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lunedì 7 aprile 2008

L'inquietudine di Proust

proust nel letto di morte

«La speranza di sopravvivere e di rivivere nella sua opera, che percorsa dall’inquietudine perseguitò senza tregua Marcel Proust, eccola pronta a ricevere la più smagliante delle conferme. Ogni giorno gli regala nuovi lettori, o per meglio dire, nuovi amici.



Ogni giorno Proust viene “scoperto” da qualcuno, ogni giorno qualcuno entra nel suo libro con lunga meraviglia. E così a poco a poco si organizza e si sviluppa la sua resurrezione.



Egli non morirà mai più per tutti gli spiriti che andrà seducendo, egli troverà un eterno accrescimento di esistenza, la più vera immortalità»

Jacques Rivière

fonte: proust.it

giovedì 29 novembre 2007

Non lasciamoci turbare dal futuro



porte di MARCO MARINCOLA


6 ...quanti, già celebratissimi, sono ormai consegnati all'oblio; e quanti, che li avevano celebrati, da tempo sono scomparsi.



7 Non vergognarti di ricevere aiuto: il compito che ti attende, infatti, è di fare il tuo dovere come un soldato che combatte sulle mura. E allora? E se tu, azzoppato, non fossi in grado di salire da solo sugli spalti, e ci riuscissi invece con l'aiuto di un altro?



8 Non lasciarti turbare dal futuro: ci arriverai, se dovrai arrivarci, con la stessa ragione che ora usi per il presente.



Marco Aurelio, Pensieri, libro VII

lunedì 26 novembre 2007

Siamo nati per la collaborazione


Al mattino comincia col dire a te stesso: incontrerò un indiscreto, un ingrato, un prepotente, un impostore, un invidioso, un individualista. Il loro comportamento deriva ogni volta dall'ignoranza di ciò che è bene e ciò che è male. Quanto a me, poiché riflettendo sulla natura del bene e del male ho concluso che si tratta rispettivamente di ciò che è bello o brutto in senso morale, e, riflettendo sulla natura di chi sbaglia, ho concluso che si tratta di un mio parente, non perché derivi dallo stesso sangue o dallo stesso seme, ma in quanto compartecipe dell'intelletto e di una particella divina, ebbene, io non posso ricevere danno da nessuno di essi, perché nessuno potrà coinvolgermi in turpitudini, e nemmeno posso adirarmi con un parente né odiarlo. Infatti siamo nati per la collaborazione, come i piedi, le mani, le palpebre, i denti superiori e inferiori. Pertanto agire l'uno contro l'altro è contro natura: e adirarsi e respingere sdegnosamente qualcuno è agire contro di lui




Marco Aurelio, Pensieri, Libro II, 1




foto di Marco Marincola - ALGHE





NEW! stiamo lavorando alla nuova costola di BombaSicilia: Titivillus


lunedì 27 novembre 2006

Artisti all'assalto!

«Le arti esistono, per dirla secondo il nostro stile primordiale, in quanto rappresentano la gloria di Dio, o, per tradurre lo stesso concetto in termini psicologicamente comprensibili, per svegliare e mantenere vivo nell’uomo il sentimento della meraviglia.



Il successo dell’opera d’arte consiste nel dire, di qualsiasi soggetto (albero, nuvola o carattere umano che sia): “L’ho visto migliaia di volte ma non l’ho mai visto sotto questa luce fino ad ora”.



Ora, per far questo, una certa variazione di stile è naturale e persino necessaria. Gli artisti variano a seconda di come compiono il loro assalto, in quanto è di loro competenza compiere un attacco a sorpresa.



Devono donare una nuova luce alle cose, e non c’è da stupirsi se talvolta si tratta di un raggio ultravioletto impercettibile o una luce che ricorda l’ombra nera della pazzia o della morte».



da un articolo di G. K. Chesterton

(su segnalazione di Andrea Monda)




Gilbert Keith Chesterton



Nasce a Londra 29 maggio 1874. Benché si definisse modestamente un giornalista, egli fu un grande e versatile scrittore (saggista e romanziere brillante, con eccellenti doti di polemista, ironico ma senza acredine, di una ironia sanamente umoristica).



Notevole fu la sua capacità di trattnere rapporti amichevoli con gente, come George Bernard Shaw e H. G. Wells, con cui pure era in forte dissidio.



Affermava con forza ciò in cui credeva. Ad esempio fu uno dei pochi intellettuali ad avere il coraggio opporsi pubblicamente alla guerra boera.



Notevole anche la sua capacità di biografo, con saggi importanti tra l'altro su Charles Dickens e S. Francesco. La sua opera forse più famosa è legata al nome di "Padre Brown": un genere giallo, con storie scritte tra il 1911 e il 1936, in cui Ch. seppe racchiudere sempre un senso di utile saggezza.



Chesterton morì il 14 giugno 1936 a Beaconsfield, nel Buckinghamshire. La sua opera comprende 69 libri, pubblicati durante la sua vita, più una decina postumi.



Se Chesterton ha un merito notevole nell'ambito della letteratura cattolica, è quello di essere riuscito a dare della Weltanschaung cristiana un'immagine ilare, ironica, per quanto non perciò meno seria. Diciamo ciò non certo per deprezzare altri scrittori cattolici, come un Bloy o un Bernanos, nel mondo dei cui romanzi aleggia una tensione più implacabile, che sembra non potersi mai sciogliere in un sorriso: anche hanno una loro insostituibile funzione. Semplicemente, dentro la grande sinfonia della Provvidenza a Chesterton è toccato suonare uno spartito di altro genere.

domenica 26 novembre 2006

Artisti all'assalto!

«Le arti esistono, per dirla secondo il nostro stile primordiale, in quanto rappresentano la gloria di Dio, o, per tradurre lo stesso concetto in termini psicologicamente comprensibili, per svegliare e mantenere vivo nell’uomo il sentimento della meraviglia.



Il successo dell’opera d’arte consiste nel dire, di qualsiasi soggetto (albero, nuvola o carattere umano che sia): “L’ho visto migliaia di volte ma non l’ho mai visto sotto questa luce fino ad ora”.



Ora, per far questo, una certa variazione di stile è naturale e persino necessaria. Gli artisti variano a seconda di come compiono il loro assalto, in quanto è di loro competenza compiere un attacco a sorpresa.



Devono donare una nuova luce alle cose, e non c’è da stupirsi se talvolta si tratta di un raggio ultravioletto impercettibile o una luce che ricorda l’ombra nera della pazzia o della morte».



da un articolo di G. K. Chesterton

(su segnalazione di Andrea Monda)




Gilbert Keith Chesterton



Nasce a Londra 29 maggio 1874. Benché si definisse modestamente un giornalista, egli fu un grande e versatile scrittore (saggista e romanziere brillante, con eccellenti doti di polemista, ironico ma senza acredine, di una ironia sanamente umoristica).



Notevole fu la sua capacità di trattnere rapporti amichevoli con gente, come George Bernard Shaw e H. G. Wells, con cui pure era in forte dissidio.



Affermava con forza ciò in cui credeva. Ad esempio fu uno dei pochi intellettuali ad avere il coraggio opporsi pubblicamente alla guerra boera.



Notevole anche la sua capacità di biografo, con saggi importanti tra l'altro su Charles Dickens e S. Francesco. La sua opera forse più famosa è legata al nome di "Padre Brown": un genere giallo, con storie scritte tra il 1911 e il 1936, in cui Ch. seppe racchiudere sempre un senso di utile saggezza.



Chesterton morì il 14 giugno 1936 a Beaconsfield, nel Buckinghamshire. La sua opera comprende 69 libri, pubblicati durante la sua vita, più una decina postumi.



Se Chesterton ha un merito notevole nell'ambito della letteratura cattolica, è quello di essere riuscito a dare della Weltanschaung cristiana un'immagine ilare, ironica, per quanto non perciò meno seria. Diciamo ciò non certo per deprezzare altri scrittori cattolici, come un Bloy o un Bernanos, nel mondo dei cui romanzi aleggia una tensione più implacabile, che sembra non potersi mai sciogliere in un sorriso: anche hanno una loro insostituibile funzione. Semplicemente, dentro la grande sinfonia della Provvidenza a Chesterton è toccato suonare uno spartito di altro genere.

lunedì 17 luglio 2006

Speranza nel passato. Su Walter Benjamin

di Peter Szondi





Il libro di Walter Benjamin dedicato alla memoria, Infanzia berlinese intorno al 1900, si apre con le seguenti parole: “Non sapersi orientare in una città non vuol dire molto. Ma smarrirsi in una città come ci si smarrisce in una foresta è una cosa tutta da imparare. I nomi delle strade devono suonare, allora, all’orecchio dell’errabondo come lo scricchiolio dei rami secchi, e le viuzze interne gli devono scandire senza incertezze, come le gole montane, le ore del giorno.

Tardi ho appreso quest’arte; essa ha coronato il sogno, i primi segni del quale furono i labirinti che arabescavano le carte assorbenti dei miei quaderni. No, non i primi, poiché li precedette quell’altro, che ad essi è sopravvissuto. La strada per questo labirinto, cui non è mancata la sua Arianna, passava sul ponte Blender, il cui dolce arco fu per me la prima curva di collina.

Non lontano di lì era la meta: Friedrich Wilhelm e la regina Luise. Sui loro tondi piedistalli si levavano dalle aiuole come se le magiche curve tracciate intorno a loro nella sabbia da un corso d’acqua li avessero imprigionati.

Più ancora che i regnanti mi attiravano i piedistalli, perché le scene che vi si trovavano rappresentate, anche se il contesto non era chiaro, erano più facilmente accessibili. Che in questo vagabondare fosse celato qualcosa, lo avvertii sin dal primo momento nell’ampio, banale spiazzo, che per nulla lasciava presagire come lì, solo a pochi passi dal corso delle vetture e delle carrozze, dormisse la parte più particolare del parco. Già molto presto me ne fu dato un segno.

Appunto lì, o non lontano, deve aver avuto la sua dimora quell’Arianna alla cui presenza per la prima volta, e per non dimenticarlo mai più, avvertii ciò di cui solo più tardi imparai il nome: amore” 1.




L’Infanzia berlinese è nata negli anni dopo il 1930. Benjamin ne fece pubblicare alcune parti su giornali; l’opera apparve nella sua interezza solo nel 1950, dieci anni dopo la morte di Benjamin. Questo libro, una delle più belle composizioni in prosa del nostro tempo, è rimasto a lungo quasi sconosciuto.





1 W. Benjamin, Berliner Kindheit um Neunzehnhundert, Francoforte 1950, p. 9 sg., tr. it. di Marisa Bertolini

Peruzzi, Infanzia berlinese, Torino 1981, p. 9 (le traduzioni riportate sono a volte leggermente modificate

rispetto a quelle citate).



Aut Aut, n. 189-190 [maggio-agosto 1982]

Il testo completo è disponibile in formato pdf nel sito del Centro studi Walter Benjamin



[Diavolo di un Genna! Uno pensa di aver scovato una perla rara per poi scoprire che il testo è stato pure pubblicato su I Miserabili]

Angelus Novus




C’è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate.

L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un’unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e riconnettere i frantumi.

Ma dal paradiso soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l’angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui. Ciò che noi chiamiamo il progresso, è questa bufera.




W. Benjamin, Tesi sul concetto di storia, Einaudi, Torino 1997, pp. 35-7



Speranza nel passato. Su Walter Benjamin

di Peter Szondi





Il libro di Walter Benjamin dedicato alla memoria, Infanzia berlinese intorno al 1900, si apre con le seguenti parole: “Non sapersi orientare in una città non vuol dire molto. Ma smarrirsi in una città come ci si smarrisce in una foresta è una cosa tutta da imparare. I nomi delle strade devono suonare, allora, all’orecchio dell’errabondo come lo scricchiolio dei rami secchi, e le viuzze interne gli devono scandire senza incertezze, come le gole montane, le ore del giorno.

Tardi ho appreso quest’arte; essa ha coronato il sogno, i primi segni del quale furono i labirinti che arabescavano le carte assorbenti dei miei quaderni. No, non i primi, poiché li precedette quell’altro, che ad essi è sopravvissuto. La strada per questo labirinto, cui non è mancata la sua Arianna, passava sul ponte Blender, il cui dolce arco fu per me la prima curva di collina.

Non lontano di lì era la meta: Friedrich Wilhelm e la regina Luise. Sui loro tondi piedistalli si levavano dalle aiuole come se le magiche curve tracciate intorno a loro nella sabbia da un corso d’acqua li avessero imprigionati.

Più ancora che i regnanti mi attiravano i piedistalli, perché le scene che vi si trovavano rappresentate, anche se il contesto non era chiaro, erano più facilmente accessibili. Che in questo vagabondare fosse celato qualcosa, lo avvertii sin dal primo momento nell’ampio, banale spiazzo, che per nulla lasciava presagire come lì, solo a pochi passi dal corso delle vetture e delle carrozze, dormisse la parte più particolare del parco. Già molto presto me ne fu dato un segno.

Appunto lì, o non lontano, deve aver avuto la sua dimora quell’Arianna alla cui presenza per la prima volta, e per non dimenticarlo mai più, avvertii ciò di cui solo più tardi imparai il nome: amore” 1.




L’Infanzia berlinese è nata negli anni dopo il 1930. Benjamin ne fece pubblicare alcune parti su giornali; l’opera apparve nella sua interezza solo nel 1950, dieci anni dopo la morte di Benjamin. Questo libro, una delle più belle composizioni in prosa del nostro tempo, è rimasto a lungo quasi sconosciuto.





1 W. Benjamin, Berliner Kindheit um Neunzehnhundert, Francoforte 1950, p. 9 sg., tr. it. di Marisa Bertolini

Peruzzi, Infanzia berlinese, Torino 1981, p. 9 (le traduzioni riportate sono a volte leggermente modificate

rispetto a quelle citate).



Aut Aut, n. 189-190 [maggio-agosto 1982]

Il testo completo è disponibile in formato pdf nel sito del Centro studi Walter Benjamin



[Diavolo di un Genna! Uno pensa di aver scovato una perla rara per poi scoprire che il testo è stato pure pubblicato su I Miserabili]

Angelus Novus




C’è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate.

L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un’unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e riconnettere i frantumi.

Ma dal paradiso soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l’angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui. Ciò che noi chiamiamo il progresso, è questa bufera.




W. Benjamin, Tesi sul concetto di storia, Einaudi, Torino 1997, pp. 35-7



lunedì 5 giugno 2006

Nonostante tutto




And did you get what
you wanted from this life, even so?
I did.
And what did you want?
To call myself beloved, to feel myself
beloved on the earth.

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.




Nonostante tutto




And did you get what
you wanted from this life, even so?
I did.
And what did you want?
To call myself beloved, to feel myself
beloved on the earth.

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.




venerdì 27 gennaio 2006

il mito delle cicale

Si dice che le cicale un tempo fossero uomini, di quelli che vissero prima che nascessero le Muse. Ma una volta che nacquero le Muse e comparve il canto, alcuni degli uomini di quel tempo furono colpiti dal piacere a tal punto che, continuando a cantare, trascuravano cibi e bevande, e morivano senza nemmeno accorgersene.

Da loro nacque, in seguito a questo, la stirpe delle cicale, che dalle Muse ricevette il dono di non aver bisogno di cibo fin dalla nascita, ma di cominciare subito a cantare senza cibo e senza bevanda, e così fino alla morte e, dopo, di andare al cospetto delle Muse ad annunciare chi degli uomini di quaggiù le onori e quale di loro onori.

A Tersicone portano notizia di quelli che le hanno reso onore nei cori, e così li rendono a lei più cari; a Erato quelli che le hanno reso onore nei carmi amorosi; e così alle altre, secondo la forma di onore che é propria di ciascuna. Alla più anziana, Calliope, e a quella che viene dopo di lei, Urania, portano notizia di quelli che trascorrono la vita nella filosofia e rendono onore alla musica che é loro propria. Sono queste che, più di tutte le Muse, avendo cura del cielo e dei discorsi divini e umani, mandano un bellissimo suono di voce.
Dunque, per molte ragioni, nel mezzogiorno, bisogna parlare e non dormire.


Platone, Fedro

il mito delle cicale

Si dice che le cicale un tempo fossero uomini, di quelli che vissero prima che nascessero le Muse. Ma una volta che nacquero le Muse e comparve il canto, alcuni degli uomini di quel tempo furono colpiti dal piacere a tal punto che, continuando a cantare, trascuravano cibi e bevande, e morivano senza nemmeno accorgersene.

Da loro nacque, in seguito a questo, la stirpe delle cicale, che dalle Muse ricevette il dono di non aver bisogno di cibo fin dalla nascita, ma di cominciare subito a cantare senza cibo e senza bevanda, e così fino alla morte e, dopo, di andare al cospetto delle Muse ad annunciare chi degli uomini di quaggiù le onori e quale di loro onori.

A Tersicone portano notizia di quelli che le hanno reso onore nei cori, e così li rendono a lei più cari; a Erato quelli che le hanno reso onore nei carmi amorosi; e così alle altre, secondo la forma di onore che é propria di ciascuna. Alla più anziana, Calliope, e a quella che viene dopo di lei, Urania, portano notizia di quelli che trascorrono la vita nella filosofia e rendono onore alla musica che é loro propria. Sono queste che, più di tutte le Muse, avendo cura del cielo e dei discorsi divini e umani, mandano un bellissimo suono di voce.
Dunque, per molte ragioni, nel mezzogiorno, bisogna parlare e non dormire.


Platone, Fedro

sabato 7 gennaio 2006

Libri casa e libri soglia

Quanti libri non sono che prefazioni dalla prima all'ultima pagina? Quanti che abbiamo pur letto come se fossero opere, e in cui, come se fossero dimore abbiamo lasciato abitare a lungo la nostra mente, non sono invece altro che una soglia? Ora me ne accorgo. E non me ne rammarico, accorgendomene, di essere caduto in una specie di inganno. Non intendo dire che siano libri ingannevoli. Piuttosto mi rallegro di avere, da essi, una prova che il nostro spirito è meno pesante di quello  che pensiamo: capace non di pretendere, per suo luogo di soggiorno, una casa vera  e propria, e di posare il suo capo, come un vagabondo, contro uno stipite, contro uno scalino.



Elio Vittorini, Prefazione al Garofano rosso, Mondadori, Milano 1948

Libri casa e libri soglia

Quanti libri non sono che prefazioni dalla prima all'ultima pagina? Quanti che abbiamo pur letto come se fossero opere, e in cui, come se fossero dimore abbiamo lasciato abitare a lungo la nostra mente, non sono invece altro che una soglia? Ora me ne accorgo. E non me ne rammarico, accorgendomene, di essere caduto in una specie di inganno. Non intendo dire che siano libri ingannevoli. Piuttosto mi rallegro di avere, da essi, una prova che il nostro spirito è meno pesante di quello  che pensiamo: capace non di pretendere, per suo luogo di soggiorno, una casa vera  e propria, e di posare il suo capo, come un vagabondo, contro uno stipite, contro uno scalino.



Elio Vittorini, Prefazione al Garofano rosso, Mondadori, Milano 1948

mercoledì 9 novembre 2005

letture e scritture

Io ripeto sempre che scrivere è un atto nobile nel migliore dei casi, ingenuo nel peggiore. Tranne poche eccezioni di grafomani arroganti inediti che imitano grafomani arroganti già editi, scrivere non peggiora il mondo. I libri sono firmati parola per parola. I loro pregi e tradimenti sono visibili, la loro libertà o corruzione e inutilità apparirà chiaramente, sulla pagina sterminata dei secoli. Alcuni dureranno, altri scompariranno. Ogni segno su di loro è nobile ruga di tormentata e ripetuta lettura, logorio del breve vento da una pagina all'altra, sbiadire di copertine tra amori e rifiuti, sottolineature, polvere di abbandono. Mentre inalterabili, mai scelti né respinti, mai veramente nostri, i dominanti schermi ci circondano di felicità non abitata, colpiscono ipocritamente, con falsa neutralità e velenosa indifferenza, creano parodie di sentimenti che evaporano nello spazio di una sigla. Hanno soldi, potenza, ma meno idee di una singola pagina. Scrivere nasce dal leggere e al leggere è grato. Scrivere è una delle poche cose rimaste uniche e nostre, dalla firma al romanzo, dal primo tema al testamento.

Stefano Benni




Il diritto di non leggere
Il diritto di saltare le pagine
Il diritto di non finire un libro
Il diritto di rileggere
Il diritto di leggere qualsiasi cosa
Il diritto al bovarismo
Il diritto di leggere ovunque
Il diritto di spizzicare
Il diritto di leggere ad alta voce
Il diritto di tacere

Daniel Pennac

letture e scritture

Io ripeto sempre che scrivere è un atto nobile nel migliore dei casi, ingenuo nel peggiore. Tranne poche eccezioni di grafomani arroganti inediti che imitano grafomani arroganti già editi, scrivere non peggiora il mondo. I libri sono firmati parola per parola. I loro pregi e tradimenti sono visibili, la loro libertà o corruzione e inutilità apparirà chiaramente, sulla pagina sterminata dei secoli. Alcuni dureranno, altri scompariranno. Ogni segno su di loro è nobile ruga di tormentata e ripetuta lettura, logorio del breve vento da una pagina all'altra, sbiadire di copertine tra amori e rifiuti, sottolineature, polvere di abbandono. Mentre inalterabili, mai scelti né respinti, mai veramente nostri, i dominanti schermi ci circondano di felicità non abitata, colpiscono ipocritamente, con falsa neutralità e velenosa indifferenza, creano parodie di sentimenti che evaporano nello spazio di una sigla. Hanno soldi, potenza, ma meno idee di una singola pagina. Scrivere nasce dal leggere e al leggere è grato. Scrivere è una delle poche cose rimaste uniche e nostre, dalla firma al romanzo, dal primo tema al testamento.

Stefano Benni




Il diritto di non leggere
Il diritto di saltare le pagine
Il diritto di non finire un libro
Il diritto di rileggere
Il diritto di leggere qualsiasi cosa
Il diritto al bovarismo
Il diritto di leggere ovunque
Il diritto di spizzicare
Il diritto di leggere ad alta voce
Il diritto di tacere

Daniel Pennac

mercoledì 2 novembre 2005

giovani dopo la tempesta

«C'è oggi nel mondo, non solo in Italia, una disperazione di vivere che sembra togliere, proprio ai più giovani, ogni possibilità, anche semplicemente storica, di lottare. Durante il fascismo c'era almeno risentimento, negli scrittori che la mostravano. Oggi ci sono occhi che nemmeno guardano, tanto li offusca stanchezza o pianto. Ma sono occhi, sono uomini. Sono una realtà con la quale dobbiamo pur fare i conti.»



(Elio Vittorini - Il Politecnico, n. 29 - maggio 1946)

giovani dopo la tempesta

«C'è oggi nel mondo, non solo in Italia, una disperazione di vivere che sembra togliere, proprio ai più giovani, ogni possibilità, anche semplicemente storica, di lottare. Durante il fascismo c'era almeno risentimento, negli scrittori che la mostravano. Oggi ci sono occhi che nemmeno guardano, tanto li offusca stanchezza o pianto. Ma sono occhi, sono uomini. Sono una realtà con la quale dobbiamo pur fare i conti.»



(Elio Vittorini - Il Politecnico, n. 29 - maggio 1946)

sabato 29 ottobre 2005

Socrate e Benigni



XXXIII - L'UOMO GIUSTO NON HA NULLA DA TEMERE DALLA MORTE

E dovete sperare bene anche voi, o giudici, dinanzi alla morte e credere fermamente che a colui che è buono non può accadere nulla di male, né da vivo né da morto, e che gli Dei si prenderanno cura della sua sorte. Quel che a me è avvenuto ora non è stato così per caso, poiché vedo che il morire e l'essere liberato dalle angustie del mondo era per me il meglio. Per questo non mi ha contrariato l'avvertimento divino ed io non sono affatto in collera con quelli che mi hanno votato contro e con i miei accusatori, sebbene costoro non mi avessero votato contro con questa intenzione, ma credendo invece di farmi del male. E in questo essi sono da biasimare. Tuttavia io li prego ancora di questo: quando i miei figlioli saranno grandi, castigateli, o Ateniesi, tormentateli come io ho tormentato voi se vi sembrano di avere più cura del denaro o d'altro piuttosto che della virtù; e se mostrano di essere qualche cosa senza valere nulla, svergognateli come ho fatto io con voi per ciò che non curano quello che conviene curare e credono di valere quando non valgono nulla. Se farete ciò, avremo avuto da voi ciò che era giusto avere, io e i miei figli. Ma vedo che è tempo ormai di andar via, io a morire, voi a vivere. Chi di noi avrà sorte migliore, occulto è a ognuno, tranne che a Dio.

Platone, Apologia di Socrate