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lunedì 5 marzo 2007

Il mignolo storto del nonno (2004)

mignoloHo iniziato a scrivere per ritrovare mio nonno.

Io non l'ho mai conosciuto, la sua faccia l'ho vista sulla foto che c'è sul pianoforte e sulla lapide al cimitero comunale. Il resto l'ho messo assieme cucendo i pezzi di storie che ogni tanto galleggiano tra le parole che la mamma e le zie si scambiano alla fine del pranzo di Natale. Io sto lì, in un angolo, fumo una sigaretta scroccata a mia zia Franca e ascolto. Lo faccio da quando avevo otto anni. Prima preferivo passare il dopo pranzo attaccato al Nintendo per ammazzare i funghi e le tartarughe di Super Mario.



Ora ho ventidue anni, quattordici pranzi di Natale dopo voglio che mio nonno si incarni in un ricordo che sia solo mio. I miei nonni si sono sposati nel '46, un anno dopo erano già in tre: mia madre ha la mia stessa faccia e i boccoli nella foto che la ritrae insieme ai genitori in una festa del paese degli anni '50. Mio nonno è alto, sovrasta mia madre e ha un bel cappello sui capelli quasi grigi. Navigava ancora: il nonno ha solcato tutti i mari del mondo, si guadagnava lo stipendio e il viaggio riparando il motore e poi felice saliva sul ponte a vedere i tramonti che si incastravano sulla coda dei delfini. Se ne stava lì a fumare soddisfatto con le unghia nere di grasso lubrificante e con in bocca una delle sue sigarette egiziane. Stava lì, a pensare alle sue quattro belle figlie.



Come si sono conosciuti i miei nonni proprio non lo so. Forse a una festa o passeggiando sui marciapiedi del Corso. So solo che la Seconda Guerra Mondiale si è portata via il fratello di mia nonna, disperso in Russia nell’inverno dei suoi 18 anni.



Sì, aveva 18 anni ed era capoclasse al Liceo Classico. Hanno provato a farlo restare, gli avevano detto di tagliarsi un dito… Piangendo è salito sul treno ed è andato a morire con tutte e dieci le dita, con la certezza che nessuno lo avrebbe chiamato mai "disertore". È morto assiderato: la voglia di tornare da sua madre e da sua sorella nella sua bella casa del Corso Umberto I non è bastata a riscaldarlo.

In mezzo alla neve, con i piedi ghiacciati, la retorica del "Dulce et decorum est pro patria mori" non serve a molto.



Ora è su una lapide, sulla facciata del Municipio, insieme agli altri che, dicono, furono "fulmini scagliati contro l’orda nemica". Mio nonno non ci credeva a tutte quelle panzane, ne sono sicuro. Lui non si è tagliato nessun dito ma ha preferito fuggire, si è nascosto in una villa di un'amica di famiglia a Roma. Si è nascosto nel solaio, in una stanzetta celata dietro un armadio. E' rimasto lì con altri due suoi amici e ha aspettato. Forse scriveva i suoi ricordi e le sue lettere d'amore. Di sicuro in quell'attesa perse più di quindici chili. Ritornò dopo la fine della guerra che era ridotto a quattr'ossa infilate in un vestito blu.



Fu allora che decise che non avrebbe patito più la fame. Smise di navigare e aprì un'officina meccanica. Divenne mastro tornitore e venivano sin da Palermo frotte di donne che gli chiedevano di scegliere il loro figlio come apprendista. L'officina andava bene, con i guadagni il nonno decise di comprare una casa nel corso e per far fede alla sua promessa scelse la casa incastrata tra un ristorante e un emporio. Scendeva spesso a comprare dolci e pezzi di rosticceria. Soprattutto quando non gli piaceva aspettare che mia nonna finisse di spettegolare prima di calare la pasta. Con i regali che aveva portato dai suoi viaggi mia zia Franca ha riempito il suo studio di medico.



Ci sono tappeti persiani, cammelli intagliati, vecchie confezioni di sigarette egiziane e poi la cosa che mi ha sempre affascinato: un fez. Dicono che mio nonno lo usasse come cappello da camera. Forse era il suo cappello dei pensieri, l'ho indossato anch'io qualche volta. Abbiamo la stessa circonferenza cranica. Mi piace pensarlo felice, con le ciabatte e il fez, seduto sulla sua poltrona a leggere il "Giornale di Sicilia" o il "Nuovo Paese".



Quando chiedo qualcosa a mia madre, lei mi risponde che mio nonno era una persona eccezionale. Ne parla come se fosse un gigante scivolato fuori dalle pagine di miti dimenticati. E' il suo Ulisse. Lo vedo nei suoi occhi e nel suo naso. Nel suo mignolo un po' storto, nelle sue sopracciglia ancora nere sotto quel ciuffo bianco come un foglio vuoto.



Quel mignolo storto ce l'ho anch'io.

domenica 16 luglio 2006

Nel gracidare dei modem

O d i o questo monitor e di più le vostre facce che lo guardano invece di guardare me.

Rivoglio le rughe sulla fronte, gli schizzi dei th con la lingua accucciata tra gli incisivi per imitare le parole inglesi rivoglio il puzzo di sudore, sentire che sei zuppo solo dopo -un secondo dopo- che ti ho dato una pacca sulla schiena, rivoglio il rumore della barba sgrattata, rivoglio il dubbio che c’ho la patta aperta e pure l’odore del profumo tuo, rivoglio i tuoi occhi e toccare te e non solo sto sorcio attaccato al filo, toccare te e toccarti la curva della pancia e ridere solo con gli occhi, senza mettere due punti, trattini e parentesi.



L’ho capito solo oggi e i futuri contingenti li lascio tutti a te.

Me ne vado nella mia semiosfera, a giocare a scacchi con i segni e con l’Ornitorinco Che Non Sa Di Non Essere Possibile. Guarda: il sole sorge lo stesso, pensa che ci siamo talmente abituati che ci resteremmo male a vedere il cielo tenuto su dai cocuzzoli delle montagne sgranocchiate male senza il suo faccione giallo.



L’ho capito, saluto e ribadisco che non sono io questo qui. Solo un sorriso per la foto saturnista che tanto la macchina fotografica non ce l’ho mai avuta, anzi l’ho avuta e poi l’ho abolita: era poco obiettiva e aveva

solo un piccolo e striminzito punto di vista.

Che tanto tutto si perde nel gracidare del modem che insegue le rotte della filosofia…

domenica 4 giugno 2006

lettera aperta ai catenisti

Stantuffatori di vuoto, ponete fine alla vostra e alla nostra sofferenza!


 Agli albori di internet non c'era niente di più fastidioso delle catenelle di Sant'Antonio, ma almeno lì cancellavi impietoso e buonanotte. Guardate i vostri blog, siete così a corto di idee di riciclare, stiracchiare, riesumare tormentoni vecchi e nuovi? L'ultima tortura che ci propinate è quella che declama i favolosi anni 80.


Ok, l'abbiamo letta tutti, la prima volta poteva pure farci piacere, la seconda un po' meno e la terza ci ha fatto lucidare una qualsiasi arma bianca per tagliare il filo del modem e dire addio a questa grancassa di ripetizioni vane e inutili. Leggete un buon libro, andate a far l'amore, personalizzate i vostri anni '80 ma non copincollate mai e poi mai l'ennesima catena. Siete davvero degli insacca-nebbia?


 

giovedì 29 dicembre 2005

And I choose us...

Questa è la battuta finale di THE FAMILY MAN, il bel film natalizio con Nicholas Cage che altro non è che una rivisitazione del vecchissimo LA VITA E' MERAVIGLIOSA. Le storie di Natale mi sono sempre piaciute, sin dove arriva a scavare la talpa dei ricordi mi vedo bimbo panciuto a far presepi con mio padre, perché mia madre non si è mai accontentata di un solo presepe, no, troppo banale... dato che casa mia si espande su tre piani con cinque stanze per piano, ne facevamo almeno quattro, quello monumentale stava nella fioriera del salotto, uno mignon stava nella cucina (un presepe che mia madre aveva vinto ad una pesca di beneficenza quando  ancora era una picciridda coi boccoli nerissimi), uno nella mia stanza (avevo investito così i soldi che la mia madrina di battesimo m'aveva regalato per la mia prima Comunione) e uno nella stanza dei miei.



Quello monumentale era un'utopia fattasi sughero e colla e carta e tanto, tantissimo nastro da imballaggio, quello marrone che se non tratti bene finisce per appiccicarsi dovunque tranne nelle due metà che dovrebbe sposare, mio padre è stato sempre megalomane, una volta ne abbiamo fatto uno che era una torre di babele di cassette di frutta, quelle di legno in cui si mettono a maturare le arance. pareva quei paesini abbarbicati su un monte, con tutte le case e la vecchina che filava, l'uomo delle castagne, il macellaio, l'addumisciutu e perfino il pastorello col culo all'aria e con un pezzo di cacca che gli usciva dal deretano (quello mia madre lo ammucciava sempre e io dovevo rimetterlo nella zona più illuminata per rendere la scena più reale. Su quel presepe suonava le sue nenie stonate il Signor Di Nardo, un pecoraro che dopo che un trattore se l'era preso di petto aveva fatto voto di suonare a Bagheria sino alla fine dei suoi giorni la sua ciaramella, la sua zampogna. Il signor Di Nardo sapeva di cacio e di vino e la sua ciaramella era una pecora scuoiata che prima di suonare doveva gonfiare per bene e poi partivano le prime stonature, tutte a lode e gloria della Vergine Benedetta.



Quello che preferivo restava quello della cucina, un presepe-carillon piccolo e essenziale. Ma la megalomania paterna non risparmiò neanche il girotondo dei pastori attorno alla grotta dell'Evento. Mio padre gli appiccicò negli spazi vuoti quei pastorelli mignon che servono per rispettare le leggi immutabili della prospettiva. Girò per anni il disco di compensato attorno alla grotta sino a quando l'ennesimo giro di chiavetta gli fu letale.



E poi c'era l'Opera Incompiuta, qua servirebbe una microparentesi sulle Grandi Incompiute di Giovanni Pintacuda ma questa è un'altra storia e magari un giorno ve la racconterò. L'Opera Incompiuta è un presepe di compensato che le cronache dicono iniziò ad essere traforato nel 1972, qualcosa come 33 anni fa, guarda caso l'età del Redentore. Mio padre traforava in attesa dell'arrivo della prole, poi arrivò mia sorella e il presepe sembrava già finito ma il risultato non letificava mio padre che è sempre stato un cagacazzi tale e quale a me.

Mai soddisfatti delle nostre fatiche, io e mio padre potremmo lavorare di lima all'infinito. A me capita soprattutto quando i miei sforzi cozzano col fallimento del dialogo, soprattutto quello con mio padre, com'è giusto che sia nella dialettica intergenerazionale condita dai quarant'anni che ci separano. Lui invece inizia duemila progetti lasciandoli sempre in uno stato di imperitura perfettibilità, non me l'ha mai detto, ma credo che, se fosse possibile, riproverebbe pure a rifarmi ex novo, con più accortezza, scozzando dal mio DNA tutti i tratti che ci rendono quelli che siamo.



Il presepe doveva essere un lavoro di fine, trenta pastorelli e una capanna, niente di che, ma il progetto iniziale prevedeva di traforare il legno ogni oltre umano limite, levare tutto per lasciare praticamente quattro linee stilizzate. Mio padre pensò di usare il pirografo, oggetto che nella mia testa doveva costare come minimo mezzo milione visto che mio padre non l'ha mai voluto acquistare e sopperiva a quella mancanza riscaldando gli spiedini di ferro in cui mia madre infilza i suoi mitici involtini alla siciliana sino a che diventavano roventi, rossi come le fiamme dell'inferno. E poi li passava sul compensato. Poi venne a trovarci un'amica di famiglia, nella fattispecie la Professoressa che mi donò la parola DICOTOMIA. Iniziò a guardare con concupiscenza il presepe che nel novantadue era quasi finito, mio padre non ci pensò due volte, prese il suo ego ipertrofico e la sua sete di elogi e donò alla professoressa il presepe, finendolo in meno di due settimane. A noi disse che l'avrebbe rifatto meglio, con del compensato di faggio.



Ma l'estro artistico di mio padre si manifestò nella forma dei mitici uniposca, i pennarelloni dell'Osama che si dovevano sguazzariare per bene prima di essere utilizzati. Mio padre prese le sagome del presepe e li colorò con pallini verdi e blu, rossi e gialli. Un abominio.

E per di più chiese a me, sangue del suo sangue, cosa ne pensavo. Preferii tacere. Poi gli anni passarono, il presepe s'era arenato di nuovo, come ogni anno. Sino a quando andai a comprare alla Feltrinelli le poesie di Paul Celan per iniziare a scrivere la tesi. Sulla strada c'era una ferramenta, mio padre vide in vetrina il suo oggetto totemico, quel pirografo che avrebbe comprato un giorno se avesse mai azzeccato il terno giusto sulla ruota di Palermo. Lo vidi anch'io, capita sempre così, quando i genitori imbiancano ritornano più bambini di prima, mio padre aveva la stessa faccia che avevo io quando scartai il regalo del mio sesto compleanno, il bellissimo castello di Greyskull, il rifugio della maga che aveva donato a He-Man i poteri.

MI squagliò qualcosa dentro, presi dodici euro e entrai.

Uscii e glielo diedi, lui mi guardò strano, iniziò la sua filippica fatta di "non dovevi disturbarti", "perché non li spendevi per cose più utili..." e altre frasi da genitori.

Ero fiero di me. Ma ancora il presepe aspetta d'essere concluso. Com'è giusto che sia. Non lo so, forse è che a sessantatre anni se ne sono andati dalla vita e dal mondo tutti i miei nonni, e 63 anni sono gli anni che mio padre ha nelle sue rughe da apache. Forse pensa che non muore mai chi ha ancora qualcosa da finire. Forse è come succede a me con i miei racconti, sempre perfettibili, future riscritture di pagine già pensate milioni di volte, storie che ci spuntano nel cuore e che devono macerare nell'esperienza quotidiana prima di transustanziarsi.
Ora ha promesso che ne farà un altro per Maria, la donna che amo, per lei e per la sua famiglia. Che ha una parte importante anche in questa digressione natalizia.

E' il secondo anno che i presepi in casa Pintacuda sono solo tre. il mio dorme nella scatola delle mie vecchie Nike, nell'armadio a muro del corridoio. Dorme lì, aspetta invano. Ma quest'anno il presepe l'ho fatto pure io. Anzi l'abbiamo fatto noi, io e Maria. Nella cucina di casa sua. Con sua madre sullo sfondo che ci guardava beata sistemare le montagne e il cielo di carta velina. Tutto ha un senso, mi sono detto quando abbiamo finito. Perché il presepe che abbiamo fatto in cucina è uguale a quello che io e mio padre abbiamo fatto in un Natale di una dozzina d'anni fa. Uno dei più belli, che ha deciso di viaggiare incastrato nella mia memoria e nelle mie mani sino a manifestarsi per me e Maria.

Anche il presepe ha scelto noi.