giovedì 3 marzo 2005

Il silenzio degli animali

Sono l'unico iscritto alla specialistica in filosofia estetica dell'università di Palermo. Rettifico, c'è un'altra iscritta che però viene dal DAMS e deve recuperare le materie filosofiche nel quotidiano giochetto di crediti e/o debiti che chiamano università.

Tutti gli altri, i pochi, pochissimi laureati del corso in filosofia della conoscenza e della comunicazione hanno preferito seguire altre strade. Non appagati nell'aver scelto di laurearsi con variopinte riflessioni sul linguaggio degli animali, raddoppiano la dose e aspirano a specializzarsi. Provo ad arrischiarmi in un'ipotesi azzardata: vuoi vedere che, vista la sete di sacro che la frangia estremista del cattolicesimo ci propina quotidianamente, i miei (ex) colleghi vogliono fare i novelli san francesco e mettersi a discettare con le fiere?

Vabbè, il mito di Orfeo mi è sempre piaciuto, pizzica e spizzica la lira il bel greco e le bestie feroci si piegano al suo volere, con le note rincoglionisce pure il Signore degli inferi e la sua venefica consorte.

Però non possiamo, se ci autoproclamiamo amici della Verità, non rabbrividire di fronte alla tragica prospettiva che vede la filosofia piegarsi alla scientificità. I nomi delle materie sono una spia preoccupante: cambiano quotidianamente. Devono suonare sempre più tecnici. Ah, quanto sono lontani i tempi in cui il giovane Törless sognava Kant. 

ah, la miserabile realtà

CAMILLE: Ve lo dico io, se non trovano tutto riprodotto in copie rabberciate, disperso in teatri, concerti e mostre d'arte, non hanno né occhi per vedere, né orecchie per sentire. Se uno si intaglia una marionetta da cui si vede pendere il filo che la tira e le cui giunture a ogni passo scricchiolano in versi giambici di cinque piedi, che carattere, che coerenza! Se uno prende un sentimentuccio, una sentenza, un concetto, e gli mette giacca e calzoni, gli fa mani e piedi, gli pittura la faccia e lascia che quell'affare si dimeni per tre atti finchè da ultimo o si sposa o si spara - un ideale! Se uno strimpella un'aria d'opera che riproduce gli alti e bassi dell'animo umano come una pipa di terracotta piena d'acqua e fa il verso all'usignolo - ah, l'arte!
Spostate la gente dal teatro alla strada: ah, la miserabile realtà!
Essi dimenticano il loro Signore per i suoi cattivi copisti. Della creazione che intorno e dentro di loro si rigenera ad ogni istante, ardente, spumeggiante e luminosa, non sentono né vedono nulla. Vanno a teatro, leggono poesie e romanzi, ne imitano le smorfie con le loro facce, e delle creature di Dio dicono, come sono banali!
I Greci sapevano quel che dicevano quando raccontavano che la statua di Pigmalione si era animata ma non aveva avuto figli.
DANTON: E gli artisti trattano la natura come David, il quale in settembre disegnava a sangue freddo gli assassinati mentre venivano buttati dalla prigione alla strada, e diceva: colgo gli ultimi sussulti di vita in questi scellerati. (Danton viene chiamato fuori.)
CAMILLE: Che mi dici, Lucile?
LUCILE: Niente, mi piace tanto vederti parlare.
CAMILLE: Mi senti anche?
LUCILE: Ma certo!
CAMILLE: Ho ragione? Hai capito che cosa ho detto?
LUCILE: No, veramente no. (Rientra Danton.)

Georg Büchner, Opere, Mondadori, Milano 1999, p. 40 

ah, la miserabile realtà

CAMILLE: Ve lo dico io, se non trovano tutto riprodotto in copie rabberciate, disperso in teatri, concerti e mostre d'arte, non hanno né occhi per vedere, né orecchie per sentire. Se uno si intaglia una marionetta da cui si vede pendere il filo che la tira e le cui giunture a ogni passo scricchiolano in versi giambici di cinque piedi, che carattere, che coerenza! Se uno prende un sentimentuccio, una sentenza, un concetto, e gli mette giacca e calzoni, gli fa mani e piedi, gli pittura la faccia e lascia che quell'affare si dimeni per tre atti finchè da ultimo o si sposa o si spara - un ideale! Se uno strimpella un'aria d'opera che riproduce gli alti e bassi dell'animo umano come una pipa di terracotta piena d'acqua e fa il verso all'usignolo - ah, l'arte!
Spostate la gente dal teatro alla strada: ah, la miserabile realtà!
Essi dimenticano il loro Signore per i suoi cattivi copisti. Della creazione che intorno e dentro di loro si rigenera ad ogni istante, ardente, spumeggiante e luminosa, non sentono né vedono nulla. Vanno a teatro, leggono poesie e romanzi, ne imitano le smorfie con le loro facce, e delle creature di Dio dicono, come sono banali!
I Greci sapevano quel che dicevano quando raccontavano che la statua di Pigmalione si era animata ma non aveva avuto figli.
DANTON: E gli artisti trattano la natura come David, il quale in settembre disegnava a sangue freddo gli assassinati mentre venivano buttati dalla prigione alla strada, e diceva: colgo gli ultimi sussulti di vita in questi scellerati. (Danton viene chiamato fuori.)
CAMILLE: Che mi dici, Lucile?
LUCILE: Niente, mi piace tanto vederti parlare.
CAMILLE: Mi senti anche?
LUCILE: Ma certo!
CAMILLE: Ho ragione? Hai capito che cosa ho detto?
LUCILE: No, veramente no. (Rientra Danton.)

Georg Büchner, Opere, Mondadori, Milano 1999, p. 40 

mercoledì 2 marzo 2005

metafora, memoria, mistero

L'amore era qualcosa di completamente diverso. Non era roba per gente adulta, e tanto meno per i suoi genitori. Star seduti la sera presso la finestra aperta e sentirsi soli, diversi dai grandi, incompresi ad ogni risata e ad ogni sguardo ironico, non potere spiegare ad anima viva quello che si sente di essere, e struggersi di trovar qualcuno che capisca... questo è l'amore! Ma per questo bisogna essere giovani e soli. (p. 38, edizioni Einaudi Tascabili)

***

... quel certo ricordo plastico di una persona amata, non soltanto della memoria ma fisico, che parla a tutti i sensi, così che non si può fare nulla senza sentirsi al fianco l'altra persona silente e invisibile. (p. 7, edizioni Einaudi Tascabili)

Robert Musil, I turbamenti del giovane Törless.




Gli impegni della laurea specialistica mi tengono lontano dalla tastiera, aggiungeteci pure la necessaria disintossicazione derivata dall'aver danzato su quest'alfabeto di plastica sino alla notte prima della consegna della tesi. Già, ho preso pure io il titoletto e manco me ne sono accorto. Perché ci sono cose ben più importanti. Sino a quando, esame dopo esame, devi riempire le righe del libretto universitario vedi come obiettivo finale il momento in cui, incravattato, stringerai la mano del Presidente della commissione che ti dichiarerà dottore. Poi ci arrivi e, davvero, neanche te ne accorgi. Rapido e indolore, in quindici minuti ho dovuto comprimere tutti i libri che avevo letto su Paul Celan. Ce l'ho messa tutta, mi sono toccato il naso per trecentosettantasei volte e ci ho infilato la cecità selettiva, le baggianate di George Steiner (è necessario, come sempre, il parricidio dei nostri grandi maestri per spiccare il volo) e un vagone di speranza.

Una bella esperienza, la poesia è per Paul Celan tendenzialmente un messaggio che va in cerca di un Altro, a quell'altro tende il fare poetico. Io il mio Altro l'ho trovato. Così, per caso, tra gli scaffali della Feltrinelli di via Maqueda. Ero lì, in mezzo ai testi di filosofia, contento nel vedere che quella gran testa brillante di Diego Fusaro (il padre di www.filosofico.net) aveva curato ben due libri della serie filosofica della Bompiani. Ero lì, beato, nel paradiso di carta, a pochi metri dalla gigantografia di Bukowski che sbevazza con la puttanona. C'era la mia valigia di pelle a tenermi compagnia e mi sento chiamare. Era la fidanzata di mio cugino, il mitico Piero che i dicotomici lettori conoscono bene. Non era sola. Accanto a lei c'era il mio futuro.
 
Fu un incontro di bella letteratura, io stringevo in mano Philiph Roth e lei l'Aleph di Borges.
Dopo una lunga, lunghissima meditazione durata si e no meno della dissolvenza in nero che mettono tra una scena e l'altra, avevamo già reciprocamente deciso. Mi piace pensare che qualcuno l'aveva già scritta quella scena, semplicemente perché era tutto perfetto. Da sempre mi gingillavo nell'idea che avrei incontrato la donna della mia vita in una libreria, magari esageravo coi dettagli, io con la barba e con la giacca di velluto - perché tutti i macchiafogli da grandi devono perpetuare i cliché - lei avrebbe avuto gli occhi azzurri, gli occhiali e una naturale eleganza. Doveva sapersi muovere tra i libri con disinvoltura, accarezzando le pagine e le copertine, evitando la pila dei titoli acchiappagonzi del tipo "tecniche di masturbazione tra batman e robin" o tutta la narrativa con la vaginite. Sarebbe stata una donna da einaudi o adelphi, tutt'al più da classici. Nella fantasia, la Donna (sfumata nell'indistinta metafisica delle idee maiuscole) avrebbe magari afferrato lo stesso libro che avevo in testa e nel cuore io.
Io, barbuto e disattento, le avrei chiesto scusa per l'involontario sovrapporsi delle nostre mani nell'atto sensualissimo di afferrare lo stesso identico volume, arroccato ben al di là dei best-seller.
Lei avrebbe sorriso, io avrei ricambiato il sorriso e avremmo fatto e rifatto l'amore sotto lo sguardo di Bukowski.

La memoria si confonde, realtà e fantasia accavallano le gambe. E io, semplicemente, mi ritrovo.
 

metafora, memoria, mistero

L'amore era qualcosa di completamente diverso. Non era roba per gente adulta, e tanto meno per i suoi genitori. Star seduti la sera presso la finestra aperta e sentirsi soli, diversi dai grandi, incompresi ad ogni risata e ad ogni sguardo ironico, non potere spiegare ad anima viva quello che si sente di essere, e struggersi di trovar qualcuno che capisca... questo è l'amore! Ma per questo bisogna essere giovani e soli. (p. 38, edizioni Einaudi Tascabili)

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... quel certo ricordo plastico di una persona amata, non soltanto della memoria ma fisico, che parla a tutti i sensi, così che non si può fare nulla senza sentirsi al fianco l'altra persona silente e invisibile. (p. 7, edizioni Einaudi Tascabili)

Robert Musil, I turbamenti del giovane Törless.




Gli impegni della laurea specialistica mi tengono lontano dalla tastiera, aggiungeteci pure la necessaria disintossicazione derivata dall'aver danzato su quest'alfabeto di plastica sino alla notte prima della consegna della tesi. Già, ho preso pure io il titoletto e manco me ne sono accorto. Perché ci sono cose ben più importanti. Sino a quando, esame dopo esame, devi riempire le righe del libretto universitario vedi come obiettivo finale il momento in cui, incravattato, stringerai la mano del Presidente della commissione che ti dichiarerà dottore. Poi ci arrivi e, davvero, neanche te ne accorgi. Rapido e indolore, in quindici minuti ho dovuto comprimere tutti i libri che avevo letto su Paul Celan. Ce l'ho messa tutta, mi sono toccato il naso per trecentosettantasei volte e ci ho infilato la cecità selettiva, le baggianate di George Steiner (è necessario, come sempre, il parricidio dei nostri grandi maestri per spiccare il volo) e un vagone di speranza.

Una bella esperienza, la poesia è per Paul Celan tendenzialmente un messaggio che va in cerca di un Altro, a quell'altro tende il fare poetico. Io il mio Altro l'ho trovato. Così, per caso, tra gli scaffali della Feltrinelli di via Maqueda. Ero lì, in mezzo ai testi di filosofia, contento nel vedere che quella gran testa brillante di Diego Fusaro (il padre di www.filosofico.net) aveva curato ben due libri della serie filosofica della Bompiani. Ero lì, beato, nel paradiso di carta, a pochi metri dalla gigantografia di Bukowski che sbevazza con la puttanona. C'era la mia valigia di pelle a tenermi compagnia e mi sento chiamare. Era la fidanzata di mio cugino, il mitico Piero che i dicotomici lettori conoscono bene. Non era sola. Accanto a lei c'era il mio futuro.
 
Fu un incontro di bella letteratura, io stringevo in mano Philiph Roth e lei l'Aleph di Borges.
Dopo una lunga, lunghissima meditazione durata si e no meno della dissolvenza in nero che mettono tra una scena e l'altra, avevamo già reciprocamente deciso. Mi piace pensare che qualcuno l'aveva già scritta quella scena, semplicemente perché era tutto perfetto. Da sempre mi gingillavo nell'idea che avrei incontrato la donna della mia vita in una libreria, magari esageravo coi dettagli, io con la barba e con la giacca di velluto - perché tutti i macchiafogli da grandi devono perpetuare i cliché - lei avrebbe avuto gli occhi azzurri, gli occhiali e una naturale eleganza. Doveva sapersi muovere tra i libri con disinvoltura, accarezzando le pagine e le copertine, evitando la pila dei titoli acchiappagonzi del tipo "tecniche di masturbazione tra batman e robin" o tutta la narrativa con la vaginite. Sarebbe stata una donna da einaudi o adelphi, tutt'al più da classici. Nella fantasia, la Donna (sfumata nell'indistinta metafisica delle idee maiuscole) avrebbe magari afferrato lo stesso libro che avevo in testa e nel cuore io.
Io, barbuto e disattento, le avrei chiesto scusa per l'involontario sovrapporsi delle nostre mani nell'atto sensualissimo di afferrare lo stesso identico volume, arroccato ben al di là dei best-seller.
Lei avrebbe sorriso, io avrei ricambiato il sorriso e avremmo fatto e rifatto l'amore sotto lo sguardo di Bukowski.

La memoria si confonde, realtà e fantasia accavallano le gambe. E io, semplicemente, mi ritrovo.
 

martedì 1 marzo 2005

un nodo che dura più del suo legare

 Per anni ho schivato la mia sicilianità.

I primi racconti e scarabocchi parlavano del dottor Sgollek (il nome dei cereali al contrario) che era stato radiato dall'albo degli scienziati perché aveva cercato di costruirsi un figlio con pezzi di romanzi.
Avevo letto e riletto Frankenstein e i gialli di mia madre, mi sembrava logico che tutti i miei personaggi spuntassero sotto i tasti della lettera 22 con un cognome americano e finissero a schivar pallottole vaganti nei tuguri del bronx.

Poi l'epifania con Camilleri e Montalbano. Mi piaceva leggere di personaggi "russi di pilu e di pinsiero" e che "taliavano" gli orologi.
Cominciai a sentirmi monco. Avevo scritto con mezza testa e mezzo cuore lasciando l'eredità della mia terra triangolare fuori dalla pagina. Iniziai infilandoci parole siciliane che non riuscivo a rendere in italiano. Pruvulazzo. Cannavazzu, Filietto ru fangu, taliare e ritaliare... E poi ho continuato. Perché si scrive solo di ciò che si conosce. Ecco perché la stragrande maggioranza dei dicotomici personaggi ha 22 anni e il pisello. Mi viene naturale parlare del mio mondo. Scrivere mi serve a questo, ripeto: a salvare i miei kairoi, i miei eventi.


Bagheria è il mio sfondo ideale, prima o poi troverò un nome per una città che sia solo mia. Sarà lei, la piccola Bagheria trasfigurata. Come la Vigata di Montalbano o il villaggio di Macondo. Mia, solo mia. E ci sarà la vecchia strada fatta di curve e bestemmie e sgracchiate dei vecchi che fanno avanti e indietro sulla piazza principale. Ci sarà Pippo, l'edicolante che conosce i gusti letterari di tutti e riesce a far lievitare il conto dai 90 centesimi del quotidiano a più di 20 e rotti euro. Ci sarà il fruttivendolo che inneggia al ciavuru della cucuzza cantando i vecchi stornelli dei carrettieri... Oh bedda ca ti vitti allu culleggiu e mi facisti veniri u curaggiu, acchianu carricatu e scinnu leggiu...
E poi continua, cambiando ritmo, ripescando i canti di Rosa Balistreri: l'acciduzzu ri me cumpari senza pinne e senza ali si pusò supra a scagghiola, a testa rintra e l'ali ri fora...


Giusto 12 anni fa hanno cancellato Paolo Borsellino. Io avevo 10 anni e un solo ricordo. Le rare volte che ci arrischiavamo ad attardarci nella bella sera di Palermo, mia madre diceva a mio padre di accelerare. Era l'ora dell'implicito coprifuoco.
Perché qua è andata così, allo Stato assente si è preferito una rete di favori e nepotismi tra vecchie coppole e gerani.


Ho sempre pensato una cosa: nei negozietti di souvenir c'è sempre "a mafiusa" con le zizze di terracotta di fuori e la lupara sotto la sottana. A questa matrioska siciliana aggiungono dei cartelli con una certa filosofia di vita. "Il serpente che muzzicò mia suocera morì avvelenato", e poi il classico: "si tutti i curnuti purtassero un lampione in testa, minchia che illuminazione!".


Chissà perché io ho sempre meditato su quest'ultimo, trasponendolo: se ci fosse un lumino, un mozzicone di candela acceso in ogni luogo in cui hanno ammazzato qualcuno negli anni della grande guerra di mafia, minchia che illuminazione! Invece si è preferito rimuovere. La memoria pesa. Meglio ingoiare la pace del papavero e tirare avanti. Ci sarà sempre un nonno che insegnerà al nipote come si sbuccia un fico d'india senza spinarsi le mani, tanto basta.
E poi, semplicemente, ci sarà un 22enne che studia filosofia e si fa portare a passaggio dalla sua cagnolona:


Prima delle benefica arrifriscata nessuno s'arrischia a mettere fuori l'alluce, solo lui che si fa portare a passeggio dalla sua cagnolona. Gli scolano i sudori, le ascelle piangono ma lui continua, passo dopo passo con i bermuda inzuppati e i sandali appiccicosi. L'asfalto alita e all'orizzonte le auto vibrano nell'aria del pomeriggio con le case che sono chiuse a tenuta stagna, non deve uscire nemmeno un pò dell'aria scoreggiata dai condizionatori. Camus scriveva che basta poco per conoscere una città: "cercare come vi si lavora, come vi si ama e come vi si muore". A Bagheria le cose sono ancora più facili, si fa tutto allo stesso modo: con calma, senza premura. Si sa già che il ponte se lo terranno tra i progetti da snocciolare a ogni campagna elettorale, va così dai tempi di Federico II, quello sì che aveva capito tutto della Sicilia. La Scuola Siciliana era il migliore contributo che le tre punte dell'isola potessero regalare al mondo: dateci soltanto sole, mare e spunti per continuare a poetare.
Continua a camminare e suda, attaccato al guinzaglio, ripensa a quanto è bella Palermo la sera, tra i binari arrugginiti ad aspettare il treno che è ancora, per fortuna, lontano.
Le saracinesche sono tutte calate con i cartelli che ricordano che ad agosto si pratica l'orario unico, dalle 9 alle 13, senza eccezioni. Restano solo le macchinette dei tabaccai a sputare le assassine bianche e arancioni.
Il ragazzo cammina con i suoi dubbi arancioni in testa, livellando i marciapiedi.


Il Corso Principale lo porta sotto i salici di Piazza Garibaldi tra i bagheresi che ricordano degli americani le barrette di cioccolata e le camel, quelle buone, senza filtro in quell'estate del '43. Loro passano così i pomeriggi, seduti sui muretti grigi e sbrecciati delle aiuole comunali. Appoggiano le chiappe sui giornali passati o su pezzi di cartone, i più attrezzati si portano dietro un cuscino infilato in una busta della SMA. Parlano, ridono con in bocca dentiere che finiranno di pagare tra 4 anni. Arriva pure il reduce che si è perso le gambe su una mina inesplosa, non lo ammetterà mai ma inneggia ancora alla Buon'Anima e rimpiange la colonia estiva dove spediva i troppi figli che la moglie continuava a sfornare. Cammina il ragazzo, cammina dietro il cane, cammina attaccato al guinzaglio come se fosse un bambino che tiene la coda di un aquilone, qui si chiamano draghi volanti e si sono estinti, si vedono volare solo quelli dei cinesi nelle mattinate di vento lungo il bagnasciuga del Foro Umberto I nella bella Palermo. Nessun bambino se lo costruisce più facendo croci di bambù. Dicono che prima si passeggiasse sino alle prime ore dell'alba ora già alle 8 e mezza di sera nessuno più si arrischia a scendere in strada, sembra una città fantasma ma è un'impressione falsa come una banconota da tre euro. C'è troppo rispetto per i fantasmi e per le lumìe, questo è il vero motivo. I vivi dividono la città con i loro morti e lo fanno con equità: appena scende la notte tocca ai defunti passeggiare tra le ville del Settecento che tanto piacquero a Goethe. Sono morti tutti in una delle tante guerre di mafia, si sono beccati il loro colpo di livella e ora passeggiano vicino assassini e assassinati, nessun vivo si arrischia a uscire nell'ora dei morti, brucia ancora il ricordo di tutti quei colpi di beretta e quel gesto diventato troppo presto un'abitudine: al primo sparo toccava alla madre calare piano piano la serranda, accostare le tende e alzare il volume della radio e del televisore.


Cammina ancora il ragazzo, si passa un kleenex sulla fronte e pensa con quanta facilità si cambi bandiera sotto il sole di Sicilia, sì, ci si abitua a tutto qui, si cambia presto l'adesivo sull'auto a tempo d'elezioni come nell'URSS ci si spicciava a sostituire le facce sui muri a seconda delle decisioni del Politburo. Passeggia il ragazzo, passeggia sulla voglia di lavoro, sui posteggiatori abusivi che giurano che t'hanno taliato e ritaliato la macchina come se fosse "cosa loro".
I cani ci somigliano: dormono e mangiano senza pensare alla maledetta e amatissima Sicilia. Qui impari a sbucciare i fichi d'india a sei anni e subito dopo impari pure che devi accettare quello che il cielo ti regala, senza romperti la testa perché, si sa, domani andrà meglio. Lì quegli onorevoli cornuti si ricorderanno anche di noi e alle prossime elezioni - è cosa sicurissima - sale pure un mio cugino di quarto grado - è cosa arcisicura - mi sistemo pure io.
Te lo dicono e ci credono con la puzza di gerani che ci tiene compagnia e scaccia, dicono, gli scavagghi.


Cammina il ragazzo e pensa: "Sono venuti gli arabi e i normanni, gli svevi e gli aragonesi, i tedeschi e gli americani e siamo ancora qui a ricordare quanto ci piace questa terra dove nessuno compra i limoni e il sale. Basta poco, anche qualche caddozzo di sasizza alla Festa dell'unità e qualche litro di vino per ritrovare quella bella sensazione dei tuoi sette anni. Sì, quando giri un secchiello di sabbia bagnata e diventi re e imperatore di una terra che vedi solo tu".

un nodo che dura più del suo legare

 Per anni ho schivato la mia sicilianità.

I primi racconti e scarabocchi parlavano del dottor Sgollek (il nome dei cereali al contrario) che era stato radiato dall'albo degli scienziati perché aveva cercato di costruirsi un figlio con pezzi di romanzi.
Avevo letto e riletto Frankenstein e i gialli di mia madre, mi sembrava logico che tutti i miei personaggi spuntassero sotto i tasti della lettera 22 con un cognome americano e finissero a schivar pallottole vaganti nei tuguri del bronx.

Poi l'epifania con Camilleri e Montalbano. Mi piaceva leggere di personaggi "russi di pilu e di pinsiero" e che "taliavano" gli orologi.
Cominciai a sentirmi monco. Avevo scritto con mezza testa e mezzo cuore lasciando l'eredità della mia terra triangolare fuori dalla pagina. Iniziai infilandoci parole siciliane che non riuscivo a rendere in italiano. Pruvulazzo. Cannavazzu, Filietto ru fangu, taliare e ritaliare... E poi ho continuato. Perché si scrive solo di ciò che si conosce. Ecco perché la stragrande maggioranza dei dicotomici personaggi ha 22 anni e il pisello. Mi viene naturale parlare del mio mondo. Scrivere mi serve a questo, ripeto: a salvare i miei kairoi, i miei eventi.


Bagheria è il mio sfondo ideale, prima o poi troverò un nome per una città che sia solo mia. Sarà lei, la piccola Bagheria trasfigurata. Come la Vigata di Montalbano o il villaggio di Macondo. Mia, solo mia. E ci sarà la vecchia strada fatta di curve e bestemmie e sgracchiate dei vecchi che fanno avanti e indietro sulla piazza principale. Ci sarà Pippo, l'edicolante che conosce i gusti letterari di tutti e riesce a far lievitare il conto dai 90 centesimi del quotidiano a più di 20 e rotti euro. Ci sarà il fruttivendolo che inneggia al ciavuru della cucuzza cantando i vecchi stornelli dei carrettieri... Oh bedda ca ti vitti allu culleggiu e mi facisti veniri u curaggiu, acchianu carricatu e scinnu leggiu...
E poi continua, cambiando ritmo, ripescando i canti di Rosa Balistreri: l'acciduzzu ri me cumpari senza pinne e senza ali si pusò supra a scagghiola, a testa rintra e l'ali ri fora...


Giusto 12 anni fa hanno cancellato Paolo Borsellino. Io avevo 10 anni e un solo ricordo. Le rare volte che ci arrischiavamo ad attardarci nella bella sera di Palermo, mia madre diceva a mio padre di accelerare. Era l'ora dell'implicito coprifuoco.
Perché qua è andata così, allo Stato assente si è preferito una rete di favori e nepotismi tra vecchie coppole e gerani.


Ho sempre pensato una cosa: nei negozietti di souvenir c'è sempre "a mafiusa" con le zizze di terracotta di fuori e la lupara sotto la sottana. A questa matrioska siciliana aggiungono dei cartelli con una certa filosofia di vita. "Il serpente che muzzicò mia suocera morì avvelenato", e poi il classico: "si tutti i curnuti purtassero un lampione in testa, minchia che illuminazione!".


Chissà perché io ho sempre meditato su quest'ultimo, trasponendolo: se ci fosse un lumino, un mozzicone di candela acceso in ogni luogo in cui hanno ammazzato qualcuno negli anni della grande guerra di mafia, minchia che illuminazione! Invece si è preferito rimuovere. La memoria pesa. Meglio ingoiare la pace del papavero e tirare avanti. Ci sarà sempre un nonno che insegnerà al nipote come si sbuccia un fico d'india senza spinarsi le mani, tanto basta.
E poi, semplicemente, ci sarà un 22enne che studia filosofia e si fa portare a passaggio dalla sua cagnolona:


Prima delle benefica arrifriscata nessuno s'arrischia a mettere fuori l'alluce, solo lui che si fa portare a passeggio dalla sua cagnolona. Gli scolano i sudori, le ascelle piangono ma lui continua, passo dopo passo con i bermuda inzuppati e i sandali appiccicosi. L'asfalto alita e all'orizzonte le auto vibrano nell'aria del pomeriggio con le case che sono chiuse a tenuta stagna, non deve uscire nemmeno un pò dell'aria scoreggiata dai condizionatori. Camus scriveva che basta poco per conoscere una città: "cercare come vi si lavora, come vi si ama e come vi si muore". A Bagheria le cose sono ancora più facili, si fa tutto allo stesso modo: con calma, senza premura. Si sa già che il ponte se lo terranno tra i progetti da snocciolare a ogni campagna elettorale, va così dai tempi di Federico II, quello sì che aveva capito tutto della Sicilia. La Scuola Siciliana era il migliore contributo che le tre punte dell'isola potessero regalare al mondo: dateci soltanto sole, mare e spunti per continuare a poetare.
Continua a camminare e suda, attaccato al guinzaglio, ripensa a quanto è bella Palermo la sera, tra i binari arrugginiti ad aspettare il treno che è ancora, per fortuna, lontano.
Le saracinesche sono tutte calate con i cartelli che ricordano che ad agosto si pratica l'orario unico, dalle 9 alle 13, senza eccezioni. Restano solo le macchinette dei tabaccai a sputare le assassine bianche e arancioni.
Il ragazzo cammina con i suoi dubbi arancioni in testa, livellando i marciapiedi.


Il Corso Principale lo porta sotto i salici di Piazza Garibaldi tra i bagheresi che ricordano degli americani le barrette di cioccolata e le camel, quelle buone, senza filtro in quell'estate del '43. Loro passano così i pomeriggi, seduti sui muretti grigi e sbrecciati delle aiuole comunali. Appoggiano le chiappe sui giornali passati o su pezzi di cartone, i più attrezzati si portano dietro un cuscino infilato in una busta della SMA. Parlano, ridono con in bocca dentiere che finiranno di pagare tra 4 anni. Arriva pure il reduce che si è perso le gambe su una mina inesplosa, non lo ammetterà mai ma inneggia ancora alla Buon'Anima e rimpiange la colonia estiva dove spediva i troppi figli che la moglie continuava a sfornare. Cammina il ragazzo, cammina dietro il cane, cammina attaccato al guinzaglio come se fosse un bambino che tiene la coda di un aquilone, qui si chiamano draghi volanti e si sono estinti, si vedono volare solo quelli dei cinesi nelle mattinate di vento lungo il bagnasciuga del Foro Umberto I nella bella Palermo. Nessun bambino se lo costruisce più facendo croci di bambù. Dicono che prima si passeggiasse sino alle prime ore dell'alba ora già alle 8 e mezza di sera nessuno più si arrischia a scendere in strada, sembra una città fantasma ma è un'impressione falsa come una banconota da tre euro. C'è troppo rispetto per i fantasmi e per le lumìe, questo è il vero motivo. I vivi dividono la città con i loro morti e lo fanno con equità: appena scende la notte tocca ai defunti passeggiare tra le ville del Settecento che tanto piacquero a Goethe. Sono morti tutti in una delle tante guerre di mafia, si sono beccati il loro colpo di livella e ora passeggiano vicino assassini e assassinati, nessun vivo si arrischia a uscire nell'ora dei morti, brucia ancora il ricordo di tutti quei colpi di beretta e quel gesto diventato troppo presto un'abitudine: al primo sparo toccava alla madre calare piano piano la serranda, accostare le tende e alzare il volume della radio e del televisore.


Cammina ancora il ragazzo, si passa un kleenex sulla fronte e pensa con quanta facilità si cambi bandiera sotto il sole di Sicilia, sì, ci si abitua a tutto qui, si cambia presto l'adesivo sull'auto a tempo d'elezioni come nell'URSS ci si spicciava a sostituire le facce sui muri a seconda delle decisioni del Politburo. Passeggia il ragazzo, passeggia sulla voglia di lavoro, sui posteggiatori abusivi che giurano che t'hanno taliato e ritaliato la macchina come se fosse "cosa loro".
I cani ci somigliano: dormono e mangiano senza pensare alla maledetta e amatissima Sicilia. Qui impari a sbucciare i fichi d'india a sei anni e subito dopo impari pure che devi accettare quello che il cielo ti regala, senza romperti la testa perché, si sa, domani andrà meglio. Lì quegli onorevoli cornuti si ricorderanno anche di noi e alle prossime elezioni - è cosa sicurissima - sale pure un mio cugino di quarto grado - è cosa arcisicura - mi sistemo pure io.
Te lo dicono e ci credono con la puzza di gerani che ci tiene compagnia e scaccia, dicono, gli scavagghi.


Cammina il ragazzo e pensa: "Sono venuti gli arabi e i normanni, gli svevi e gli aragonesi, i tedeschi e gli americani e siamo ancora qui a ricordare quanto ci piace questa terra dove nessuno compra i limoni e il sale. Basta poco, anche qualche caddozzo di sasizza alla Festa dell'unità e qualche litro di vino per ritrovare quella bella sensazione dei tuoi sette anni. Sì, quando giri un secchiello di sabbia bagnata e diventi re e imperatore di una terra che vedi solo tu".