fredda come un sogno sbiadito, come la coda di un aquilone sopravvissuta all'infanzia, come un he-man senza testa e senza un braccio. qui i negozi chiudono, aprono, falliscono e si riciclano, qualcuno appiccica i pizzini di addio al pizzo, quelli che qualche metronotte solerte li ricopre coi suoi bigliettini notturni.
due poliziotti di quartiere si rinfrescano con una granita dopo la passeggiata che hanno fatto fare ai manganelli.
le lucertole escono veloci, in mezzo alle gambe dei vecchi che giocano a carte per scacciare la noia di un altro anno in cui dividere la pensione con una famiglia troppo numerosa.
Qualcuno parte, pochi tornano. Piano piano i bar si riempiono, capannelli di persone cercano nuove truffe, nuovi affari, nuove opportunità. Tutto, basta che non ci siano i limoni da raccogliere per poi vederli schiacciare per tenere il prezzo alto. qui funziona così, col futuro che piace solo perché vorrà dire che ci sarà più passato da rimpiangere e vagheggiare. quando si stava bene, passeggiando sui marciapiedi del corso tutta la notte e ancora di più, sino al mare che aspro sputa sulla speranza. coi gerani che si sono pure loro beccati il cancro. una macchia nera se li è mangiati dentro. e noi con loro.
stavo lì, con l'ombra volata via nel troppo sole, senza cellulare, senza orologio. con i polpacci in vista, accanto ai cartelli traditori del fruttivendolo, quelli con le codine degli zerovirgolanovantanove che sbucano dopo che hai già chiesto un chilo di qualcosa per scacciare il caldo e l'apatia.
di mattina la città è una passeggiata lenta lenta, senza fretta, sul marciapiede mangiato dal sale che il barista continua a buttare per vederlo sbiancare. ci sono pure i cesti dei babbaluci, solitari, agli angoli.
camminando la città pare bella, il sangue non c'è più, nei marciapiedi ci sono solo le gomme da masticare che oramai non si staccheranno più, come i rimorsi di tutte le occasioni che hai mancato.
perché capita a tutti. di sentirsi soli, inutili, con la luce che carezza il pulviscolo che danza nella canicola. la luce delle lucciole si vede ancora di notte, solo se sei fortunato, le vedi accendersi in grumi, insieme. belle solo da lontano, come una donna che hai sognato per poi scoprirla vuota e fredda come un sogno sbiadito, come la coda di un aquilone sopravvissuta all'infanzia, come un he-man senza testa e senza un braccio. qui i negozi chiudono, aprono, falliscono e si riciclano, qualcuno appiccica i pizzini di addio al pizzo, quelli che qualche metronotte solerte li ricopre coi suoi bigliettini notturni.
due poliziotti di quartiere si rinfrescano con una granita dopo la passeggiata che hanno fatto fare ai manganelli.
le lucertole escono veloci, in mezzo alle gambe dei vecchi che giocano a carte per scacciare la noia di un altro anno in cui dividere la pensione con una famiglia troppo numerosa.
Qualcuno parte, pochi tornano. Piano piano i bar si riempiono, capannelli di persone cercano nuove truffe, nuovi affari, nuove opportunità. Tutto, basta che non ci siano i limoni da raccogliere per poi vederli schiacciare per tenere il prezzo alto. qui funziona così, col futuro che piace solo perché vorrà dire che ci sarà più passato da rimpiangere e vagheggiare. quando si stava bene, passeggiando sui marciapiedi del corso tutta la notte e ancora di più, sino al mare che aspro sputa sulla speranza. coi gerani che si sono pure loro beccati il cancro. una macchia nera se li è mangiati dentro. e noi con loro.
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