Questa è la battuta finale di THE FAMILY MAN, il bel film natalizio con Nicholas Cage che altro non è che una rivisitazione del vecchissimo LA VITA E' MERAVIGLIOSA. Le storie di Natale mi sono sempre piaciute, sin dove arriva a scavare la talpa dei ricordi mi vedo bimbo panciuto a far presepi con mio padre, perché mia madre non si è mai accontentata di un solo presepe, no, troppo banale... dato che casa mia si espande su tre piani con cinque stanze per piano, ne facevamo almeno quattro, quello monumentale stava nella fioriera del salotto, uno mignon stava nella cucina (un presepe che mia madre aveva vinto ad una pesca di beneficenza quando ancora era una picciridda coi boccoli nerissimi), uno nella mia stanza (avevo investito così i soldi che la mia madrina di battesimo m'aveva regalato per la mia prima Comunione) e uno nella stanza dei miei.
Quello monumentale era un'utopia fattasi sughero e colla e carta e tanto, tantissimo nastro da imballaggio, quello marrone che se non tratti bene finisce per appiccicarsi dovunque tranne nelle due metà che dovrebbe sposare, mio padre è stato sempre megalomane, una volta ne abbiamo fatto uno che era una torre di babele di cassette di frutta, quelle di legno in cui si mettono a maturare le arance. pareva quei paesini abbarbicati su un monte, con tutte le case e la vecchina che filava, l'uomo delle castagne, il macellaio, l'addumisciutu e perfino il pastorello col culo all'aria e con un pezzo di cacca che gli usciva dal deretano (quello mia madre lo ammucciava sempre e io dovevo rimetterlo nella zona più illuminata per rendere la scena più reale. Su quel presepe suonava le sue nenie stonate il Signor Di Nardo, un pecoraro che dopo che un trattore se l'era preso di petto aveva fatto voto di suonare a Bagheria sino alla fine dei suoi giorni la sua ciaramella, la sua zampogna. Il signor Di Nardo sapeva di cacio e di vino e la sua ciaramella era una pecora scuoiata che prima di suonare doveva gonfiare per bene e poi partivano le prime stonature, tutte a lode e gloria della Vergine Benedetta.
Quello che preferivo restava quello della cucina, un presepe-carillon piccolo e essenziale. Ma la megalomania paterna non risparmiò neanche il girotondo dei pastori attorno alla grotta dell'Evento. Mio padre gli appiccicò negli spazi vuoti quei pastorelli mignon che servono per rispettare le leggi immutabili della prospettiva. Girò per anni il disco di compensato attorno alla grotta sino a quando l'ennesimo giro di chiavetta gli fu letale.
E poi c'era l'Opera Incompiuta, qua servirebbe una microparentesi sulle Grandi Incompiute di Giovanni Pintacuda ma questa è un'altra storia e magari un giorno ve la racconterò. L'Opera Incompiuta è un presepe di compensato che le cronache dicono iniziò ad essere traforato nel 1972, qualcosa come 33 anni fa, guarda caso l'età del Redentore. Mio padre traforava in attesa dell'arrivo della prole, poi arrivò mia sorella e il presepe sembrava già finito ma il risultato non letificava mio padre che è sempre stato un cagacazzi tale e quale a me.
Mai soddisfatti delle nostre fatiche, io e mio padre potremmo lavorare di lima all'infinito. A me capita soprattutto quando i miei sforzi cozzano col fallimento del dialogo, soprattutto quello con mio padre, com'è giusto che sia nella dialettica intergenerazionale condita dai quarant'anni che ci separano. Lui invece inizia duemila progetti lasciandoli sempre in uno stato di imperitura perfettibilità, non me l'ha mai detto, ma credo che, se fosse possibile, riproverebbe pure a rifarmi ex novo, con più accortezza, scozzando dal mio DNA tutti i tratti che ci rendono quelli che siamo.
Il presepe doveva essere un lavoro di fine, trenta pastorelli e una capanna, niente di che, ma il progetto iniziale prevedeva di traforare il legno ogni oltre umano limite, levare tutto per lasciare praticamente quattro linee stilizzate. Mio padre pensò di usare il pirografo, oggetto che nella mia testa doveva costare come minimo mezzo milione visto che mio padre non l'ha mai voluto acquistare e sopperiva a quella mancanza riscaldando gli spiedini di ferro in cui mia madre infilza i suoi mitici involtini alla siciliana sino a che diventavano roventi, rossi come le fiamme dell'inferno. E poi li passava sul compensato. Poi venne a trovarci un'amica di famiglia, nella fattispecie la Professoressa che mi donò la parola DICOTOMIA. Iniziò a guardare con concupiscenza il presepe che nel novantadue era quasi finito, mio padre non ci pensò due volte, prese il suo ego ipertrofico e la sua sete di elogi e donò alla professoressa il presepe, finendolo in meno di due settimane. A noi disse che l'avrebbe rifatto meglio, con del compensato di faggio.
Ma l'estro artistico di mio padre si manifestò nella forma dei mitici uniposca, i pennarelloni dell'Osama che si dovevano sguazzariare per bene prima di essere utilizzati. Mio padre prese le sagome del presepe e li colorò con pallini verdi e blu, rossi e gialli. Un abominio.
E per di più chiese a me, sangue del suo sangue, cosa ne pensavo. Preferii tacere. Poi gli anni passarono, il presepe s'era arenato di nuovo, come ogni anno. Sino a quando andai a comprare alla Feltrinelli le poesie di Paul Celan per iniziare a scrivere la tesi. Sulla strada c'era una ferramenta, mio padre vide in vetrina il suo oggetto totemico, quel pirografo che avrebbe comprato un giorno se avesse mai azzeccato il terno giusto sulla ruota di Palermo. Lo vidi anch'io, capita sempre così, quando i genitori imbiancano ritornano più bambini di prima, mio padre aveva la stessa faccia che avevo io quando scartai il regalo del mio sesto compleanno, il bellissimo castello di Greyskull, il rifugio della maga che aveva donato a He-Man i poteri.
MI squagliò qualcosa dentro, presi dodici euro e entrai.
Uscii e glielo diedi, lui mi guardò strano, iniziò la sua filippica fatta di "non dovevi disturbarti", "perché non li spendevi per cose più utili..." e altre frasi da genitori.
Ero fiero di me. Ma ancora il presepe aspetta d'essere concluso. Com'è giusto che sia. Non lo so, forse è che a sessantatre anni se ne sono andati dalla vita e dal mondo tutti i miei nonni, e 63 anni sono gli anni che mio padre ha nelle sue rughe da apache. Forse pensa che non muore mai chi ha ancora qualcosa da finire. Forse è come succede a me con i miei racconti, sempre perfettibili, future riscritture di pagine già pensate milioni di volte, storie che ci spuntano nel cuore e che devono macerare nell'esperienza quotidiana prima di transustanziarsi.
Ora ha promesso che ne farà un altro per Maria, la donna che amo, per lei e per la sua famiglia. Che ha una parte importante anche in questa digressione natalizia.
E' il secondo anno che i presepi in casa Pintacuda sono solo tre. il mio dorme nella scatola delle mie vecchie Nike, nell'armadio a muro del corridoio. Dorme lì, aspetta invano. Ma quest'anno il presepe l'ho fatto pure io. Anzi l'abbiamo fatto noi, io e Maria. Nella cucina di casa sua. Con sua madre sullo sfondo che ci guardava beata sistemare le montagne e il cielo di carta velina. Tutto ha un senso, mi sono detto quando abbiamo finito. Perché il presepe che abbiamo fatto in cucina è uguale a quello che io e mio padre abbiamo fatto in un Natale di una dozzina d'anni fa. Uno dei più belli, che ha deciso di viaggiare incastrato nella mia memoria e nelle mie mani sino a manifestarsi per me e Maria.
Anche il presepe ha scelto noi.
Ero fiero di me. Ma ancora il presepe aspetta d'essere concluso. Com'è giusto che sia. Non lo so, forse è che a sessantatre anni se ne sono andati dalla vita e dal mondo tutti i miei nonni, e 63 anni sono gli anni che mio padre ha nelle sue rughe da apache. Forse pensa che non muore mai chi ha ancora qualcosa da finire. Forse è come succede a me con i miei racconti, sempre perfettibili, future riscritture di pagine già pensate milioni di volte, storie che ci spuntano nel cuore e che devono macerare nell'esperienza quotidiana prima di transustanziarsi.
Ora ha promesso che ne farà un altro per Maria, la donna che amo, per lei e per la sua famiglia. Che ha una parte importante anche in questa digressione natalizia.
E' il secondo anno che i presepi in casa Pintacuda sono solo tre. il mio dorme nella scatola delle mie vecchie Nike, nell'armadio a muro del corridoio. Dorme lì, aspetta invano. Ma quest'anno il presepe l'ho fatto pure io. Anzi l'abbiamo fatto noi, io e Maria. Nella cucina di casa sua. Con sua madre sullo sfondo che ci guardava beata sistemare le montagne e il cielo di carta velina. Tutto ha un senso, mi sono detto quando abbiamo finito. Perché il presepe che abbiamo fatto in cucina è uguale a quello che io e mio padre abbiamo fatto in un Natale di una dozzina d'anni fa. Uno dei più belli, che ha deciso di viaggiare incastrato nella mia memoria e nelle mie mani sino a manifestarsi per me e Maria.
Anche il presepe ha scelto noi.
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