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lunedì 7 aprile 2008

Tanto per digitare

Sono appena tornato da Reggio, dallo splendido Quinto Convegno Nazionale sulla Letteratura organizzato dalle Pietre di Scarto e dalla Federazione BombaCarta.



Il tema di quest'anno era La poesia. Vivere nella possibilità.



Qui potete leggere l'intervento introduttivo di Antonio Spadaro, dal titolo fortemente evocativo: La parola poetica: farfalla infilzata o conchiglia marina?



... Karl Rahner pone una differenza fondamentale tra parole che sono come «farfalle morte, infilzate nelle vetrine dei vocabolari», e parole viventi, che esistono da sempre e che, «quasi per miracolo, rinascono continuamente».



Queste ultime, anche attraverso l’indicazione di una cosa sola, «lasciano trasparire la infinita gamma della realtà, simili a conchiglie dentro le quali risuona il vasto mare dell’infinità. Sono esse che ci illuminano e non noi a illuminarle. Esse esercitano un potere su di noi, perché - scrive Rahner - sono doni di Dio e non invenzioni umane, anche se è grazie alla tradizione degli uomini, che sono potute giungere sino a noi». La conchiglia (Muschel) è l’efficace simbolo per dire l’infinità presente nella finitudine della parola.



Le parole che sono «farfalle morte» sono senza mistero, superficiali, sufficienti per la mente, utilitarie (Nutzworte). Le parole-conchiglia sono oscure, perché «evocano il mistero luminosissimo delle cose». Sono queste le parole della poesia, le parole, «primigenie» o, meglio ancora, «originarie», dell’origine, (Urworte). In questa parola l’uomo accosta «l’orecchio alla conchiglia del mondo». Il mondo, a sua volta, è conchiglia ha scritto il poeta bresciano Giovanni Cristini (1925-1995): L’universo non è / che un geroglifico immenso, un grumo / di segni, una conchiglia, un nido / indecifrabile agli occhi / della mente e del cuore.

mercoledì 21 febbraio 2007

«Dimmi donna» di Tomas Segovia



 traduzione di Antonio Porta









Dimmi donna dove nascondi il tuo mistero

donna acqua pesante volume trasparente

più segreta quanto più ti spogli

quale è la forza del tuo splendore inerme

la tua abbagliante armatura di bellezza

dimmi non posso più con tante armi

donna seduta sdraiata abbandonata

insegnami il riposo il sonno e l'oblio

insegnami la lentezza del tempo

donna tu che convivi con la tua carne ignominiosa

come accanto ad un animale buono e calmo

donna nuda di fronte all'uomo armato

togli dalla mia testa questo casco d'ira

calmami guariscimi stendimi sulla fresca terra

toglimi questi vestiti di febbre che mi asfissiano

sommergimi indeboliscimi avvelena il mio pigro sangue

donna roccia della tribù sbandata

discingimi queste maglie e cinture di rigidezza e paura

con cui mi atterrisco e ti atterrisco e ci separo

donna oscura e umida pantano edenico

voglio la tua larga fragrante robusta sapienza,

voglio tornare alla terra e ai suoi succhi nutritivi

che corrono sul tuo ventre e i tuoi seni e irrigano la tua carne

voglio recuperare il peso e la completezza

voglio che tu m'inumidisca, m'ammolli, m'effemini

per capire la femminilità, la morbidezza umida del mondo

voglio appoggiata la fronte nel tuo grembo materno

tradire il ferreo esercito degli uomini

donna complice unica terribile sorella

dammi la mano torniamo ad inventare il mondo noi due soli



voglio non distaccare mai gli occhi da te

donna statua fatta di frutta colomba cresciuta

lasciami sempre vedere la tua misteriosa presenza

il tuo sguardo di ala e seta e lago nero

il tuo corpo tenebroso e raggiante plasmato di slancio senza incertezze

il tuo corpo infinitamente più tuo che per me quello mio

e che dai di slancio senza incertezze senza tenerti niente

il tuo corpo pieno e uno illuminato tutto di generosità

donna mendicante prodiga porto del pazzo Ulisse

non permettere che io dimentichi mai la tua voce di uccello memorioso

la parola calamitata che nel tuo intimo pronunci sempre nuda

la parola sempre giusta di folgorante ignoranza

la selvaggia purezza del tuo amore insensato

delirante senza freno abbrutito inviziato

il gemito nettissimo della tenerezza

lo sguardo pensieroso della prostituzione

la cruda chiara verità

dell'amore che assorbe e divora e si alimenta

l'invisibile zampata della divinazione

l'accettazione la comprensione la sapienza senza strade

la spugnosa maternità terreno di radici

donna casa del doloroso vagabondo

dammi da mordere la frutta della vita

la stabile frutta di luce del tuo corpo abitato

lasciami reclinare la mia fronte funesta

sul tuo grave grembo di paradiso boscoso

spogliami acquietami guariscimi di questa colpa acre

di non essere sempre armato ma soltanto io stesso.