Non avendo ancora il coraggio d'istituire il Fondo Pintacuda (chi ha già provveduto in tal direzione per l'artigiano della parola merita stima e lode per l'autoironia mostrata), provvedo alla mancanza con sparute segnalazioni dei miei pezzucoli.
Come il buon pastorello rifaccio il conto delle pecorelle lasciate a pascolare in giro per il web.
Su 90011.it, giornale on line della mia cittadina
Sull'Isola Possibile, mensile e allegato siciliano al "Manifesto"
[AGGIORNAMENTO l'ho fatto: ho aperto il Fondaco Pintacuda]
lunedì 18 dicembre 2006
Album Europa
Centro Studi Opìfice - EggS - Lankelot.eu - Anonima Scrittori
presentano

presentano
Lo chiameremo ALBUM Europa. E sarà così, un viaggio. Aspettando i binari fremere, i motori accendersi, il muso dell’aereo alzarsi e per un momento sentirsi schiacciare sulla terra per poi volare, la faccia oltre il finestrino, la bocca aperta e gli occhi spalancati per far entrare tutto per la prima volta, odori suoni, sapori, lingue, paesaggi che scorrono impastati nel vento.
E ritornare.
Il muso dell’aereo verso terra, dall’alto la prospettiva mai vista della tua città, scendere dal treno, i binari ancora caldi, e non notare nulla di diverso tranne un vago sentore che qualcosa sia cambiato. Sarà qualcosa che ancora non riesci a vedere ma che una volta o l’altra vorrai raccontare.
Un foglio bianco, la penna, una partenza e un arrivo.
Un album di immagini che prende forma, diventano storie che si intrecciano.
Un album di racconti, ALBUM Europa.
INDICAZIONI TECNICHE. Il progetto si divide in due fasi
Fase 1) Le tratte
Si sceglie una tratta all’interno dell’Europa geografica e un mezzo per percorrere la tratta. [Esempio: Roma-Madrid (treno), Parigi-Mosca (macchina), Belgrado-Oslo (aereo), Vienna-Amsterdam (motocicletta)]
Si deve produrre un testo lungo, breve o brevissimo che narri la tratta scelta oppure i sapori, gli odori, le genti incontrate.
C'è un luogo di partenza e un luogo di arrivo. C'è un mezzo che ci permette di arrivare a destinazione. C'è il racconto che sarà un'immagine, la nostra immagine.
Scadenza invio materiale 31 Gennaio 2007 a racconti@opifice.it
Fase 2) La trama
Dopo aver raccolto e letto i brani pervenuti entro il 31 Gennaio 2007 si aprirà la seccnda fase del progetto ALBUM Europa. Si produrranno altri brani che uniscono due o più narrazioni della prima fase ponendosi come snodo tra esse.
Si arriverà ad unire e snodare tutte le narrazioni così che emerga una sola storia: ALBUM Europa.
Per informazioni > ALBUM Europa > Forum di Opìfice
E ritornare.
Il muso dell’aereo verso terra, dall’alto la prospettiva mai vista della tua città, scendere dal treno, i binari ancora caldi, e non notare nulla di diverso tranne un vago sentore che qualcosa sia cambiato. Sarà qualcosa che ancora non riesci a vedere ma che una volta o l’altra vorrai raccontare.
Un foglio bianco, la penna, una partenza e un arrivo.
Un album di immagini che prende forma, diventano storie che si intrecciano.
Un album di racconti, ALBUM Europa.
INDICAZIONI TECNICHE. Il progetto si divide in due fasi
Fase 1) Le tratte
Si sceglie una tratta all’interno dell’Europa geografica e un mezzo per percorrere la tratta. [Esempio: Roma-Madrid (treno), Parigi-Mosca (macchina), Belgrado-Oslo (aereo), Vienna-Amsterdam (motocicletta)]
Si deve produrre un testo lungo, breve o brevissimo che narri la tratta scelta oppure i sapori, gli odori, le genti incontrate.
C'è un luogo di partenza e un luogo di arrivo. C'è un mezzo che ci permette di arrivare a destinazione. C'è il racconto che sarà un'immagine, la nostra immagine.
Scadenza invio materiale 31 Gennaio 2007 a racconti@opifice.it
Fase 2) La trama
Dopo aver raccolto e letto i brani pervenuti entro il 31 Gennaio 2007 si aprirà la seccnda fase del progetto ALBUM Europa. Si produrranno altri brani che uniscono due o più narrazioni della prima fase ponendosi come snodo tra esse.
Si arriverà ad unire e snodare tutte le narrazioni così che emerga una sola storia: ALBUM Europa.
Per informazioni > ALBUM Europa > Forum di Opìfice
Centro Studi Opìfice - EggS - Lankelot.eu - Anonima Scrittori
Spudorata autocelebrazione
Non avendo ancora il coraggio d'istituire il Fondo Pintacuda (chi ha già provveduto in tal direzione per l'artigiano della parola merita stima e lode per l'autoironia mostrata), provvedo alla mancanza con sparute segnalazioni dei miei pezzucoli.
Come il buon pastorello rifaccio il conto delle pecorelle lasciate a pascolare in giro per il web.
Su 90011.it, giornale on line della mia cittadina
Sull'Isola Possibile, mensile e allegato siciliano al "Manifesto"
[AGGIORNAMENTO l'ho fatto: ho aperto il Fondaco Pintacuda]
Come il buon pastorello rifaccio il conto delle pecorelle lasciate a pascolare in giro per il web.
Su 90011.it, giornale on line della mia cittadina
Sull'Isola Possibile, mensile e allegato siciliano al "Manifesto"
[AGGIORNAMENTO l'ho fatto: ho aperto il Fondaco Pintacuda]
Album Europa
Centro Studi Opìfice - EggS - Lankelot.eu - Anonima Scrittori
presentano

presentano
Lo chiameremo ALBUM Europa. E sarà così, un viaggio. Aspettando i binari fremere, i motori accendersi, il muso dell’aereo alzarsi e per un momento sentirsi schiacciare sulla terra per poi volare, la faccia oltre il finestrino, la bocca aperta e gli occhi spalancati per far entrare tutto per la prima volta, odori suoni, sapori, lingue, paesaggi che scorrono impastati nel vento.
E ritornare.
Il muso dell’aereo verso terra, dall’alto la prospettiva mai vista della tua città, scendere dal treno, i binari ancora caldi, e non notare nulla di diverso tranne un vago sentore che qualcosa sia cambiato. Sarà qualcosa che ancora non riesci a vedere ma che una volta o l’altra vorrai raccontare.
Un foglio bianco, la penna, una partenza e un arrivo.
Un album di immagini che prende forma, diventano storie che si intrecciano.
Un album di racconti, ALBUM Europa.
INDICAZIONI TECNICHE. Il progetto si divide in due fasi
Fase 1) Le tratte
Si sceglie una tratta all’interno dell’Europa geografica e un mezzo per percorrere la tratta. [Esempio: Roma-Madrid (treno), Parigi-Mosca (macchina), Belgrado-Oslo (aereo), Vienna-Amsterdam (motocicletta)]
Si deve produrre un testo lungo, breve o brevissimo che narri la tratta scelta oppure i sapori, gli odori, le genti incontrate.
C'è un luogo di partenza e un luogo di arrivo. C'è un mezzo che ci permette di arrivare a destinazione. C'è il racconto che sarà un'immagine, la nostra immagine.
Scadenza invio materiale 31 Gennaio 2007 a racconti@opifice.it
Fase 2) La trama
Dopo aver raccolto e letto i brani pervenuti entro il 31 Gennaio 2007 si aprirà la seccnda fase del progetto ALBUM Europa. Si produrranno altri brani che uniscono due o più narrazioni della prima fase ponendosi come snodo tra esse.
Si arriverà ad unire e snodare tutte le narrazioni così che emerga una sola storia: ALBUM Europa.
Per informazioni > ALBUM Europa > Forum di Opìfice
E ritornare.
Il muso dell’aereo verso terra, dall’alto la prospettiva mai vista della tua città, scendere dal treno, i binari ancora caldi, e non notare nulla di diverso tranne un vago sentore che qualcosa sia cambiato. Sarà qualcosa che ancora non riesci a vedere ma che una volta o l’altra vorrai raccontare.
Un foglio bianco, la penna, una partenza e un arrivo.
Un album di immagini che prende forma, diventano storie che si intrecciano.
Un album di racconti, ALBUM Europa.
INDICAZIONI TECNICHE. Il progetto si divide in due fasi
Fase 1) Le tratte
Si sceglie una tratta all’interno dell’Europa geografica e un mezzo per percorrere la tratta. [Esempio: Roma-Madrid (treno), Parigi-Mosca (macchina), Belgrado-Oslo (aereo), Vienna-Amsterdam (motocicletta)]
Si deve produrre un testo lungo, breve o brevissimo che narri la tratta scelta oppure i sapori, gli odori, le genti incontrate.
C'è un luogo di partenza e un luogo di arrivo. C'è un mezzo che ci permette di arrivare a destinazione. C'è il racconto che sarà un'immagine, la nostra immagine.
Scadenza invio materiale 31 Gennaio 2007 a racconti@opifice.it
Fase 2) La trama
Dopo aver raccolto e letto i brani pervenuti entro il 31 Gennaio 2007 si aprirà la seccnda fase del progetto ALBUM Europa. Si produrranno altri brani che uniscono due o più narrazioni della prima fase ponendosi come snodo tra esse.
Si arriverà ad unire e snodare tutte le narrazioni così che emerga una sola storia: ALBUM Europa.
Per informazioni > ALBUM Europa > Forum di Opìfice
Centro Studi Opìfice - EggS - Lankelot.eu - Anonima Scrittori
venerdì 15 dicembre 2006
Cosa da leggere
di Demetrio Paolin
C’è la chiesa che praticamente è sul fiumiciattolo.
Ha le pareti di pietra grigia e misera. Non sta in alto, questa chiesa, ma sotto.
Tutto il paese incombe. Il campanile, per dirti, arriva all’altezza del ponte, che collega l’abitato alla via Salaria. Quindi se siamo quaggiù, come ora che è notte e tira un vento umido che ti fa le ossa molli, non vediamo niente del paese. Siamo intabarrati e io ho tirato pure su il cappuccio della giacca, mentre tu tieni i capelli sciolti e sei bella, di una bellezza strana che s’intona a questa pietra a questa notte a quest’acqua corrente.
Qui, ci dice l’uomo, erano le prigioni. Le ultime persone che furono chiuse dentro – e ci indica una porticina che si apre su di un muro, senza finestre o sbocchi, ma chiuso – erano delle partigiane.
Quando i tedeschi fuggirono, se le scordarono dentro. Gli americani le volevano liberare, ma poi si accorsero che per la gente del posto quelle erano due poco di buono. E allora le tennero imprigionate ancora un po’, poi una notte le portarono in montagna e le tagliarono i capelli. Perché a quel tempo la bellezza di una ragazza era tutta nei capelli.
Io ti guardo adesso che tieni le tue dita tra i capelli, e sorridi con me al racconto che ci pare lontano.
E penso che la bellezza sia qualcosa di cui non si riescono a trovare bene le parole: il problema della bellezza, della tua ad esempio, di quella di questo paese, è dirla. Renderla a tutti manifesta. Dobbiamo poi testimoniarla? Oppure tenerla nascosta qui, come cerco di fare io ora, come faccio quasi sempre. Io la bellezza la nascondo, la subisso di parole così da non farla vedere, da fare in modo che nessuno se ne accorga che c’è la bellezza.
*
Incominciamo a camminare per il paese che non conosce se non scale.
E noi saliamo prossimi ad uno strano silenzio.
Questo paese conta 10 abitanti, 4 cani e 30 gatti. Noi due siamo un di più. Le scale partono dovunque, non c’è una regola se non quella di assecondare le bizzarrie della crosta del monte, che scende giù mica diritto come i disegni dei bambini, ma sempre con salti e sbalzi e sfromboli per poi finire nell’acqua comunque.
Alcune scale sono tortuose, ripide e strette, che ci passa giusto un cristiano. Ai lati ci stanno le case, anche loro messe su alla rifusa come ciotole in una credenza: è normale vedere il balcone di un’abitazione sullo stesso livello della porta d’ingresso di un’altra.
Questa confusione di piani, di mescolamenti mi fa venire in mente il presepe.
Proprio quello che ci stupisce da bambini: il cielo neroro, la stella gialla gigante, le case mezze diroccate da cui spunta improvviso un uomo in abiti da soldato saraceno, dove senti il martellare del maniscalco e le donne con le brocche che vanno alla fonte.
Tutto è grande uguale, vicino o distante che sia.
Sospendiamo le nostre manie d’ordine, i nostri orizzonti definiti, le linee prospettiche e semplicemente siamo il sasso, la casa, la lastra di pietra, il passo che facciamo e il ciottolo che toccato cade verso valle.
Anche la sospensione e la credulità - sappiamo che nessun soldato in foggia araba ci assalterà dietro l’angolo, eppure temiamo; sappiamo che saliti fino in cima non ci sarà nessuna capanna con nessun dio bambino, eppure lo speriamo – fanno parte della bellezza: ma come fai a dirle?
Saliamo e parliamo appena, il fiato fa dei ghirigori come tocchi di polistirolo.
Cosa pensi?, mi fai.
Al paese attaccato ai sassi come se fosse il muschio.
E vorresti raccontarlo.
Sì, ma mi viene di dire niente, perché alla fine chiudo più che aprire, invece di invitare allontano.
La scala si fa ripida, la cadenza degli scalini è irregolare: rischio sempre di prendere una storta, di inciampare. E’ una mia fissa d’un po’ di tempo che “dire le cose” le guasti. Eppure sento che c’è una parte di me, che mi dice: se scrivi devi farti capire, devi fare in modo che ognuno stia dalla tua parte. E io mi accorgo che se dovessi dire a te, che mi cammini affianco, e a tutti del paese e della sua storia finirei per essere oscuro.
Vi comunicherei qualcosa che intuite bellissimo, ma di cui non potete farne esperienza.
Ma se scrivere è mettere in relazione, come faccio io a dirvi il bene, che c’è qui?
Mi ricordo cosa scrisse Kertez, e mi viene ora mentre giriamo l’angolo e tu mi dici: questa casa mi ha sempre creato spavento, io la vedevo da laggiù.
Mi indichi un altro budello di strada appena visibile e al fondo una finestra, quella della tua camera presumo io. Kertez dice un pensiero del tipo: il male ha sempre una ragione, è qualcosa di comprensibile, mentre il bene - scrive - è veramente un fatto che sfugge alla nostra comprensione.
Ora. Se io non riesco a scrivere questo, vuol dire che fallisco, vuol dire che qualcosa del mio scrivere non funziona o non funziona come io vorrei.
Non è un problema di poco conto.
E come faccio? Ti posso prendere da parte, ora che saliamo le scale e due cani ci vengono dietro, e dirti: io non riesco a comunicare la bellezza?
E tu capiresti cosa ti sto dicendo? O faresti spallucce?
*
Forse sto così, perché ho iniziato ad insegnare e a guardare i miei alunni. A loro non interessa lo studio, loro vogliono fare i tre anni, prendere il “diplomino” e andare a lavorare in officina, o fare le vetriniste, le commesse. Sembra che non aspirino a niente di più.
Ho fatto leggere in classe alcuni stralci di libri parlavano dell’adolescenza (Salinger, Conrad, Pavese e Brizzi). Poi ho detto: scrivetemi le vostre “impressioni” – se ci pensi bene non è molto diverso da cosa sto facendo ora, io scrivo le impressioni su di un paese visitato di notte con te - e uno di loro ha scritto: “Questi due testi sono molto belli e scritti bene, solo che ci sono parole complicate e difficili da capire, così anche se molto belli a me non piacciono perché non capisco tutto e non capisco tutto il significato”.
Sono parole che chiamano in causa me e chiunque scriva.
Il mio alunno dice: ho letto delle cose, ne ho intuito la grandezza, ma non mi possono piacere, perché non capisco. Ovvero le parole che ho letto non entrano in relazione con me, non mi cambiano, non mi smuovono, ma rimangono bloccate in una sorta di limbo.
E’ un grido d’aiuto, il segnale che molte volte noi, io per primo, costruiamo testi bellissimi ma incomprensibili.
Per me la scrittura è mettere in relazione; è prendere la parola in un’assemblea, è scrivere una lettera, è dare del ‘tu’ a qualcuno. Se tutte queste opzioni non vanno a segno, allora ho fallito.
E perché hai fallito?, mi dici tu, in fin dei conti tu ai tuoi alunni non hai proposto i tuoi testi, forse li avrebbero capiti.
E’ qui sta il problema – so che questo dialogo lo sto inventando, perché salendo su verso la cima del paese abbiamo parlato di asini, di cavalli e cani, di come sarebbe bello se… -, perché io penso che quelle parole siano rivolte a chi bene o male fa della scrittura qualcosa di più del semplice “caro diario”.
Significa che molti dei discorsi fatti hanno - tutti e sempre - il sapore della truffa. Rimangono un inganno per i lettori, perché in realtà molte delle cose che io vado scrivendo, che molti di noi vanno scrivendo, tagliano fuori una parte enorme di persone. Noi decidiamo, ognuno di noi ha i suoi 12 lettori, di escludere dai propri discorsi un numero imprecisato di lettori.
Ad esempio io so benissimo che queste riflessioni non sono per tutti. Leggendo, qualcuno dei miei alunni mi direbbe: prof. ma che voleva dire? Cosa c’entra questo con me? Cosa significano per me il paese nella notte, i partigiani, il presepe, lei che cammina con la morosa insieme ad un vecchio? Cosa ha a che fare con me con quello che sono e capisco? Come queste cose entrano in relazione con ciò che io sono?
Lei non mi dice niente, finirebbe il mio alunno, lei è una truffa.
E io non potrei dirgli altro che dargli ragione.
Infine siamo arrivati in cima. E visto dall’alto il paese sembrava la mano di un vecchio.
Ha le pareti di pietra grigia e misera. Non sta in alto, questa chiesa, ma sotto.
Tutto il paese incombe. Il campanile, per dirti, arriva all’altezza del ponte, che collega l’abitato alla via Salaria. Quindi se siamo quaggiù, come ora che è notte e tira un vento umido che ti fa le ossa molli, non vediamo niente del paese. Siamo intabarrati e io ho tirato pure su il cappuccio della giacca, mentre tu tieni i capelli sciolti e sei bella, di una bellezza strana che s’intona a questa pietra a questa notte a quest’acqua corrente.
Qui, ci dice l’uomo, erano le prigioni. Le ultime persone che furono chiuse dentro – e ci indica una porticina che si apre su di un muro, senza finestre o sbocchi, ma chiuso – erano delle partigiane.
Quando i tedeschi fuggirono, se le scordarono dentro. Gli americani le volevano liberare, ma poi si accorsero che per la gente del posto quelle erano due poco di buono. E allora le tennero imprigionate ancora un po’, poi una notte le portarono in montagna e le tagliarono i capelli. Perché a quel tempo la bellezza di una ragazza era tutta nei capelli.
Io ti guardo adesso che tieni le tue dita tra i capelli, e sorridi con me al racconto che ci pare lontano.
E penso che la bellezza sia qualcosa di cui non si riescono a trovare bene le parole: il problema della bellezza, della tua ad esempio, di quella di questo paese, è dirla. Renderla a tutti manifesta. Dobbiamo poi testimoniarla? Oppure tenerla nascosta qui, come cerco di fare io ora, come faccio quasi sempre. Io la bellezza la nascondo, la subisso di parole così da non farla vedere, da fare in modo che nessuno se ne accorga che c’è la bellezza.
*
Incominciamo a camminare per il paese che non conosce se non scale.
E noi saliamo prossimi ad uno strano silenzio.
Questo paese conta 10 abitanti, 4 cani e 30 gatti. Noi due siamo un di più. Le scale partono dovunque, non c’è una regola se non quella di assecondare le bizzarrie della crosta del monte, che scende giù mica diritto come i disegni dei bambini, ma sempre con salti e sbalzi e sfromboli per poi finire nell’acqua comunque.
Alcune scale sono tortuose, ripide e strette, che ci passa giusto un cristiano. Ai lati ci stanno le case, anche loro messe su alla rifusa come ciotole in una credenza: è normale vedere il balcone di un’abitazione sullo stesso livello della porta d’ingresso di un’altra.
Questa confusione di piani, di mescolamenti mi fa venire in mente il presepe.
Proprio quello che ci stupisce da bambini: il cielo neroro, la stella gialla gigante, le case mezze diroccate da cui spunta improvviso un uomo in abiti da soldato saraceno, dove senti il martellare del maniscalco e le donne con le brocche che vanno alla fonte.
Tutto è grande uguale, vicino o distante che sia.
Sospendiamo le nostre manie d’ordine, i nostri orizzonti definiti, le linee prospettiche e semplicemente siamo il sasso, la casa, la lastra di pietra, il passo che facciamo e il ciottolo che toccato cade verso valle.
Anche la sospensione e la credulità - sappiamo che nessun soldato in foggia araba ci assalterà dietro l’angolo, eppure temiamo; sappiamo che saliti fino in cima non ci sarà nessuna capanna con nessun dio bambino, eppure lo speriamo – fanno parte della bellezza: ma come fai a dirle?
Saliamo e parliamo appena, il fiato fa dei ghirigori come tocchi di polistirolo.
Cosa pensi?, mi fai.
Al paese attaccato ai sassi come se fosse il muschio.
E vorresti raccontarlo.
Sì, ma mi viene di dire niente, perché alla fine chiudo più che aprire, invece di invitare allontano.
La scala si fa ripida, la cadenza degli scalini è irregolare: rischio sempre di prendere una storta, di inciampare. E’ una mia fissa d’un po’ di tempo che “dire le cose” le guasti. Eppure sento che c’è una parte di me, che mi dice: se scrivi devi farti capire, devi fare in modo che ognuno stia dalla tua parte. E io mi accorgo che se dovessi dire a te, che mi cammini affianco, e a tutti del paese e della sua storia finirei per essere oscuro.
Vi comunicherei qualcosa che intuite bellissimo, ma di cui non potete farne esperienza.
Ma se scrivere è mettere in relazione, come faccio io a dirvi il bene, che c’è qui?
Mi ricordo cosa scrisse Kertez, e mi viene ora mentre giriamo l’angolo e tu mi dici: questa casa mi ha sempre creato spavento, io la vedevo da laggiù.
Mi indichi un altro budello di strada appena visibile e al fondo una finestra, quella della tua camera presumo io. Kertez dice un pensiero del tipo: il male ha sempre una ragione, è qualcosa di comprensibile, mentre il bene - scrive - è veramente un fatto che sfugge alla nostra comprensione.
Ora. Se io non riesco a scrivere questo, vuol dire che fallisco, vuol dire che qualcosa del mio scrivere non funziona o non funziona come io vorrei.
Non è un problema di poco conto.
E come faccio? Ti posso prendere da parte, ora che saliamo le scale e due cani ci vengono dietro, e dirti: io non riesco a comunicare la bellezza?
E tu capiresti cosa ti sto dicendo? O faresti spallucce?
*
Forse sto così, perché ho iniziato ad insegnare e a guardare i miei alunni. A loro non interessa lo studio, loro vogliono fare i tre anni, prendere il “diplomino” e andare a lavorare in officina, o fare le vetriniste, le commesse. Sembra che non aspirino a niente di più.
Ho fatto leggere in classe alcuni stralci di libri parlavano dell’adolescenza (Salinger, Conrad, Pavese e Brizzi). Poi ho detto: scrivetemi le vostre “impressioni” – se ci pensi bene non è molto diverso da cosa sto facendo ora, io scrivo le impressioni su di un paese visitato di notte con te - e uno di loro ha scritto: “Questi due testi sono molto belli e scritti bene, solo che ci sono parole complicate e difficili da capire, così anche se molto belli a me non piacciono perché non capisco tutto e non capisco tutto il significato”.
Sono parole che chiamano in causa me e chiunque scriva.
Il mio alunno dice: ho letto delle cose, ne ho intuito la grandezza, ma non mi possono piacere, perché non capisco. Ovvero le parole che ho letto non entrano in relazione con me, non mi cambiano, non mi smuovono, ma rimangono bloccate in una sorta di limbo.
E’ un grido d’aiuto, il segnale che molte volte noi, io per primo, costruiamo testi bellissimi ma incomprensibili.
Per me la scrittura è mettere in relazione; è prendere la parola in un’assemblea, è scrivere una lettera, è dare del ‘tu’ a qualcuno. Se tutte queste opzioni non vanno a segno, allora ho fallito.
E perché hai fallito?, mi dici tu, in fin dei conti tu ai tuoi alunni non hai proposto i tuoi testi, forse li avrebbero capiti.
E’ qui sta il problema – so che questo dialogo lo sto inventando, perché salendo su verso la cima del paese abbiamo parlato di asini, di cavalli e cani, di come sarebbe bello se… -, perché io penso che quelle parole siano rivolte a chi bene o male fa della scrittura qualcosa di più del semplice “caro diario”.
Significa che molti dei discorsi fatti hanno - tutti e sempre - il sapore della truffa. Rimangono un inganno per i lettori, perché in realtà molte delle cose che io vado scrivendo, che molti di noi vanno scrivendo, tagliano fuori una parte enorme di persone. Noi decidiamo, ognuno di noi ha i suoi 12 lettori, di escludere dai propri discorsi un numero imprecisato di lettori.
Ad esempio io so benissimo che queste riflessioni non sono per tutti. Leggendo, qualcuno dei miei alunni mi direbbe: prof. ma che voleva dire? Cosa c’entra questo con me? Cosa significano per me il paese nella notte, i partigiani, il presepe, lei che cammina con la morosa insieme ad un vecchio? Cosa ha a che fare con me con quello che sono e capisco? Come queste cose entrano in relazione con ciò che io sono?
Lei non mi dice niente, finirebbe il mio alunno, lei è una truffa.
E io non potrei dirgli altro che dargli ragione.
Infine siamo arrivati in cima. E visto dall’alto il paese sembrava la mano di un vecchio.
Cosa da leggere
di Demetrio Paolin
C’è la chiesa che praticamente è sul fiumiciattolo.
Ha le pareti di pietra grigia e misera. Non sta in alto, questa chiesa, ma sotto.
Tutto il paese incombe. Il campanile, per dirti, arriva all’altezza del ponte, che collega l’abitato alla via Salaria. Quindi se siamo quaggiù, come ora che è notte e tira un vento umido che ti fa le ossa molli, non vediamo niente del paese. Siamo intabarrati e io ho tirato pure su il cappuccio della giacca, mentre tu tieni i capelli sciolti e sei bella, di una bellezza strana che s’intona a questa pietra a questa notte a quest’acqua corrente.
Qui, ci dice l’uomo, erano le prigioni. Le ultime persone che furono chiuse dentro – e ci indica una porticina che si apre su di un muro, senza finestre o sbocchi, ma chiuso – erano delle partigiane.
Quando i tedeschi fuggirono, se le scordarono dentro. Gli americani le volevano liberare, ma poi si accorsero che per la gente del posto quelle erano due poco di buono. E allora le tennero imprigionate ancora un po’, poi una notte le portarono in montagna e le tagliarono i capelli. Perché a quel tempo la bellezza di una ragazza era tutta nei capelli.
Io ti guardo adesso che tieni le tue dita tra i capelli, e sorridi con me al racconto che ci pare lontano.
E penso che la bellezza sia qualcosa di cui non si riescono a trovare bene le parole: il problema della bellezza, della tua ad esempio, di quella di questo paese, è dirla. Renderla a tutti manifesta. Dobbiamo poi testimoniarla? Oppure tenerla nascosta qui, come cerco di fare io ora, come faccio quasi sempre. Io la bellezza la nascondo, la subisso di parole così da non farla vedere, da fare in modo che nessuno se ne accorga che c’è la bellezza.
*
Incominciamo a camminare per il paese che non conosce se non scale.
E noi saliamo prossimi ad uno strano silenzio.
Questo paese conta 10 abitanti, 4 cani e 30 gatti. Noi due siamo un di più. Le scale partono dovunque, non c’è una regola se non quella di assecondare le bizzarrie della crosta del monte, che scende giù mica diritto come i disegni dei bambini, ma sempre con salti e sbalzi e sfromboli per poi finire nell’acqua comunque.
Alcune scale sono tortuose, ripide e strette, che ci passa giusto un cristiano. Ai lati ci stanno le case, anche loro messe su alla rifusa come ciotole in una credenza: è normale vedere il balcone di un’abitazione sullo stesso livello della porta d’ingresso di un’altra.
Questa confusione di piani, di mescolamenti mi fa venire in mente il presepe.
Proprio quello che ci stupisce da bambini: il cielo neroro, la stella gialla gigante, le case mezze diroccate da cui spunta improvviso un uomo in abiti da soldato saraceno, dove senti il martellare del maniscalco e le donne con le brocche che vanno alla fonte.
Tutto è grande uguale, vicino o distante che sia.
Sospendiamo le nostre manie d’ordine, i nostri orizzonti definiti, le linee prospettiche e semplicemente siamo il sasso, la casa, la lastra di pietra, il passo che facciamo e il ciottolo che toccato cade verso valle.
Anche la sospensione e la credulità - sappiamo che nessun soldato in foggia araba ci assalterà dietro l’angolo, eppure temiamo; sappiamo che saliti fino in cima non ci sarà nessuna capanna con nessun dio bambino, eppure lo speriamo – fanno parte della bellezza: ma come fai a dirle?
Saliamo e parliamo appena, il fiato fa dei ghirigori come tocchi di polistirolo.
Cosa pensi?, mi fai.
Al paese attaccato ai sassi come se fosse il muschio.
E vorresti raccontarlo.
Sì, ma mi viene di dire niente, perché alla fine chiudo più che aprire, invece di invitare allontano.
La scala si fa ripida, la cadenza degli scalini è irregolare: rischio sempre di prendere una storta, di inciampare. E’ una mia fissa d’un po’ di tempo che “dire le cose” le guasti. Eppure sento che c’è una parte di me, che mi dice: se scrivi devi farti capire, devi fare in modo che ognuno stia dalla tua parte. E io mi accorgo che se dovessi dire a te, che mi cammini affianco, e a tutti del paese e della sua storia finirei per essere oscuro.
Vi comunicherei qualcosa che intuite bellissimo, ma di cui non potete farne esperienza.
Ma se scrivere è mettere in relazione, come faccio io a dirvi il bene, che c’è qui?
Mi ricordo cosa scrisse Kertez, e mi viene ora mentre giriamo l’angolo e tu mi dici: questa casa mi ha sempre creato spavento, io la vedevo da laggiù.
Mi indichi un altro budello di strada appena visibile e al fondo una finestra, quella della tua camera presumo io. Kertez dice un pensiero del tipo: il male ha sempre una ragione, è qualcosa di comprensibile, mentre il bene - scrive - è veramente un fatto che sfugge alla nostra comprensione.
Ora. Se io non riesco a scrivere questo, vuol dire che fallisco, vuol dire che qualcosa del mio scrivere non funziona o non funziona come io vorrei.
Non è un problema di poco conto.
E come faccio? Ti posso prendere da parte, ora che saliamo le scale e due cani ci vengono dietro, e dirti: io non riesco a comunicare la bellezza?
E tu capiresti cosa ti sto dicendo? O faresti spallucce?
*
Forse sto così, perché ho iniziato ad insegnare e a guardare i miei alunni. A loro non interessa lo studio, loro vogliono fare i tre anni, prendere il “diplomino” e andare a lavorare in officina, o fare le vetriniste, le commesse. Sembra che non aspirino a niente di più.
Ho fatto leggere in classe alcuni stralci di libri parlavano dell’adolescenza (Salinger, Conrad, Pavese e Brizzi). Poi ho detto: scrivetemi le vostre “impressioni” – se ci pensi bene non è molto diverso da cosa sto facendo ora, io scrivo le impressioni su di un paese visitato di notte con te - e uno di loro ha scritto: “Questi due testi sono molto belli e scritti bene, solo che ci sono parole complicate e difficili da capire, così anche se molto belli a me non piacciono perché non capisco tutto e non capisco tutto il significato”.
Sono parole che chiamano in causa me e chiunque scriva.
Il mio alunno dice: ho letto delle cose, ne ho intuito la grandezza, ma non mi possono piacere, perché non capisco. Ovvero le parole che ho letto non entrano in relazione con me, non mi cambiano, non mi smuovono, ma rimangono bloccate in una sorta di limbo.
E’ un grido d’aiuto, il segnale che molte volte noi, io per primo, costruiamo testi bellissimi ma incomprensibili.
Per me la scrittura è mettere in relazione; è prendere la parola in un’assemblea, è scrivere una lettera, è dare del ‘tu’ a qualcuno. Se tutte queste opzioni non vanno a segno, allora ho fallito.
E perché hai fallito?, mi dici tu, in fin dei conti tu ai tuoi alunni non hai proposto i tuoi testi, forse li avrebbero capiti.
E’ qui sta il problema – so che questo dialogo lo sto inventando, perché salendo su verso la cima del paese abbiamo parlato di asini, di cavalli e cani, di come sarebbe bello se… -, perché io penso che quelle parole siano rivolte a chi bene o male fa della scrittura qualcosa di più del semplice “caro diario”.
Significa che molti dei discorsi fatti hanno - tutti e sempre - il sapore della truffa. Rimangono un inganno per i lettori, perché in realtà molte delle cose che io vado scrivendo, che molti di noi vanno scrivendo, tagliano fuori una parte enorme di persone. Noi decidiamo, ognuno di noi ha i suoi 12 lettori, di escludere dai propri discorsi un numero imprecisato di lettori.
Ad esempio io so benissimo che queste riflessioni non sono per tutti. Leggendo, qualcuno dei miei alunni mi direbbe: prof. ma che voleva dire? Cosa c’entra questo con me? Cosa significano per me il paese nella notte, i partigiani, il presepe, lei che cammina con la morosa insieme ad un vecchio? Cosa ha a che fare con me con quello che sono e capisco? Come queste cose entrano in relazione con ciò che io sono?
Lei non mi dice niente, finirebbe il mio alunno, lei è una truffa.
E io non potrei dirgli altro che dargli ragione.
Infine siamo arrivati in cima. E visto dall’alto il paese sembrava la mano di un vecchio.
Ha le pareti di pietra grigia e misera. Non sta in alto, questa chiesa, ma sotto.
Tutto il paese incombe. Il campanile, per dirti, arriva all’altezza del ponte, che collega l’abitato alla via Salaria. Quindi se siamo quaggiù, come ora che è notte e tira un vento umido che ti fa le ossa molli, non vediamo niente del paese. Siamo intabarrati e io ho tirato pure su il cappuccio della giacca, mentre tu tieni i capelli sciolti e sei bella, di una bellezza strana che s’intona a questa pietra a questa notte a quest’acqua corrente.
Qui, ci dice l’uomo, erano le prigioni. Le ultime persone che furono chiuse dentro – e ci indica una porticina che si apre su di un muro, senza finestre o sbocchi, ma chiuso – erano delle partigiane.
Quando i tedeschi fuggirono, se le scordarono dentro. Gli americani le volevano liberare, ma poi si accorsero che per la gente del posto quelle erano due poco di buono. E allora le tennero imprigionate ancora un po’, poi una notte le portarono in montagna e le tagliarono i capelli. Perché a quel tempo la bellezza di una ragazza era tutta nei capelli.
Io ti guardo adesso che tieni le tue dita tra i capelli, e sorridi con me al racconto che ci pare lontano.
E penso che la bellezza sia qualcosa di cui non si riescono a trovare bene le parole: il problema della bellezza, della tua ad esempio, di quella di questo paese, è dirla. Renderla a tutti manifesta. Dobbiamo poi testimoniarla? Oppure tenerla nascosta qui, come cerco di fare io ora, come faccio quasi sempre. Io la bellezza la nascondo, la subisso di parole così da non farla vedere, da fare in modo che nessuno se ne accorga che c’è la bellezza.
*
Incominciamo a camminare per il paese che non conosce se non scale.
E noi saliamo prossimi ad uno strano silenzio.
Questo paese conta 10 abitanti, 4 cani e 30 gatti. Noi due siamo un di più. Le scale partono dovunque, non c’è una regola se non quella di assecondare le bizzarrie della crosta del monte, che scende giù mica diritto come i disegni dei bambini, ma sempre con salti e sbalzi e sfromboli per poi finire nell’acqua comunque.
Alcune scale sono tortuose, ripide e strette, che ci passa giusto un cristiano. Ai lati ci stanno le case, anche loro messe su alla rifusa come ciotole in una credenza: è normale vedere il balcone di un’abitazione sullo stesso livello della porta d’ingresso di un’altra.
Questa confusione di piani, di mescolamenti mi fa venire in mente il presepe.
Proprio quello che ci stupisce da bambini: il cielo neroro, la stella gialla gigante, le case mezze diroccate da cui spunta improvviso un uomo in abiti da soldato saraceno, dove senti il martellare del maniscalco e le donne con le brocche che vanno alla fonte.
Tutto è grande uguale, vicino o distante che sia.
Sospendiamo le nostre manie d’ordine, i nostri orizzonti definiti, le linee prospettiche e semplicemente siamo il sasso, la casa, la lastra di pietra, il passo che facciamo e il ciottolo che toccato cade verso valle.
Anche la sospensione e la credulità - sappiamo che nessun soldato in foggia araba ci assalterà dietro l’angolo, eppure temiamo; sappiamo che saliti fino in cima non ci sarà nessuna capanna con nessun dio bambino, eppure lo speriamo – fanno parte della bellezza: ma come fai a dirle?
Saliamo e parliamo appena, il fiato fa dei ghirigori come tocchi di polistirolo.
Cosa pensi?, mi fai.
Al paese attaccato ai sassi come se fosse il muschio.
E vorresti raccontarlo.
Sì, ma mi viene di dire niente, perché alla fine chiudo più che aprire, invece di invitare allontano.
La scala si fa ripida, la cadenza degli scalini è irregolare: rischio sempre di prendere una storta, di inciampare. E’ una mia fissa d’un po’ di tempo che “dire le cose” le guasti. Eppure sento che c’è una parte di me, che mi dice: se scrivi devi farti capire, devi fare in modo che ognuno stia dalla tua parte. E io mi accorgo che se dovessi dire a te, che mi cammini affianco, e a tutti del paese e della sua storia finirei per essere oscuro.
Vi comunicherei qualcosa che intuite bellissimo, ma di cui non potete farne esperienza.
Ma se scrivere è mettere in relazione, come faccio io a dirvi il bene, che c’è qui?
Mi ricordo cosa scrisse Kertez, e mi viene ora mentre giriamo l’angolo e tu mi dici: questa casa mi ha sempre creato spavento, io la vedevo da laggiù.
Mi indichi un altro budello di strada appena visibile e al fondo una finestra, quella della tua camera presumo io. Kertez dice un pensiero del tipo: il male ha sempre una ragione, è qualcosa di comprensibile, mentre il bene - scrive - è veramente un fatto che sfugge alla nostra comprensione.
Ora. Se io non riesco a scrivere questo, vuol dire che fallisco, vuol dire che qualcosa del mio scrivere non funziona o non funziona come io vorrei.
Non è un problema di poco conto.
E come faccio? Ti posso prendere da parte, ora che saliamo le scale e due cani ci vengono dietro, e dirti: io non riesco a comunicare la bellezza?
E tu capiresti cosa ti sto dicendo? O faresti spallucce?
*
Forse sto così, perché ho iniziato ad insegnare e a guardare i miei alunni. A loro non interessa lo studio, loro vogliono fare i tre anni, prendere il “diplomino” e andare a lavorare in officina, o fare le vetriniste, le commesse. Sembra che non aspirino a niente di più.
Ho fatto leggere in classe alcuni stralci di libri parlavano dell’adolescenza (Salinger, Conrad, Pavese e Brizzi). Poi ho detto: scrivetemi le vostre “impressioni” – se ci pensi bene non è molto diverso da cosa sto facendo ora, io scrivo le impressioni su di un paese visitato di notte con te - e uno di loro ha scritto: “Questi due testi sono molto belli e scritti bene, solo che ci sono parole complicate e difficili da capire, così anche se molto belli a me non piacciono perché non capisco tutto e non capisco tutto il significato”.
Sono parole che chiamano in causa me e chiunque scriva.
Il mio alunno dice: ho letto delle cose, ne ho intuito la grandezza, ma non mi possono piacere, perché non capisco. Ovvero le parole che ho letto non entrano in relazione con me, non mi cambiano, non mi smuovono, ma rimangono bloccate in una sorta di limbo.
E’ un grido d’aiuto, il segnale che molte volte noi, io per primo, costruiamo testi bellissimi ma incomprensibili.
Per me la scrittura è mettere in relazione; è prendere la parola in un’assemblea, è scrivere una lettera, è dare del ‘tu’ a qualcuno. Se tutte queste opzioni non vanno a segno, allora ho fallito.
E perché hai fallito?, mi dici tu, in fin dei conti tu ai tuoi alunni non hai proposto i tuoi testi, forse li avrebbero capiti.
E’ qui sta il problema – so che questo dialogo lo sto inventando, perché salendo su verso la cima del paese abbiamo parlato di asini, di cavalli e cani, di come sarebbe bello se… -, perché io penso che quelle parole siano rivolte a chi bene o male fa della scrittura qualcosa di più del semplice “caro diario”.
Significa che molti dei discorsi fatti hanno - tutti e sempre - il sapore della truffa. Rimangono un inganno per i lettori, perché in realtà molte delle cose che io vado scrivendo, che molti di noi vanno scrivendo, tagliano fuori una parte enorme di persone. Noi decidiamo, ognuno di noi ha i suoi 12 lettori, di escludere dai propri discorsi un numero imprecisato di lettori.
Ad esempio io so benissimo che queste riflessioni non sono per tutti. Leggendo, qualcuno dei miei alunni mi direbbe: prof. ma che voleva dire? Cosa c’entra questo con me? Cosa significano per me il paese nella notte, i partigiani, il presepe, lei che cammina con la morosa insieme ad un vecchio? Cosa ha a che fare con me con quello che sono e capisco? Come queste cose entrano in relazione con ciò che io sono?
Lei non mi dice niente, finirebbe il mio alunno, lei è una truffa.
E io non potrei dirgli altro che dargli ragione.
Infine siamo arrivati in cima. E visto dall’alto il paese sembrava la mano di un vecchio.
giovedì 14 dicembre 2006
Natale & Letteratura
I più disillusi restano Italo Calvino e Luigi Pirandello che ci offrono l’altra faccia del Natale evitando volontariamente dolci novelle con la morale alla fine.
Premettiamo che sposiamo da subito le conclusioni a cui giunge Umberto Eco nel rispetto che anche i laici tributano al Natale e al Mistero: “Se Cristo fosse pur solo il soggetto di un grande racconto, il fatto che questo racconto abbia potuto essere immaginato e voluto da bipedi implumi che sanno solo di non sapere, sarebbe altrettanto miracoloso (miracolosamente misterioso) del fatto che il figlio di un Dio reale si sia veramente incarnato. Questo mistero naturale e terreno non cesserebbe di turbare e ingentilire il cuore di chi non crede”.
Il modello di tutti i racconti natalizi resta l’inarrivabile “Canto di Natale” di Charles Dickens: la notte infinita di Scrooge che incontra gli spiriti dei Natali Passati, Presenti e Futuri e si ravvede appena in tempo diventando “un amico, un padrone, un uomo così buono, come poteva mai averne conosciuto quella buona vecchia città, o qualunque altra buona vecchia città, borgata o villaggio di questo buon mondo”.
Carlo Collodi, l’autore del celeberrimo Pinocchio, nel suo “La festa di Natale” sceglie un apologo dal vago sapore evangelico, ricalca volutamente la parabola dei talenti e ai tre amministratori fa corrispondere i tre figlioletti della Contessa Maria che sognano il momento solenne che arriva alla fine di ogni anno: l’apertura dei salvadanai. Hanno sognato quest’evento tutto l’anno: Luigino già immagina la bardatura che comprerà al suo cavallo di legno, Alberto i vestiti per la sua marionetta e Ada le scarpine per la sua bambola. Qualcosa accade, durante una passeggiata i tre fratellini nella casa dell’Orco incontrano un bimbo saziato dal suo aguzzino a colpi di zoccolo. Nel cuore d’Alberto si accende la fiamma della misericordia: invece di vestire una stupida marionetta investire i suoi zecchini per vestire quel bimbo sottratto appena in tempo all’Orco. La contessa Maria premia il figlio con una tempesta di baci.
Non diverso il tono de “Il dono di Natale” di Grazia Deledda, delicato racconto ambientato tra la neve della Sardegna. In occasione di un fidanzamento il piccolo Felle commosso porta la zampa del porcellino da latte ai suoi vicini. Non riceve però l’accoglienza che s’attendeva: le figlie del vicino aspettavano ben altro regalo. Alla fine capirà, quando il padre delle bambine ritorna con il figlioletto appena nato: un bel bambino nato proprio allo scoccare della mezzanotte di Natale: “E dentro il canestro, fra pannolini caldi, stava un bambino appena nato, un bel bambino rosso, con due riccioli sulle tempie e gli occhi già aperti. - È il nostro primo fratellino - mormorò Lia. - Mio padre l'ha comprato a mezzanotte precisa, mentre le campane suonavano il "Gloria". Le sue ossa, quindi, non si disgiungeranno mai, ed egli le ritroverà intatte, il giorno del Giudizio Universale. Ecco il dono che Gesù ci ha fatto questa notte”.
Amaro osservatore della realtà Calvino nota come “Non c'è epoca dell'anno più gentile e buona, per il mondo dell'industria e del commercio, che il Natale e le settimane precedenti. Sale dalle vie il tremulo suono delle zampogne; e le società anonime, fino a ieri freddamente intente a calcolare fatturato e dividendi, aprono il cuore agli affetti e al sorriso. L'unico pensiero dei Consigli d'amministrazione adesso è quello di dare gioia al prossimo, mandando doni accompagnati da messaggi d'augurio sia a ditte consorelle che a privati; ogni ditta si sente in dovere di comprare un grande stock di prodotti da una seconda ditta per fare i suoi regali alle altre ditte; le quali ditte a loro volta comprano da una ditta altri stock di regali per le altre; le finestre aziendali restano illuminate fino a tardi, specialmente quelle del magazzino, dove il personale continua le ore straordinarie a imballare pacchi e casse; al di là dei vetri appannati, sui marciapiedi ricoperti da una crosta di gelo s'inoltrano gli zampognari, discesi da buie misteriose montagne, sostano ai crocicchi del centro, un po' abbagliati dalle troppe luci, dalle vetrine troppo adorne, e a capo chino dànno fiato ai loro strumenti; a quel suono tra gli uomini d'affari le grevi contese d'interessi si placano e lasciano il posto ad una nuova gara: a chi presenta nel modo più grazioso il dono più cospicuo e originale”. In una guerra a colpi di originalità il racconto si conclude con un paese assediato da babbi natale che lottano per rimpolpare le case di inutilissimi regali sino a che i figli di Marcovaldo non cambiano le carte in tavola. Disperati dal non riuscire più a trovare nell’era dell’opulenza un bimbo povero da rallegrare porteranno i loro doni strampalati al bimbo più ricco del paese. Quest’ultimo li userà per distruggere i regali precedenti e dare avvio ad un’altra guerra: quella dei regali distruttivi.
Commuove "il Natale a Regalpetra" di Sciascia con i temi dei suoi alunni che cantano la gioia dell’unico bagno caldo dell’anno in un’aula damascata dai geloni. Per chi è sopraffatto dallo spirito del Natale resta la bellissima poesia d’Ungaretti che ci spinge a recuperare il senso dell’evento di cui rendiamo testimonianza acconciando presepi e pacchi regalo:
Non ho voglia / di tuffarmi/ in un gomitolo/ di strade// Ho tanta / stanchezza /sulle spalle// Lasciatemi così/ come una/ cosa/ posata/ in un/angolo/ e dimenticata// Qui/ non si sente/ altro/che il caldo buono//Sto/con le quattro// capriole / di fumo/ del focolare //
E concludiamo questa breve antologia natalizia col “Sogno di Natale” di Luigi Pirandello. Proprio pochi giorni fa ricorrevano i settant’anni dalla morte e con essi la possibilità di riprodurne liberamente l’opera: Gesù tornato in terra cerca un’anima disposta a farlo rivivere. Un’anima disposta a liberarsi di tutto:
“Cerco un'anima, in cui rivivere. Tu vedi ch'ìo son morto per questo mondo, che pure ha il coraggio di festeggiare ancora la notte della mia nascita. Non sarebbe forse troppo angusta per me l'anima tua, se non fosse ingombra di tante cose, che dovresti buttar via. Otterresti da me cento volte quel che perderai, seguendomi e abbandonando quel che falsamente stimi necessario a te e ai tuoi: questa città, i tuoi sogni, i comodi con cui invano cerchi allettare il tuo stolto soffrire per il mondo... Cerco un'anima, in cui rivivere: potrebbe esser la tua come quella d'ogn'altro di buona volontà.- La città, Gesù? - io risposi sgomento. - E la casa e i miei cari e i miei sogni?
- Otterresti da me cento volte quel che perderai – ripeté Egli levando la mano dal mio petto e guardandomi fisso con quegli occhi profondi e chiari.
- Ah! io non posso, Gesù... - feci, dopo un momento di perplessità, vergognoso e avvilito, lasciandomi cader le braccia sulla persona”.
Ma il Natale è anche gioia, perché come ci ricorda Gozzano:
… Il campanile scocca
La Mezzanotte Santa.
È nato!
Alleluja! Alleluja!
È nato il Sovrano Bambino.
La notte, che già fu sì buia,
risplende d'un astro divino.
Orsù, cornamuse, più gaje
suonate; squillate, campane!
Venite, pastori e massaie,
o genti vicine e lontane!
Non sete, non molli tappeti,
ma, come nei libri hanno detto
da quattro mill'anni i Profeti,
un poco di paglia ha per letto.
Per quattro mill'anni s'attese
quest'ora su tutte le ore.
È nato! È nato il Signore!
È nato nel nostro paese!
Risplende d'un astro divino
La notte che già fu sì buia.
È nato il Sovrano Bambino.
È nato!
Alleluja! Alleluja!
Iscriviti a:
Post (Atom)