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lunedì 12 giugno 2006

di vita e di letteratura

Babbiando babbiando sono arrivato a scrivere su Vibrisse e quella che era nato come semplice e sconclusionato progetto di volontariato culturale per scansare precoci e irrimedibili malinconie è diventato una rivista bella e conosciuta. (in due inteviste successive il cambiamento si palesa: da così a così)(qui il comunicato del nuovo numero)

E voi? Ne avete sogni da lucidare? Anche per voi passioni mai sopite ora vi danno pane e rinnovano il vostro entusiasmo?

Intanto ho finito col primo ciclo di lezioni private, in totale Luca è venuto 36 volte (15€ x 36 = 540,00 €), come esperienza è stata varia e piena, devo ancora capire bene come calibrare passione ed entusiasmo coi tempi personali di ogni discente, ma almeno la Divina Commedia, la letteratura - greca, latina, inglese e italiana - e la filosofia le so spiegare e soprattutto le so fare amare. La matematica quella è un po' più difficile da far digerire a chi oppone alle scienze un monolitico rifiuto inspiegato e inspiegabile.

Io amavo indistintamente tutte le materie per quella volontà di primeggiare che mi ha tenuto a galla durante il liceo, sino a quando tutto il bagaglio di esperienze che ho digerito in questi sei anni mi ha insegnato che è sempre meglio ascoltare che parlare. Il servizio civile continua, l'ultimo giorno sarà il 31 ottobre, dal 27 al 29 ottobre si terrà a Roma il secondo incontro della Federazione BombaCarta.

martedì 29 novembre 2005

la notte che hanno dato fuoco al carro di Santa Rosalia

Uno pensa che certe cose siano limitate a quelle scene ciclostilate dei filmacci di serie C, uno esce, giorni di digiuno emotivo per studiare pagine e pagine di date del Medioevo e che succede? Lungo le curve che carezzano i monti della Sicilia, lì dove gli aerei ti allisciano il ciuffo, una di quelle scene che neanche Stephen King usa più.

Nello specchietto vedo che un'auto mi sta incollata alla targa, con gli abbaglianti che mi masticano le cornee. Accosto per farlo passare, fuori il vento sega le foglie che aspettano di ridare all'albero ogni preziosa goccia di clorofilla. Dopo due curve è lui ad accostare, mi fa passare e riprende il suo mefistofelico divertimento, prosegue la sua tortura psicologica per un'eterna mezz'ora.

Accosto di nuovo, la scena si ripete. Nell'inferno della ripetizione l'adrenalina ormai mi ha intossicato il sistema linfatico. Accendo il cellulare. Accosto per la terza volta e stavolta spengo il quadro. Compongo il 112, mi risponde la voce baffuta di un carabiniere. Alle mie spalle il pazzo è ancora lì, s'è fermato pure lui, attaccato alla mia targa e alza la radio al massimo, tutto il campionario di canzoni napoletane.

Dopo sette interminabili minuti arrivano due volanti, scendono quattro agenti, uno col mitra e tre con la pistola spianata. Fanno scendere il pazzo dalla macchina. Lo portano in caserma. Il maresciallo e i suoi baffi comprensivi elogiano il mio agire, sono stato bravo a mantenere la calma, la notte insonne che m'aspetta non mi consola. Era ubriaco e strafatto, aspettava che io scendevo dalla macchina per dar sfogo ai suoi dissapori con la vita e col disamore che ci avvelena questi anni.

E la stessa notte qualcuno ha dato fuoco pure al carro della Santuzza. Di sicuro un disperato deluso che aveva pregato con fervore Santa Rosalia per trovare il posto fisso e un po' di serenità. E questi non sono illusionismi.
Un'altra notte palermitana scoppia al sole come le chiocciole ai bordi delle strade nelle pagine di Vittorini.

lunedì 14 novembre 2005

Antologia Dicotomica (the best of 2005)

Anno dopo anno ogni estate accumulo dicotomici furori che lascio andare liberi nella rete, poi quando la vita vera, quella lontana da questo schermo ha il sopravvento mi piace recuperare le pietruzze più belle, come Pollicino, una manciata di sassi segnavia, ve li dono con cuore d'aquilone:

Ero sul divano bianco a finire di leggere Le correzioni (l'avevo messo da parte per godermi la conclusione all'inizio delle mie vacanze) e leggevo di Alfred, sceso nello scantinato con un fucile, un biscotto e l'immancabile poltrona blu. Davanti alla spirale di vecchie lampadine di natale, Alfred pensa al tempo che impietoso passa.


Scrivere per traghettare me e le mie parole nel futuro che mi sto costruendo? La scrittura-caronte? O la scrittura-orfeo che non deve mai girarsi indietro? Forse per dimostrare a me stesso che molto, forse troppo, di quello che ho già scritto lo sottoscrivo ancora oggi?


... lo scenario apocalittico è uno di quegli altri sogni iperdiffusi, lo ficchiamo tutti nel nostro carrello nell'ipermercato delle idee. Le donne hanno spesso due amici immaginari quando sono piccole principesse con gli occhi stellati di speranza, noi maschi siamo più estremi sogniamo di essere gli unici sopravvissuti di un mondo al crepuscolo che si spegne lento come una nevicata di neve nera.


il resto è quello che accade a tutti, ritrovarsi in case di cui non sai manco chi è il proprietario o che minchia ci fai lì. Bere e vomitare per poi ricominciare a bere e vomitare.
Forse così butti fuori l'angoscia che cala come mannaia sull'adolescenza che è agli sgoccioli. Perché, sin quando si tratta di abituarsi alla voce bassa e al rasoio da usare sempre più spesso, siamo tutti bravi. E' dopo che viene il difficile, quando devi metterti davanti allo specchio e dimostrare al mondo che non sei solo buono a sciupare shampoo. Che tutte le promesse che hai fatto le sai mantenere. Che sei pronto a rimetterti sempre in discussione per ribadire quello che di buono hai messo al centro del tuo mondo.



Alla fine dell'estate puntualmente andavamo a farci il convegno dell'oratorio, ma anche lì anno dopo anno eravamo sempre meno. E masticavamo sempre più spesso la frase che lampeggia alla fine dell'adolescenza: "ti ricordi?".
Sembra che tutto quello che abbiamo fatto, l'abbiamo portato a termine solo per poi poterne riparlarne oggi.

lunedì 8 agosto 2005

un'intera notte faccia a faccia col nulla

Leggo Dylan Dog da più di dieci anni, dieci anni in cui sia io che lui siamo cambiati. Perché si cambia sempre per non finire lassù tra idrogeno e ossigeno a masticare rimorsi.
Mi ingolfo spesso.
Tra parole che già ieri masticai. Prima scrivevo per non sentirmi solo ma te l'ho detto, per te smetterei pure oggi, pure ora di danzare sui tasti di quest'alfabeto di plastica.
Dimmelo e ti risponderò. Nell'unico modo in cui sono capace, lasciando che siano le mie azioni a parlare per me.

Chiedimi di smettere e lo farò, come ho lasciato perdere i sogni delle nuvole parlanti sino a quando ti incontrai, come già dissi addio al fumo che uccide, a quello che consola, a quello che fa dimenticare. Perché il papavero bacia la memoria e lì, nel crepaccio, in fondo al ghiacciaio mi sono ritrovato a cercare me e me soltanto. Ho pianto sì, ho pianto. Per me, per Paul, per sua madre, per me. Di nuovo.
Con la macchina che arrancava, curva dopo curva ad aspettare la mia prima giornata senza pretese.
Dimmelo che non ero lì per caso, che qualcun altro ci aveva spedito lì. In mezzo ai pesci o in mezzo ai libri, non m'importa.
Rimanda indietro un'altra pizza che questa mia basta per tutte e due.
E sarà sempre così.
Non penso che non riuscirò più a scrivere. Lo sto già facendo. Queste finestre le apro solo per te.
Per farci respirare di nuovo.
Perché l'amore che strappa i capelli è tornato.


«Certo è necessario che almeno una volta nella vita un uomo si spinga fuori; egli deve accostare a sé almeno una volta in trepida meditazione la fiala preziosa, egli deve essersi sentito almeno una volta in tutta la propria terribile povertà, solitudine e lacerazione dal mondo intero ed essere rimasto un'intera notte faccia a faccia con il nulla»
Franz Rosenzweig, La stella della redenzione.

martedì 2 agosto 2005

come c'insegnò il buon platone

Al mio funerale io non ci sarò. Voglio morire prima di te, voglio morire sulle note dell'ultima struggente canzone di Giuni Russo.

E' una bella certezza, non esserci quando i tuoi occhi si chiuderanno. Tra ottanta o novant'anni, quando saremo stati così bene assieme da condividere pure l'ultimo respiro.

Il landarolo qualche tempo fa scrisse di un suo sogno allucinato. Fantasticava di simulare la sua morte per fare la conta di chi sarebbe stato davvero affranto dalla sua dipartita.

é una cosa a cui ho pensato spesso nella pseudo-depressione adolescenziale.

poi ho smesso, ho alzato gli occhi al cielo e l'ho visto bello, dello stesso azzurro degli occhi che non ho mai smesso di cercare.



Però quella di far la conta delle prefiche è una fantasia agghiacciante, mi ricorda quando il sordomuto che avevo in classe alle elementari e poi al liceo per i suoi 19 anni portò una torta che era imparentata con la luisona del bar Sport di Benni.

Si mise a leggere il biglietto con gli auguri e dava la torta solo a chi aveva contribuito al regalo. Io non avevo messo le cinquemila lire per quella costituzionale penuria derivata dalla mie incursioni alla Feltrinelli. E non volevo nemmeno la torta, ma lui, a priori, non me la diede perché non ero nella lista. Dico, è una sciocchezza, ma è una di quelle che ti segnano e che poi usi per dilatare riflessioni che ti portano sempre più lontano.



Chiedersi chi ci sarà al nostro funerale è la stessa cosa. Che faremo con quelli che non piangeranno? Non daremo l'orribile foto-ricordo che qui in Sicilia è ancora diffusa come le sfincitedde di san giuseppe? Chi ci sarà, vedrà.

Sarà solo una buccia, la mia, rivestita del cappotto di legno che riempie i vuoti delle sceneggiature di Tex e di Walker Texas Ranger.



Perché la filosofia m'è servita solo a una cosa.

Ad arrivare pronto alla morte.

Come c'insegnò il Buon Platone.

Che è solo una altro modo per dire che l'ho vissuta bene questa vita. Malgrado tutte le cazzate che ho messo da parte, per gli addii che ho dato e avuto, per i motivi cercati di notte sotto un portone con Lucio Dalla che canta ITACA. Se l'ho vissuta bene questa vita lo saprò solo allora. Non si sfugge alla baldracca falciatrice. E basta. Che prima di finire dentro una canzone di De Andrè c'è ancora tutta una vita.



La meraviglia si schiude come un gigantesco girasole, come il sorriso di una bambina che lava un chicco d'uva nel fondo di un bicchiere, certi sguardi non le puoi dipingere nemmeno con tutte le parole della Treccani. E non resta che abbandonarsi, felice. Verrà la morte, sì, verrà.

E sarà soltanto una nuova avventura.

Odisseo e Penelope si sono ritrovati in fondo al gorgo, lì, oltre le colonne d'ercole.

giovedì 21 luglio 2005

un libro e una scala

Tutto ebbe inizio con un libro e una scala.

La scala cadde e aprì la testa di qualcuno,

dissero poi che era una ferita di guerra,

quella quotidiana, fatta di mille bugie e una sola verità:

abbiamo tutti paura.

Perché il libro s'aprì e aperto rimase.

Lo vedi?

Si apre, piano piano come un fiore in una puntata di Quark,

Con le api che gozzovigliano imbrattandosi le antenne e i sogni di polline.

Qualcuno ha semplicemente vomitato sulla pergamena di laurea.

S’è ritrovato nel fondo di un bicchiere a chiedere il bis

per festeggiare la mano sfregiata dai cocci aguzzi di bottiglia.

Sfilettano la figura del Che e

lasciano intonsa l'imperante statuazza di Padre Pio,

quella non manca mai,

nemmeno in provincia del Nulla.

Il nulla che sputa via l'esistente, lì,

sulla spiaggia dei sogni sciupati.

Volo via.

Oltre le antenne e gli aquiloni.

Volo via.

Con te.


 

sabato 16 luglio 2005

Seppellendo pannolini...

Ne sono passati di template sotto i ponti... questo nuovo mi piace assai. Ha i colori giusti e una bella immagine che sintetizza bene qual è la poetica dei veri macchiafogli, un po' come la lettura-amplesso di Italo Calvino. Abbiamo abbondantemente superato le 34OOO visite, ci siamo fatti compagnia reciprocamente. E io mi sono goduto tutto il piacere dello scrivere: parlare da solo e ad un pubblico.

Grazie.



Da 7 mesi sono dottore e sono barbuto pure io, come il Buon Vecchio Zio Votarxy.

E ora che il landarolo ha finito di patire con la sua tesi possiamo pure calarci in una di quelle riflessioni attorcigliate che tanto piacciono alla Dicotomica platea dei miei Fedeli Lettori. Il Landarolo ha affrontato parecchi ostacoli per arrivare a prendere la lauretta triennale, questo perché voleva fare qualcosa in cui credeva davvero. E questo il Sistema non te lo può permettere. Certo, il landarolo ci mette pure il carico pesante, in una minchiatissima tesi di triennio voleva gettare le basi della sua ideologia, ha pure vagheggiato davanti a una bella brioche col gelato di una comune, e già davanti a un piatto di carbonara innaffiato di birra mi diceva che aveva un certo progetto politico...

Io non è che ci capisco poi tanto, ci ho creduto per un po’ alla chimera dell'impegno politico, quanto bastava per tenere la mente impegnata quando ancora non conoscevo bene le meraviglie dell'altra metà del cielo.



Dico: dopo che trovi una donna che riconosci come tua compagna di vita, o, almeno, compagna per almeno un buon pezzo di strada, chi cacchio te lo fa fare di riempirti la testa di puttanate anacronistiche? Dico: il punk appartiene agli anni 80, le battaglie contro Windows sono battaglie contro i mulini a vento, bene o male devi saperti muovere con un pc in qualunque cazzuto lavoretto interinale ti beccherai.

In "1984" Orwell diceva che tutto quest'impegno è solo SESSO ANDATO A MALE. non voglio essere così poco elegante, ma il vecchio Eric Blair (il nome vero di George Orwell) aveva un vagone di buoni motivi per scrivere così. Tutto è un surrogato dell'unica cosa che rende la vita degna di essere vissuta, vederti riflesso negli occhi di chi ami. Il resto serve solo per arrivare a questo punto.



Tutte le fasi sono preparatorie, ama. Solo questo.

E non c'è niente da capire.



E un'altra estate sta morendo piano piano, in una spiaggia un bambino di sicuro sta seppellendo il pannolino del suo fratellino, con paletta e rastrello fa una buca in cui far sparire gli scarti digestivi del pupo. Almeno io facevo così, ogni volta che andavamo a farci una giornata a mare, mia zia mi mandava a fare il lavoro sporco. E io come un legionario partivo, tra le dune di Cefalù o di qualche altra località sicula. Ero un bambino abbastanza silenzioso, almeno in mezzo alla gente. Da solo, invece, mi facevo la telecronaca di tutte le mie avventure. Sempre in terza persona, naturale, come il vecchio Cesare nei suoi "De Bellum" (lo so che il plurale è BELLA...). Scavavo e scavavo, seppellivo quintali di pannolini, tonnellate di pupù e fiumi di pipì. Forse ho pure seppellito il cadavere dell'ippopotamo della Pampers nella mia frenesia scavatoria.

L'estate è fatta anche di questo. Mentre io seppellivo, i grandi si davano da fare con le inevitabili teglie di pasta a forno. Chili e chili di anelletti con la carne trita e l'uovo al centro, così per vedere che effetto fa digerire più di duemila calorie sotto il sole cocente...



Però a 7 anni, mentre seppellivo i pannolini di Francesco - che ora è alto quasi due metri e pesa più di quanto pesavo io prima di mettermi a dieta - avevo ancora tutti i sogni luccicanti, nessuno me li aveva appannato dicendomi che avrei vissuto la mia giovinezza in mezzo alla recessione, che non avrei più chiesto a mio padre 1000 lire per il Cucciolone ma un euro e trenta (maledetti sciacalli!).

Leggevo TOPOLINO e Paperino Mese sotto l'ombrellone, incremettato per bene, con il costumino ascellare per nascondere i rotoli della panza. Già, quando ero piccolo io la mia panza era un'eccezione, ora vado in spiaggia e vedere un bimbo a cui si ci possono contare le costole costituisce un evento rarissimo. Sono tutti belli tondi, come questo mondo che gira, gira, gira nello spazio senza fine...



Amate. E basta. E magari fateli voi due pargoli a cui affidare la missione seppellifera...

giovedì 3 marzo 2005

Il silenzio degli animali

Sono l'unico iscritto alla specialistica in filosofia estetica dell'università di Palermo. Rettifico, c'è un'altra iscritta che però viene dal DAMS e deve recuperare le materie filosofiche nel quotidiano giochetto di crediti e/o debiti che chiamano università.

Tutti gli altri, i pochi, pochissimi laureati del corso in filosofia della conoscenza e della comunicazione hanno preferito seguire altre strade. Non appagati nell'aver scelto di laurearsi con variopinte riflessioni sul linguaggio degli animali, raddoppiano la dose e aspirano a specializzarsi. Provo ad arrischiarmi in un'ipotesi azzardata: vuoi vedere che, vista la sete di sacro che la frangia estremista del cattolicesimo ci propina quotidianamente, i miei (ex) colleghi vogliono fare i novelli san francesco e mettersi a discettare con le fiere?

Vabbè, il mito di Orfeo mi è sempre piaciuto, pizzica e spizzica la lira il bel greco e le bestie feroci si piegano al suo volere, con le note rincoglionisce pure il Signore degli inferi e la sua venefica consorte.

Però non possiamo, se ci autoproclamiamo amici della Verità, non rabbrividire di fronte alla tragica prospettiva che vede la filosofia piegarsi alla scientificità. I nomi delle materie sono una spia preoccupante: cambiano quotidianamente. Devono suonare sempre più tecnici. Ah, quanto sono lontani i tempi in cui il giovane Törless sognava Kant. 

martedì 25 gennaio 2005

mi metto di traverso come un caddozzo di sasizza

Mi sa che mi sono perso l'acume dicotomico, forse ne ho abusato per troppe pagine. Prima o poi doveva pur capitare, mica che c'è una fontana perenne che ti fa scivolare le dita sulla tastiera veloci come il vento che soffia sui sogni miei e di Forrest Gump.

Eppure di cose da raccontare ne sono successe a tignitè (oramai qui pullula di siciliani quindi non limito più l'uso della lingua-madre),  tutte in manco un mese.
Come se si fosse manifestata una di quelle fistole che si incastrano nel Grande Orologio degli Eventi. Ne avrò imbroccata di certo una e, semplicemente, mi sono accorto che c'era un mondo intero zuppo di storie. Tante, magari troppe. E allora ho preso l'affettaparagrafi che mi porto tra cuore e cranio e ho fatto il primo sopralluogo. Ero in un caffè letterario, sorseggiavo vinaccio scadente che ti spacciano a tre euro a bicchiere, e lì, coi gargarismi di uva fermentata, arriva lei. E spazza via ogni tentennamento. M'ero ripromesso di stare solo io a carezzare Paul Celan e la sua vita-poesia. Stolto l'uomo che non ritorna sui suoi passi. Ed ecco che  nel frattempo mi sono pure laureato. Lì, sotto il faccione di Marx che mi svolazzava sulla capa e sui pensieri.
 
E poi ecco che, uno dopo l'altro, gli Amici sono tornati, sono bastati un paio d'anni per dare uno scossone alla vita. C'è già chi lavora, chi davvero non fa che sciupare schampoo e chi non ha ancora perso la voglia di pettinarsi per bene i sogni. Chi fa volare glia aeroplanini e si commuove quando ti racconta il momento esatto in cui li vedi sollevarsi lì, al di là dei pensieri, al di là di chi il treno l'ha preso e con la stessa voglia addosso all'incontrario per tornare almeno qui che si mangia bene. C'era una sfilza di emozioni, lì, tra pizzette e caddozzi di sasizza che facevano tanto festa dell'unità. Gli amici, quelli veri li puoi contare sulle falangi di un dito. E forse già sono assai.

Certi mondi, è vero, cambiano ma chi cambia veramente è la percezione che tu hai del mondo. Vi sarà capitato di sicuro, il tempo si ferma e tu ti trovi lì, ritagliato dal contesto, come se stessi rivedendoti in tempo reale la moviola di quello che ancora devi dire e lo vuoi gridare a tutti che stavolta non avrai paura di poter sbagliare ancora, perchè c'è lei, lei che ti ha portato un meridiano e  ti ha sussurrato all'orecchio che la soglia di chi si ama è destinata piano piano a logorarsi, piano piano. La borsa di pelle che cigolava sulla spalla ad ogni passo ora è in fondo all'armadio e là aspetta il week end per farsi un giro. Come se bastasse una proclamazione per capirci qualcosa di più della vita. Però lo sento, qualcosa è cambiato sul serio. Sarà che rivederli tutti lì, schierati con meno capelli e più panza (nel mucchio mi ci metto pure io) a cantare le canzoni dei cartoni, parlando dei simpson, commuovendosi per i viaggi fatti senza sapere che, appena dietro la curva, c'era la vita pronta a grattuggiarci per bene. Giorno dopo giorno, trillo di sveglia dopo trillo di sveglia.

Qualche vita fa che scrivevo che mi sarebbe piaciuto solo arrivare a vedere i due seguiti di Matrix e leggere l'ultimo volume della Torre Nera, la megasaga di Stephen King. Mi ritrovo ora ad avere il dvd di Matrix Reloaded ancora da spacchettare e le ultime pallossisime pagine della Torre Nera con l'unica certezza addosso: le 1200 pagine del volume mi slogheranno un polso se non smetto di leggere a letto. Con l'unico dubbio a tenermi compagnia: quale mai sarà la giusta posizione per leggere a letto? Mi metto a pancia sotto e dopo venti pagine le scapole tendono ad accopparsi verso l'esterno; riprovo di lato e il polso si stocca in fuori, riprovo seduto e il freddo polare che cala di notte mi intima di mandare a quel paese Stephen King e le sue note di chiusura in cui specifica che lui ha fatto un bell'esempio di meta-fiction mettendosi tra i personaggi della sua grande opera.
Poso il volumazzo vedo sul comodino i film del Prof che ancora devo subire un imprecisato sabato mattina (Provateci voi a vedervi Gertrud di Dryer in versione originale sottotitolata con Ghezzi che pure ci spupazza les pelotas con l'incomunicabilità strisciante che ci vive addosso. Quattro anni e venti chili in meno fa, Carlo venne da me il pomeriggio prima dell'esame del diploma. Nel mio piccolo, gli vomitai nella memoria a breve termine abbastanza nozioni per superare degnamente il confronto con la commissione d'esame guidata dalla versione sbiadita di Michael Douglas in Un giorno d'ordinaria follia. Ieri sera l'ho aiutato ad "ottimizzare" la tesi di laurea. Ce l'abbiamo fatta, ci siamo laureati prima di tutti gli altri. e pensare che proprio noi nel 1996 capitammo accanto, i due estremi. Io che ancora cercavo di completare la raccolta delle sorpresine degli ovetti kinder e lui che già si faceva la barba. E tutti gli altri, lì, con quella melanconia che può stare solo negli occhi di quelli che hanno appena svoltato l'angolo dell'adolescenza. Lì, a spazzolare ricordi, manco avessimo duecent'anni l'uno.
Ah, quelli sì che erano tempi...

Basterebbe fermarsi un solo momento, o forse ne basterebbe pure mezzo. Magari calibrato su quell'istante in cui capisci che stai per baciare lei e la vita che potete costruire assieme. Una faccia che mai e poi mai potrai rifare, manco studiando all'Actor's Studio. Una faccia unica, inimitabile. Quel momento di meraviglia lo conoscerà solo lei. 
 
Davvero vorresti tornare indietro? A masticare ricordi e broccoli sulla collina dei sogni sciupati? Vorresti tornare con la faccia liscia, le ascelle sudaticce per l'impennata ormonale? Vorresti di nuovo le dita a salsicciotto incapaci di slacciare pure il più elementare dei reggiseni?

domenica 5 dicembre 2004

Il lepronte


Per combattere il caro vita ci si deve sempre inventare qualcosa di nuovo ed ecco che, pure che il mercoledì è un giorno di quelli belli pieni (vita universitaria giunta al turning point della specializzazione e un corso di CURA REDAZIONALE DEI TESTI dalle 14.30 alle 18,30), il sottoscritto trova la forza per onorare la tessera d'abbonamento al CInema.


Dopo l'ennesimo film a 6.50 euro ho guardato il mio portafoglio e lui ha guardato me, alla fine lui, stanco di essere vuoto, ha preferito rimpinzarsi di pizzini e tessere inutili. Io ho continuato per la mia strada e ho preso il suddetto abbonamento. 25 euro per 10 film in prima visione. Nell'ordine ho già visto The Village, Resident Evil - Apocalypse, Sky Captain and the world of tomorrow, Se mi lasci ti cancello e Gli incredibili.


Chiarimento necessario: la tessera è stata generosamente donata a me e ai miei due cugini da mia zia, ergo, ogni volta alle 22.30 di ogni dannato mercoledì, noi tre impavidi andiamo al Supercinema, praticamente un deserto dove il vento spinge bicchieri di coca cola e pacchi di patatine sul pavimento. Ci andiamo zavorrati clandestinamente con fiumi di bibitozze prese all'hard discount e pezzazzi di pizza che riusciamo ad arrotolare tra la giacche a vento e il maglione. Ormai sembriamo dei piccoli kamikaze col colesterolo, entriamo con l'aria più innocente del mondo rispondendo con gentili "no, grazie" all'uomo pop-corn che ci sventaglia davanti megabicchierazzi di mais scoppiato da 5 euro. Noi stoicamente resistiamo e prima che la pizza ci deodori per sempre i primi tre strati dell'epidermide siamo già disposti nella fila centrale. Attorno a noi il vuoto. Piero, il cugino-patriarca risponde agli squilli e rilegge messaggi, io cerco di spegnere il cellulare che improvvisamente si mette a suonare la cucaracha, Francesco lancia rutti che forse usa come radar per muoversi nel buio della sala. Fatta tutta 'sta trafila inizia a girare la pellicola.


Ad esempio, di "The village" io mi sono messo a celebrare la poca valenza di una reiterata ripetizione dello straniamento che ormai costituisce la cifra dello stile dell'autore del pluripremiato SESTO SENSO, Francesco ha ruttato il suo disappunto, Piero ha detto semplicemente: minchia ru paccu.


Piero potrebbe sostituire egregiamente Mereghetti e i suoi assurdi giudiziucoli sui film che, sul CORRIERE MAGAZINE, condisce con frasette così irritanti da andare in via Solferino e incartare lui e il gregge dei suoi "Riuscito a metà, Meglio un sonnellino, una pietra miliare, peccato perderlo, insignificante" nelle cianografiche del tomazzo cinematografico che ogni anno ci regala. Mio cugino ha una scala di giudizi che oscilla tra tre diverse aree: "Minchia ru paccu" (trad. per i non siculofoni: "Il film partiva bene ma il regista non è riuscito a portare a termine coerentemente i fili che andava intrecciando, sceneggiatura carente, cast discreto. Crolla miseramente nel finale e non bastano mica le tette della tipa a risollevare le sorti della pellicola.") - "Graziusu" (trad. "sceneggiatura decisamente originale e eccellente cast, si notava però la mancanza delle degne tette di una tipa per portare il film nell'olimpo dei capolavori") - "Ce lo rivediamo?" (trad. "un capolavoro, tutti gli elementi incastrati bene nella sceneggiatura, il tempo darà alla pellicola la patina del classico. Consiglierei una immediata e ulteriore visione per coglierne appieno gli snodi principali"). Francesco invece ha solo due rutti: rutto tremens vs. rutto melodico. Io sto lì e mi gongolo, ghezzianamente fuori sincrono, nel rimpianto di Bergman, Godard e Kiarostami.


Gli INCREDIBILI ha ottenuto un giudizio unanime: stupendo. Ce lo siamo già visti tre volte e Francesco ha fatto un rutto da manuale prolungandone l'eco ben oltre i titoli di coda. Per non finire anche noi in mezzo alle torme di sconsajocu spargi-spoiler mi concentrerò solo su due personaggi marginali del bel film della Pixar prodotto dalla Disney. Le due figure sono il Lepronte e il bimbetto col triciclo.


Il lepronte è il deus ex machina del corto che precede GLI INCREDIBILI: "L'agnello rimbalzello". Sto agnello ballava contento in una pianura diffondendo gioia a tutti gli animaletti, insomma l'incubo da post-indigestione mischiato con le visioni da LSD di Sgt. Peper's Lonely Heart Club Band. Ballava felice l'agnello con la sua lana soffice e vaporosa sino a quando non arrivarono i tosatori e lo lasciarono nudo e rosa in balia degli sfottò di tutti gli animali.


Poi arriva il Lepronte, un coniglione di due metri con gli occhi azzurri, le corna di cervo e un'inquietante parrucchino all'Emilio Fede. Il lepronte consola l'agnellino e gli insegna il segreto della felicità dei rimbalzi. Tutte e due si mettono a rimbalzare e, rimbalzando rimbalzando, l'agnello ritorna felice e accetta il rito della tosatura. La felicità, quella vera, è sotto la lana delle apparenze ed è bello aver per amico un Lepronte che, di sicuro, sarà un cugino lontano del conigliaccio di Donnie Darko.


Poi inizia il film: 15 anni prima, MR INCREDIBILE e ELASTIC-GIRL, all'apice del successo, si sono sposati. Lo stesso anno è iniziata la campagna contro i SUPER per i danni causati alla collettività dalle loro eroiche azioni. I Super devono andare in pensione, ci penserà lo stato a garantire loro l'immunità per i reati precedenti. E così ritroviamo BOB-MR incredibile con un panzone da bevitore di birra a fare l'assicuratore. Anche lì deve aiutare il prossimo e l'odioso capoufficio lo manda su tutte le furie. Ritorna a casa e prima che inizi una girandola d'avventure che lo porterà ad indossare nuovamente la tuta, ecco che furioso si appoggia alla macchina. La superforza rovina la carrozzeria e manda lo sportello è in frantumi. Bob rabbioso alza tutta l'utilitaria proprio mentre passa il mitico bimbetto col triciclo. Eccolo lì, a rappresentare il punto di vista di tutti noi disneyani della prima ora, l'incarnazione del senso stesso della Meraviglia. Sta lì, gli scoppia in faccia la big-bubble e dice che aspetta qualcosa di spettacolare.


L'aspettavamo anche noi, tutti e tre, tra rutti, bibitazze e pezzi di pizza.


Siamo stati decisamente accontentati.



sabato 6 novembre 2004

un paradiso all'aroma di vim e candeggina

La cesura tra infanzia e adolescenza io l'ho vissuta in un cesso.
Il primo anno di liceo noi bambinetti dalla voce bianca potevamo pisciare in pace solo se i bestioni piu' grandi erano fuori a fumare coi bidelli.
Poi, d'improvviso, il bestione sfumacchiante ero diventato io. I picciriddi non osavano entrare se io e i miei amici eravamo nel nostro cesso a fare la consueta riunione.


Partivamo tutti verso il cesso al grido unanime di "Riunione!". Li' progettavamo, per il bene della collettivita', di sacrificarci a turno per un'interrogazione, era li' che gonfiavamo i ricordi del sabato sera: in un cesso di scuola si deve sparare a zero sul sesso. E' un imperativo.
Le minchiate lievitano quadruplicando il loro volume: la sera prima hai conosciuto una turista a Cefalu', magari le ha offerto appena appena una coca cola balbettando per una vasata leggia leggia; nel cesso quella coca cola diventa una bottigliazza di champagne formato vittoria di F1, le tette della turista diventano un ideale estetico inarrivabile e i capezzoli si avvicinano al coefficiente attrattivo del mitico e introvabile 'spadotto', capace di bucare le coppe di qualsiasi reggi-tette rinforzato. Lo champagne diventa solo l'inizio e una pomiciata timida diventa una sessione agonistica dei campionati internazionali di Kamasutra.


Paride ruttava dei rutti che facevano tremare i tubi dello scarico, Carlo studiava le quote del toto nero per giocare la "bolletta", io m'arrampicavo sulla tavolozza per scrivere sopra la cassetta pucci "TONINO WAS HERE" come avevo visto fare in "le ali della liberta'" da Morgan Freeman.
Proprio nei cessi ho imparato a rollare le cicche, le mie venivano storte come il naso di una vecchia, quelle di Carlo dritte come un punto esclamativo.
Luigi preferiva complottare contro i professori facendo delle penose imitazioni dell'intero corpo docente. Carlo sciupava le spetacchiate sottili, le malefiche scoregge erano da conservare per la lezione di Chimica e, come da copione, la professoressa arrivava, sentiva l'afrore intestinale di Carlo e, inevitabilmente proferiva l'immutabile verbo: "Ragazzi, aprite. C'e' aria viziata!".


In quel cesso facevamo di tutto, talvolta ci andavamo pure a pisciare. Ma solo in casi eccezionali. Era un microcosmo. Il nostro sancta sanctorum. Un'oasi  in cui nascondere i pizzini con le formule della trigonometria e i "traduttori" per la versione di latino.


Alle medie era solo il luogo deputato alla minzione; all'universita' sarebbe diventato un'occasionale fumeria d'oppio o il luogo squallido per la piu' squallida delle sveltine.
Al liceo era un paradiso all'aroma di vim e candeggina.

sabato 23 ottobre 2004

la notte scendeva stellata stellata

La notte seguitava ad andare avanti e non
c'era niente che potessi fare per fermarla.
Charles Bukowski



Una notte d'ottobre, seduti sotto un cielo che starnutiva stelle cadenti, ci siamo messi a masticare futuro.
Da qualche notte sognavamo lo stesso sogno.
Cade una stella e le appiccico sulla coda un desiderio d'amore pensato: se tra le pagine di Bradbury gli uomini rispondono al rogo dei libri diventando essi stessi libri, libri viventi, vagabondi fuori, biblioteche dentro; forse, nell'epoca che brucia gli uomini, i libri devono farsi uomini.
Devono correre al di la' della vita di chi li ha scritti. Chi li scrive deve riversarsi in essi, donarsi ad essi e respirare solo così, coi libri al posto dei polmoni.
Corri con me. Pensami foglio e lasciati leggere.


Stelle bianche come bollicine, risalgono il bicchiere di quel vino da 12 euro che ci ha avvicinato alla fine di quella poesia:"Ogni inizio infatti / e' solo un seguito / e il libro degli eventi / e' sempre aperto a meta'."


E la notte "s'apri' e aperta rimase".

giovedì 7 ottobre 2004

la perdita della spontaneita'

'Sto post l'ho schivato troppo a lungo. Ora, con meno problemi in zucca, e' giunto il momento di dedicare almeno una pedalata alla SPONTANEITA'.
Premessa: l'amico Coniglione ha dannatamente ragione [ http://coniglione.iobloggo.com/archive.php?blogid=2026&eid=269 ]


daX dixit: "La verita' e' che uomini e donne non si capiscono, e le storie d'amore viste dai due lati appaiono completamente diverse. Non c'e' niente da fare."


Ci siamo. Problemi di prospettiva? No.
Qua i motivi affondano nell'incompatibilita' tra 2 sguardi diversi sul mondo.
mi ricordo lo shock che provai allorche' compresi che lo stantuffamento orizzontale piaceva pure alle donne. Ai tempi manco sapevo bene come funzionasse tutta la faccenda, dai film e dai giornaletti sopra lo scaldabagno avevo capito che l'uomo dominava schiavette procaci a cui piaceva subire silenti.
Fu una mia amica delle medie, un gran puttanone, a dirmi la vera verita': "come piace a voi, piaceva anche a noi". Le donne potevano aver voglia solo di un'ingroppata senza strascichi emotivi o altre pacchiane beghinate. Puro e semplice scambio di liquidi organici e consumo piacevole di calorie.


Una svolta, un perno che apriva mondi di sensi nuovi. Anche le donne avevano gli istinti da tre padrenostri e cinque avemarie.


Detto cio', torniamo alla spontaneita'. quasi tutti ci ricordiamo quando la prima donna si e' presa la nostra verginita'. Riusciamo ad essere cosi' precisi col calendario quando si tratta di individuare l'istante in cui abbiamo detto addio alla ben piu' preziosa SPONTANEITA'?


Io me lo ricordo perche' l'ho capito due anni dopo. Ora se mi concentro l'attimo preciso lo becco di sicuro.
Era un sabato di giugno del 2002.
Ero andato a Palermo per comprare un libro per l'esame di Storia della Filosofia antica. La mia famiglia ne approfitta per andare a messa. Torniamo a casa e la troviamo svaligiata. Avevo lasciato il mio MOTOROLA V22 88 a ricaricare. Se lo portarono, insieme a tutto il resto.
Un terremoto avrebbe fatto meno male.
Da quella volta smisi di fare la cosa che mi riusciva meglio: non pianificare.



Odiavo programmare tutto. Bastava trovarsi al posto giusto e il resto si sarebbe addensato poi. Per intenderci, mai chiamato prima di andare da una donna. Prendevo la vecchia R4 verde pisello, le facevo ciucciare 10000 lire di Super e andavo lungo le curve della Statale a trovare tutte le donnine munite di tette degne d'attenzione.
Facevo la stessa cosa pure con le visite ufficiali, capitavo dalla mia Prof. del Liceo senza avvisare. Suonavo il citofono, se c'era sfumacchiavo mezza dozzina di camel 100's e sorseggiavo qualche bicchierino di un non meglio identificato rosolio su un divano zoppo che stava su dei vecchi libri di Svevo.



Violavo gli spazi delle vite altrui senza capirlo.
Poi di colpo, tutto all'aria. Avevano violentato la mia casa. Orribile. Smisi di andare a zonzo per accucchiare stentate pomiciate da stemperare poi con la rocchetta da 1 litro e mezzo opportunamente tenuta sotto il sedile.
Quest'estate ne ho avuto la conferma definitiva, bel bello camminavo come Gianni il Babbeo, biancovestito in tempi non sospetti (prima cioe' dell'apparizione della Bandana anglosarda), avevo voglia di leggermi il Corriere della Sera vicino alla spiaggia. Passo vicino a casa di una ex che ai tempi mi arrovento' parecchio il cuore ed ecco che la vedo uscire di sbieco. Vestita di panna, con i capelli finalmente degni di essere guardati. La vedo e non faccio nulla.
Il vecchio Tonino avrebbe attaccato bottone, avrebbe saggiato le possibilita' di un ritorno di fiamma.
Nulla. Il vuoto pneumatico tra amore e cranio.



Gia' ne avevo avuto qualche sentore quando i primi tempi dell'universita' le uscite cazzeggione andavano via via diradandosi. Ma qui era il punto massimo. Niente piu' balzi felini su prede ignare.
Ora telefono, messaggio, pianifico, progetto, calcolo e posticipo. Sono diventato vecchio.



Venerdi' scorso sugli sgoccioli di birra della Festa dell'Unita' di Palermo se ne parlava con una mia amica. Me ne esco cosi': "XXX, quando hai perduto la spontaneita'?"
Le tre xxx le metto perche', credetemi, non mi ricordavo come minchia si chiamasse (e pensare che due anni fa, ai tempi del furto, le stavo addosso come un mastino).
Lei che ha il cervello fino, risponde decisa: "la prima volta che mi sono innamorata. Davvero."



Diventi grande di colpo. Mentre ancora ammazzi i funghi di SuperMario o registri le puntate dei Simpson per i periodi di forzata astinenza. Cosi', come il vento va. Senza che capisci nulla. Ti ritrovi qualche metro sopra il cielo a guardare gli aquiloni e pensare alle certezze che avevi quando infilavi le dita nell'impasto della torta al cioccolato. Poi tutto passa. Ti ritrovi infilzatodalla progettualita' quotidiana. E so' caz*zi...  

mercoledì 6 ottobre 2004

domande esistenziali

Ora che pure io ho una casella gmail, che caz*zo me ne faccio?

dove il vento va

novita' | ho aggiornato il mio sito e pure la cronistoria con le ultime gocce di vita | cucuzze e' finito su gas-o-line con una bella critica di demetrio paolin | nuova grafica per gas-o-line | il cuore della mia tesi di laurea su Paul Celan | bombasicilia ora e' la fanzine trimestrale per macchiafogli mortali e innamorati |


P.S. il 30 settembre ho sostenuto l'ultimissimo esame di profitto, l'odiatissima linguistica generale [il mio primo (e unico) 26] Finite le materie, posso dedicarmi anima e corpo alla stesura degli ultimi capitoli della tesi.


Riepilogando: a dicembre la laurea di I livello in filosofia della conoscenza e della comunicazione e a febbraio dovrebbero iniziare le lezioni della laurea specialistica (Filosofia e Storia delle Idee - curriculum Estetica)

domenica 26 settembre 2004

(quasi) trentamila!

tra poco saranno trentamila le volte che i dicotomici lettori sono passati di qui.


Grazie a tutti.


 

sabato 25 settembre 2004

that's sicily

Fuori diluvia. Sento la telecronaca del Palermo e mi viene a bussare una curiosita': quanti siciliani ci sono su splinder?


 

mercoledì 15 settembre 2004

tutto quello che sta dentro una didascalia

Sono vivo.
Sto studiando per le ultimissime 2 materie. Naturalmente le meno allettanti. Ci spariamo sempre i migliori piatti all'inizio del buffet.
Stamattina ho pagato 103,29 €  per diritto fisso AMMISSIONE ESAMI DI LAUREA, 11,32 € per PERGAMENA DI LAUREA E DIRITTI DI MECCANIZZAZIONE e, dulcis in fundo, 41,32 € per IMPOSTA DI BOLLO.
Mi sento strano.
Svuotato. Come un perno girato nella testa. Manco il tempo di godermi la rilettura dell'Odissea presa stamattina in edicola per soli 1,90 €.


Sono ad un punto di svolta. Ho addentato tutto quello che in un film avrebbero sintetizzato in una didascalia prima del cambio di scena. Notti passate sui libri, dubitanti dita su reggiseni, amori perduti, sguardi ritrovati.
Pure la Reno' 4 verde pisello non c'e' piu'. Ore ed ore a prendere appunti mai riletti ma buoni per stare sull'attenti. Amici persi, amici nuovi che rimpiazzano i compagneros del Liceo, La voglia di viaggiare e' sempre qui, la fama di vento che m'ha contagiato l'aquilone pure.
E c'e' pure il titolo definitivo della tesi: NEVE E SILENZIO. Paul Celan verso un'estetica della testimonianza.
Mi piace.
Sono seduto in mezzo al nulla, nel prato dell'Erba Voglio. Me ne fumo un ciuffo e poi un altro. Mi godo il tramonto.
E sorrido.


 

sabato 28 agosto 2004

il sogno piu' sogno di tutti

"I guess I could be pretty pissed off about what happened to me... but it's hard to stay mad, when there's so much beauty in the world. Sometimes I feel like I'm seeing it all at once, and it's too much, my heart fills up like a balloon that's about to burst...
...and then I remember to relax, and stop trying to hold on to it, and then it flows through me like rain and I can't feel anything but gratitude for every single moment of my stupid little life...
You have no idea what I'm talking about, I'm sure. But don't worry...
You will someday."
Finiva cosi' "American Beauty": un giorno lo sapremo. Sapremo come la bellezza del mondo riempie l'amore e il cranio prima che l'anima voli via. Com'essa tracimi verso le nuvole ricolorando ogni singolo momento di tutta una stupida e piccola vita.


Quello di cui molti mi accusano e' vero, sono tenacemente attaccato al mio passato, come una patella allo scoglio. Semplice: viviamo il presente e vivendolo lo spediamo nel magazzino della memoria, il futuro c'e' ma appena ci mettiamo piede diventa, passo dopo passo, recentissimo passato. E poi su che cosa si dovrebbe scrivere?
Sull'avvenire?
Sui mondi al congiuntivo?
Sui possibili futuri che ammazziamo ogni volta che facciamo una scelta?
"Le lingue sono fatte non tanto per disegnare il futuro quanto per raccontare il passato" lo dice pure il mio manuale di Linguistica Generale.


E poi se c'era una cosa che alle elementari odiavo era il tema che ti obbligavano a svolgere ogni dannato anno: "Scrivi cosa vorresti fare DA GRANDE...".
Era angosciante: dover fantasticare su carriere improbabili e certezze fuori portata.
Quei temini erano nere e odiose torture psicologiche, frutto della malignita' della maestra arpia che mi obbligava a colorare il cielo come voleva lei, tutto da un verso e con mano delicata.
- Non lo vorresti fare il calciatore e diventare bravo come Schillaci?
A me il calcio mi ha sempre annoiato, l'unica cosa allettante era fare il guardiano della porta. Mettersi tra due barattoli o tra due zainetti e aspettare. Aspettare lo scontro diretto con l'attaccante. Solo che dopo una trentina di brutte cadute ho preferito gli scacchi.
- Non ti piacerebbe fare il medico ed essere piu' ricco di Zio Paperone in una bella casa col giardino?
NO.


A 8 anni le priorita' erano altre. Minime. Afferrabili.
Riuscire a prendere piu' grilli di Nicola.
Sbirciare sotto la gonna di Antonia.
Riuscire a finire i labirinti di Zelda sul Super Nes della Nintendo.
Il castello dei Masters e il galeone dei pirati della Playmobil.
La macchina degli Acchiappafantasmi (pero' gli altri, non quelli con Slymer).
E poi il sogno piu' sogno di tutti, l'arcisogno, quello che valeva tutta una settimana di tegolini: riuscire a catturare le lucertole con un filo d'erba come faceva Francesco Paolo.


Invece no, quello del tema doveva essere imbottito con un sogno da arrivista. Non potevi scrivere: "voglio solo e soltanto riuscire a catturare almeno una lucertola con un filo d'erba come sa fare Francesco Paolo. E se fosse possibile vorrei pure la fionda a braccio che papa' non mi vuole comprare, giuro che se l'avessi la userei contro mia sorella solo per leggittima difesa o per accoppare qualche piccione.


Se avessi scritto cosi' la maestra mi avrebbe strappato il foglio e chiamato la consulente con i porri sul mento e gli occhiali piu' spessi di tre tegolini messi uno sull'altro. Per continuare a vivere tranquillo nel mio bel banco della seconda fila dovevo inventarmi che mi sarebbe piaciuto un sacco diventare un medico per aiutare i bambini del terzo mondo, gli stessi a cui volevo soltanto spedire tutti i piatti di lenticchie e i broccoli puzzolenti che mia madre mi obbligava a mangiare.


Quando capiro' quello che intendeva Kevin Spacey in American Beauty mi sfrecceranno davanti un centinaio di momenti, fitti fitti e veloci, compatti, ineguagliabili, indimenticabili, inossidabili, indelebili, incocciati per strada o amorosamente coltivati. Forse ci sara' pure quell'unica bellissima volta che ce l'ho fatta a prendere una lucertola.