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giovedì 27 luglio 2006

La favola dei tre anelli







Ieri andavo da lei e in macchina come quasi sempre ascoltavo Radio 3, trasmettevano L'oro del reno. Prima di collegarsi in diretta con la Bayreuth Festival Orchestra in studio discutevano sul significato dell'anello come simbolo, con tutte le metafore possibili sulla ciclicità dell'esistenza e ascendenze più o meno lontane.

Il discorso è poi caduto su Nathan il saggio di Lessing e soprattutto sulla favola dei tre anelli che rapprensenta la migliore cosa mai scritta sul dialogo tra le tre grandi religioni monoteiste:



NATHAN

Molti anni or sono un uomo in Oriente

Possedeva un anello inestimabile, un caro dono.

La sua pietra, un opale dai cento bei riflessi colorati, ha un potere segreto:

rende grato a Dio e agli uomini chiunque la porti con fiducia.

Può stupire se non lo toglieva mai dal dito,

e se dispose in modo che restasse per sempre in casa sua?

Egli lasciò l'anello al suo figlio più amato;

e lasciò scritto che a sua volta quel figlio lo lasciasse al suo figlio più amato;

e che ogni volta il più amato dei figli diventasse,

senza tenere conto della nascita ma soltanto per forza dell'anello,

il capo e il signore del casato.

Tu mi segui, sultano?



SALADINO

Ti seguo. Vai avanti.



NATHAN

E l'anello così, di figlio in figlio,

giunse alla fine a un padre di tre figli.

Tutti e tre gli ubbidivano ugualmente

Ed egli, non poteva farne a meno,

li amava tutti nello stesso modo.

Solo di tanto in tanto l'uno o l'altro

Gli sembrava il più degno dell'anello

Quando era con lui solo, e nessun altro

Divideva l'affetto del suo cuore.

Così, con affettuosa debolezza

Egli promise l'anello a tutti e tre.

Andò avanti così finché poté.

Ma, vicino alla morte, quel buon padre

Si trova in imbarazzo. Offendere così

due figli, fiduciosi nella sua parola,

lo rattrista. - Che cosa deve fare? -

Egli chiama in segreto un gioielliere,

e gli ordina due anelli in tutto uguali al suo;

e con lui si raccomanda che non risparmi né soldi né fatica

perché siano perfettamente uguali.

L'artista ci riesce.

Quando glieli porta, nemmeno il padre è in grado di distinguere l'anello vero.

Felice, chiama i figli uno per uno,

impartisce a tutti e tre la sua benedizione,

a tutti e tre dona l'anello e muore.

Tu mi ascolti, sultano?



SALADINO

(il quale, colpito, aveva girato il viso)

Ascolto, ascolto.

Ma finisci presto La tua favola.



Ci sei?



NATHAN

Ho già finito.

Quel che segue si capisce da sé.

Morto il padre, ogni figlio si fa avanti

Con il suo anello, ogni figlio vuol essere Il signore del casato.

Si litiga, si indaga, si accusa. Invano.

Impossibile provare quale sia l'anello vero

(dopo una pausa, durante la quale egli attende la risposta del sultano)

quasi come per noi provare quale sia la vera fede.



SALADINO

Come?

Questa è la tua risposta alla mia domanda?…



NATHAN

Valga Soltanto a scusarmi,

se non oso

Cercare di distinguere gli anelli

Che il padre fece fare appunto al fine

Che fosse impossibile distinguerli.



SALADINO

Gli anelli! - Non burlarti di me!

Le religioni che ti ho nominato

Si possono distinguere persino

Nelle vesti, nei cibi, nelle bevande!



NATHAN

E tuttavia non nei fondamenti.

Non si fondano tutte sulla storia,

scritta o tramandata?

E la storia solo per fede e per fedeltà dev'essere accettata,

non è vero?

E di quale fede e fedeltà dubiteremo

Meno che di ogni altra?

Quella dei nostri avi, sangue del nostro sangue,

quella di coloro che dall'infanzia ci diedero prova del loro amore,

e che mai ci ingannarono, se l'inganno per noi non era salutare?

Posso io credere ai miei padri

Meno che tu ai tuoi?

O viceversa?

Posso forse pretendere che tu,

per non contraddire i miei padri,

accusi i tuoi di menzogna?

O viceversa?

E la stessa cosa vale per i cristiani, non è vero?



SALADINO

(Per il Dio vivente! Hai ragione. Io devo ammutolire).



NATHAN

Ma torniamo

Ai nostri anelli.

Come dicevo, i figli

Si accusarono in giudizio.

E ciascuno giurò al giudice di avere ricevuto

l'anello dalla mano del padre (ed era vero),

e molto tempo prima la promessa

dei privilegi concessi dall'anello

(ed era vero anche questo).

Il padre, ognuno se ne diceva certo,

non poteva averlo ingannato;

prima di sospettare questo,

diceva, di un padre tanto buono,

non poteva che accusare dell'inganno i suoi fratelli,

di cui pure era sempre stato pronto a pensare tutto il bene;

e si diceva sicuro di scoprire i traditori e pronto a vendicarsi.



SALADINO

E il giudice?

Sono ansioso di ascoltare

Che cosa farai dire al giudice.

Parla!



NATHAN

Il giudice disse: Portate subito

Qui vostro padre, o vi scaccerò

Dal mio cospetto.

Pensate che stia qui

A risolvere enigmi?

O volete restare

Finché l'anello vero parlerà?

Ma… aspettate!

Voi dite che l'anello vero

Ha il magico potere di rendere amati,

grati a Dio e agli uomini.

Sia questo a decidere!

Gli anelli falsi non potranno.

Su, ditemi: chi di voi è il più amato

Dagli altri due?

Avanti!

Voi tacete?

L'effetto degli anelli è solo riflessivo,

non transitivo?

Ciascuno di voi ama solo se stesso?

Allora tutti e tre siete truffatori truffati!

I vostri anelli sono falsi tutti e tre.

Probabilmente l'anello vero si perse,

e vostro padre ne fece fare tre per celarne la perdita e per sostituirlo.



SALADINO

Magnifico! Magnifico!



NATHAN

Se non volete, proseguì il giudice,

il mio consiglio e non una sentenza,

andatevene!

Ma il mio consiglio è questo:

accettate le cose come stanno.

Ognuno ebbe l'anello da suo padre:

ognuno sia sicuro che esso è autentico.

Vostro padre, forse, non era più disposto

A tollerare ancora in casa sua

La tirannia di un solo anello.

E certo Vi amò ugualmente tutti e tre.

Non volle, infatti, umiliare due di voi

Per favorirne uno.

Orsù! Sforzatevi

Di imitare il suo amore incorruttibile

E senza pregiudizi.

Ognuno faccia a gara

Per dimostrare alla luce del giorno

La virtù della pietra nel suo anello.

E aiuti la sua virtù con la dolcezza,

con indomita pazienza e carità,

e con profonda devozione a Dio.

Quando le virtù degli anelli appariranno

Nei nipoti, e nei nipoti dei nipoti,

io li invito a tornare in tribunale,

fra mille e mille anni.

Sul mio seggio siederà un uomo più saggio di me; e parlerà.

Andate!

Così disse quel giudice modesto.


venerdì 6 gennaio 2006

Sulla cosiddetta scrittura creativa

Il problema è abbagliante: sta tutto nel come si può e si deve intendere quell’aggettivo che accompagna un’attività così semplice come la Scrittura. Esiste, può mai esistere una scrittura non creativa? La partita si gioca tutta nella risposta che diamo al quesito.

Sin dal paradossale rifiuto della scrittura di quel grandissimo scrittore che è Platone


Socrate – Perché vedi, o Fedro, la scrittura è in una strana condizione, simile veramente a quella della pittura. I prodotti cioè della pittura ci stanno davanti come se vivessero; ma se li interroghi, tengono un maestoso silenzio. Nello stesso modo si comportano le parole scritte: crederesti che potessero parlare quasi che avessero in mente qualcosa; ma se tu, volendo imparare, chiedi loro qualcosa di ciò che dicono esse ti manifestano una cosa sola e sempre la stessa. E una volta che sia messo in iscritto, ogni discorso arriva alle mani di tutti, tanto di chi l’intende tanto di chi non ci ha nulla [274 e] a che fare; né sa a chi gli convenga parlare e a chi no. Prevaricato ed offeso oltre ragione esso ha sempre bisogno che il padre gli venga in aiuto, perché esso da solo non può difendersi né aiutarsi.
Fedro – Ancora hai perfettamente ragione.
Socrate – E che? Vogliamo noi considerare un’altra specie di discorso, fratello di questo scritto, ma legittimo, e vedere in che modo nasce e di quanto è migliore e piú efficace dell’altro?
Fedro – Che discorso intendi e qual è la sua origine? Socrate – Il discorso che è scritto con la scienza nell’anima di chi impara: questo può difendere se stesso, e sa a chi gli convenga parlare e a chi tacere.

Platone, Fedro, 275 c - 276 a




 a quello Scrivere come ineluttabile e salvifica scelta-destino professato dai cosiddetti Autori Autorizzati c’è sempre, sullo sfondo, uno sguardo sul  mondo che un certo modo di scrivere può illuminare o nascondere.

Dobbiamo chiederci: può la scrittura “creativa” aprire davvero mondi, illuminare scie di senso, donarci una realtà più reale?

La risposta non può che essere affermativa. Consideriamo un dato che la cattiva luce dell'ovvietà spesso non ci fa coglirere: tutto il sistema scolastico - almeno quello che sin'ora ha funzionato - si basa su informazioni a cui il discente attinge soprattutto con la lettura, siano essi manuali, antologie, monitor o classici.
Lettura che proprio i docenti - ed è in questa scommessa tutto il fascino del loro mestiere - devono rendere più agevole, affascinante, coinvolgente: detto in sintesi, consapevole. In questo può aiutare proprio la scrittura "creativa".

Un giovane che è stato forgiato in una palestra quotidiana di letture, continuerà naturalmente a leggere, sino all'impossibilità di farne a meno, esperienza che accompagna i bisogni corporali più infimi, il vecchio aneddoto del lettore famelico che non riesce ad andare di corpo se non inchioda la sua attenzione a qualcosa di leggere, e così uno manda a memoria gli ingredienti della candeggina  o le modalità d'uso dello shampoo.

Ma lo stereotipo del ragazzo col naso nel libro è relegato a una stretta minoranza, minoranza che può aumentare esponenzialmente se conquistiamo l’attenzione dei giovani. Attenzione catalizzata proprio dalla prospettiva del fare, prospettiva che deve essere anche della scrittura creativa in questo ruolo di ausilio all'insegnamento.
 
Esempi emblematici sono due, antitetici e però simili negli intenti: da un lato gli 826 dello scrittore Dave Eggers : “non-profit organization dedicated to supporting students ages 6 to 18 with their creative and expository writing skills, and to helping teachers inspire their students to write”.

 Dall’altro lato il progetto di BombaCarta, l’associazione culturale fondata da Antonio Spadaro che cerca di incarnare un'esperienza militante dell'esperienza creativa, BombaCarta nasce e si sviluppa a Roma, nell’Istituto Massimo dei Gesuiti. Il progetto è BombaScuola .

 Quindi, da un lato, i ragazzi bisognosi, dall’altro i rampolli dell’elité.  In comune la stessa identica visione, ciò deve significare pur qualcosa.

mercoledì 30 novembre 2005

I simpson e la filosofia. 2 (riflessioni)

tutto l'interesse che avete rivolto al libro sui Simpson e la Filosofia mi spinge a sviluppare meglio il discorso. Rispondo per primo all'amico Guido (che da Roma osserva e implementa i suoi neuroni come oggi Homer dopo essersi tolto il pennarello dal cervello): il titolo è significativo, non è la filosofia DEI simpson, dove la solita baggianata del genitivo oggettivo o soggettivo avrebbe tenuto banco per dieci minuti buoni. Il titolo è limpido: i Simpson e la filosofia, i gialli diventano altrettanti spunti per discutere di filosofia, di quella con la F maiuscola, la stessa che andò a consolare in cella il povero Boezio dopo che la giostra del potere l'aveva scagliato in quella prigione buia e umida. La filosofia, donna bella dai vestiti lacerati dalle continue disquisizioni, con  le iniziali di Praxis e Theorein, azione e riflessione su quella stessa azione (che sia essa parallela? e quindi bifida, dicotomica, destinata a tagliarci in due le possibilità sviscerate dalle storie a bivi di Topolino?). La bella donna dai vestiti laceri decide di passare da Springfield.

Che sia un libro catalogabile tra gli infidi ISTANT BOOK è lapalissiano ma questo non toglie merito all'azione di William Irwin (è professore di filosofia al King’s College. È autore, tra gli altri, di Welcome to the Desert of the Real (2002) e The Matrix and Philosophy (2004). Di filosofia è imbevuta tutta la vita per l'ovvietà che sta alla base della priorità logica e ontologica del reale sulla riflessione che di questo reale si può fare. Abbiamo dimenticato (e la pubblicità dei Kinder Cereali non ci ha aiutati) che la filosofia è innanzittutto questo:

«Un giorno Talete osservava gli astri, Teodoro, e con lo sguardo rivolto al cielo finì per cadere in un pozzo; una sua giovane serva della Tracia, intelligente e graziosa, lo prese in giro, dicendogli che con tutta la sua scienza su quel che accade nei cieli, non sapeva neppure vedere quel che aveva davanti ai piedi. La morale di questa storia può valere per tutti coloro che passano la loro vita a filosofare, ed effettivamente un uomo simile non conosce né vicini né lontani, non sa cosa fanno gli altri uomini, e nemmeno se sono uomini o altri esseri viventi. Ma che cosa sia un uomo, in che cosa per sua natura deve distinguersi dagli altri esseri nella attività o nella passività che gli è propria, ecco, di questo il filosofo si occupa, a questa ricerca consacra le sue pene».

(Platone, Teeteto, 177 b-c)


Prima di tutto l'uomo... E se per ritornare all'uomo si deve passare da uno dei più pregevoli prodotti dell'uomo (cosa che è universalmente riconosciuta, Homer e tutti gli altri sono un capolavoro inarrivabile) ben venga. Perfino il Prof. Roccaro (che ha tradotto la Metafisica di Avicenna) al mio esame di Storia della filosofia medievale, mentre discettavo di Tommaso e delle Questiones Disputatae, attirato da una mia carpetta dei Simpson mi disse che non se l'aspettava che quei mostri gialli fossero così profondi e complessi. Era capitato a Springfield per caso, portato lì dal telecomando tenuto dai suoi figli. E lì era rimasto, folgorato dal caleidoscopio che Matt Groening ha creato.
E voi che ne pensate?

martedì 29 novembre 2005

lo voglio!


Indice:
Ringraziamenti;
Introduzione Meditare su Springfield? ;
Parte I. I personaggi:
1. Homer e Aristotele, Raja Halwani;
2. Lisa e l'antintellettualismo americano, Aeon J. Skoble;
3. L'importanza di Maggie: il valore del silenzio tra Oriente e Occidente, Eric Bronson;
4. La spinta morale di Marge, Gerald J. Erion e Joseph A. Zeccardi;
5. Così parlò Bart: Nietzsche e le virtù della cattiveria, Mark T. Conard;

Parte II. Temi simpsoniani:
6. "I Simpson" e l'allusione "Il peggior saggio di tutti i tempi", William Irwin e J.R. Lombardo;
7. La parodia popolare: "I Simpson" e il film giallo, Deborah Knight;
8. "I Simpson", l'iperironia e il significato della vita, Carl Matheson;
9. "I Simpson" e la politica del sesso, Dale E. Snow e James J. Snow;
Parte III. Non sono stato io: l'etica dei "Simpson":
10. Il mondo morale della famiglia Simpson: una prospettiva kantiana, James Lawler;
11. "I Simpson": la famiglia nucleare e la politica atomistica, Paul A. Cantor;
12. L'ipocrisia di Springfield, Jason Holt;
13. Gustando la cosiddetta "crema ghiacciata": Mr Burns, Satana, e la felicità, Daniel Barwick;
14. Ned Flanders e l'amore verso il prossimo, David Vessey;
15. La funzione della narrativa: il valore euristico di Homer, Jennifer L. McMahon;
Parte IV. "I Simpson" e i filosofi:
16. Un marxista (Karl, non Groucho) a Springfield, James M. Wallace;
17. "E il resto si scrive da solo": Roland Barthes guarda "I Simpson", David L.G. Arnold;
18. Che cosa significa pensare secondo Bart, Kelly Dean Jolley.
Episodi;
Filosofi.