lunedì 29 agosto 2005

retroazioni (o feedback che dir si voglia)

parlano del mio BAGHERIA MORI' D'IMPROVVISO. E siccome è una delle cose nuove di questa vita altrettanto nuova, riporto qui ogni commento per farne tesoro. E volare alto.


"solo un piccolo parere il mio Tonino... direi che la prima parte mi è piaciuta molto, l'incipit mi ha fatto venire i brividi , diciamo che la primissima parte è di respiro, ci scaraventi dentro la tua Bagheria e ce la fai vivere così come è. Nella seconda parte tu prendi nuovamente il sopravvento, la narrazione ti si avvolge addosso e si allontana. Certi periodi si allungano forse troppo e si appesantiscono e il vecchio professore si confonde con gli altri personaggi in un'unica identità. Non conosco di preciso le aspettative di Demetrio, io amo il ritmo della tua scrittura e il tuo voler stretto il filo dell'aquilone ma credo che a volte"



Questo era rimasto nelle mie bozze...un commento alla tua prima Bagheria, come vedi non ho terminato di scriverlo se non nella mia mente... già scrivendolo avevo rinunciato a spedirlo.

Quello che leggo oggi è ben diverso, posso solo dare una piccola preferenza alla prima parte forse per quel filo di speranza che traduce, forse perchè sebbene in modo diverso la mia terra è affetta dallo stesso cancro e di quello spiraglio ne ho bisogno.

Bravo Tonino



Lisa

***



sono contento e no. se posso dire.

contento perché hai incominciato a fare i conti con qualcosa che non sia te stesso, ma nello stesso tempo non sono contento perché ci caschi dentro di nuovo.

è bello l'inizio, come diceva lisa, perché viene fuori il tuo mondo, senza che tu ci sia, poi poco alla volta il mondo tuo diventa nuovamente orizzonte e ritorna la figura del laureato, innamorato.

Intendiamoci è una cosa legittima, ma perché dare a questa figura il primo piano, quando Bagheria era così bella? Perché avvitarti su questa tua figura e lasicare perdere il paese intero?

mh.

questo mi convince di meno, mi convince molto il discorso sulla mafia, meno il discorso sul fatto che la cultura vincerà la mafia.

io chiederei a te più crudezza e meno idilio.

ecco.

il resto è forte: soprattutto la lingua, hai imparato secondo me a dosare quella tua volontà di pasticcio linguistico, trovando una via mediana e giusta.



Demetrio


 

retroazioni (o feedback che dir si voglia)

parlano del mio BAGHERIA MORI' D'IMPROVVISO. E siccome è una delle cose nuove di questa vita altrettanto nuova, riporto qui ogni commento per farne tesoro. E volare alto.


"solo un piccolo parere il mio Tonino... direi che la prima parte mi è piaciuta molto, l'incipit mi ha fatto venire i brividi , diciamo che la primissima parte è di respiro, ci scaraventi dentro la tua Bagheria e ce la fai vivere così come è. Nella seconda parte tu prendi nuovamente il sopravvento, la narrazione ti si avvolge addosso e si allontana. Certi periodi si allungano forse troppo e si appesantiscono e il vecchio professore si confonde con gli altri personaggi in un'unica identità. Non conosco di preciso le aspettative di Demetrio, io amo il ritmo della tua scrittura e il tuo voler stretto il filo dell'aquilone ma credo che a volte"



Questo era rimasto nelle mie bozze...un commento alla tua prima Bagheria, come vedi non ho terminato di scriverlo se non nella mia mente... già scrivendolo avevo rinunciato a spedirlo.

Quello che leggo oggi è ben diverso, posso solo dare una piccola preferenza alla prima parte forse per quel filo di speranza che traduce, forse perchè sebbene in modo diverso la mia terra è affetta dallo stesso cancro e di quello spiraglio ne ho bisogno.

Bravo Tonino



Lisa

***



sono contento e no. se posso dire.

contento perché hai incominciato a fare i conti con qualcosa che non sia te stesso, ma nello stesso tempo non sono contento perché ci caschi dentro di nuovo.

è bello l'inizio, come diceva lisa, perché viene fuori il tuo mondo, senza che tu ci sia, poi poco alla volta il mondo tuo diventa nuovamente orizzonte e ritorna la figura del laureato, innamorato.

Intendiamoci è una cosa legittima, ma perché dare a questa figura il primo piano, quando Bagheria era così bella? Perché avvitarti su questa tua figura e lasicare perdere il paese intero?

mh.

questo mi convince di meno, mi convince molto il discorso sulla mafia, meno il discorso sul fatto che la cultura vincerà la mafia.

io chiederei a te più crudezza e meno idilio.

ecco.

il resto è forte: soprattutto la lingua, hai imparato secondo me a dosare quella tua volontà di pasticcio linguistico, trovando una via mediana e giusta.



Demetrio


 

la guerra selvaggia degli allegati

É sempre tempo di raccolte, i quotidiani e i periodici, da tempo, allegano qualsiasi cosa: dvd, cd interattivi, libri, enciclopedie, videocassette, cataloghi d'arte, antologie di fumetti, saggi storici, dossier monotematici, video-inchieste, etc. etc. perfino gli intoccabili Meridiani che costituivano il mio desiderio nascosto... quante letterine a Babbo Natale per averli tutti, almeno uno all'anno. Approfittando dello sconto di Dieci Euro che la Mondadori concedeva...



Bene, mi fa piacere, è sempre cultura. Certo, lontana anni luce dalla cultura spazza-sofferenze che sognavano i baffi di Elio Vittorini sull'editoriale del primo numero del Politecnico, ma le coordinate e le ascisse spazio-temporali mutano gusti e preferenze.



Non basta più il contenuto del giornale a stimolare l'acquisto. E Gianni Riotta può continuare a dire all'infinito che la mano oscura che cerca di strizzare il Corriere lo fa perché ancora i giornali e i giornalisti sono visti con un senso di rispetto. Il giornale vacilla, anzi: il quotidiano è diventato quell'entità cartacea che danno come allegato alla videocassetta o alle tette del calendario. Lo usano per avvolgere il volume, come prima facevano le venditrici di uova "a parte di casa". La stessa fine che facevano gli articoli di Alberoni del lunedì del Corriere secondo Michele

Serra: finivano ad avvolgere la verdura ancora prima di essere letti... Ora tocca a tutto il quotidiano, pure alle AMACHE del suddetto Serra. Non è servito a nulla la patina di colore della versione FULL COLOR che ora ci delizia le giornate.



Mi è venuto a trovare un ricordo, un piccolo sketch di Gene Gnocchi (che non ho mai capito se mi sta simpatico o no, o proprio la sua schietta antipatia me lo rende simpatico?): Gene era un ciclista dopato e narrava le origini del suo dramma. Era tutta colpa degli inserti e degli allegati dei giornali.

Voleva semplicemente un giornale da mettere nella giacchetta per combattere il vento con quel rimedio che sa di cose antiche e buone ma non aveva fatto i conti con gli allegati. Il quotidiano, il libro, il cd, la videocassetta lo appesantivano così tanto che aveva dovuto ricorrere al doping per riuscire a completare la gara.



La storia si ripete e si amplifica: analizziamo uno dei tanti casi. Che ne so? Io mi ricordo quando Repubblica propose l'enciclopedia Utet in 20 agili volumi. Ma è già preistoria. Faccio un piccolo viaggio nel tempo, che al mio cuginetto di cinque anni gilel'ho detto: tutti possiamo viaggiare nel tempo, bastano i ricordi. Gabriellino ci ha creduto e per due settimane mi ha chiesto se poteva tornare il bravo bambino che era prima di abusare delle parolacce appena imparate. Ecco, mi auguro che la stessa voglia possa venire a noi Lettori di quotidiani.



Dicevo: viaggio nel tempo, mi ricordo quella mattina di settembre del 2003.

L'Edicolante (idea Universale che raggruppa tutti gli edicolanti del mondo) aspira sempre a guadagnarsi un aggettivo possessivo: vuole essere il TUO EDICOLANTE. Anzi, di più, vuole essere il Tuo Edicolante Di Fiducia, il tuo edicolante Hi-Fi. Ammiro questa dedizione ma c'è al fondo nero del barattolo un paradosso. Per chi come me ama vagabondare da un'edicola all'altra sulla scia delle emozioni (e soprattutto per non trovarsi di fronte all'imbarazzante situazione di un conto di 75 euro alla tua richiesta del Corriere della Sera [sommando quello che il tuo edicolante gentilmente ti mette da parte]). Il sistema però mi (ci?) impedisce di svolazzare da un'edicola all'altra. Anche se voglio acquistare mi impediscono di farlo.

E passi pure l'arrembaggio vergognoso che scatenano i volumi gratis dati in pasto alla massa per innestare la fidelizzazione (ho visto cose che voi Lettori non potete neanche immaginare: Giufà qualsiasi scesi dalla campagna alla ricerca del Nome di Rosa con l'Eco [offerta lancio del primo volume della biblioteca del 900 di repubblica] o peggio ancora le orde barbare che reclamavano pane e enciclopedie, tutti volevano il sapere dalla A alla Apra, anche in duplice copia, se possibile. E poi col Caravaggio del Corriere, insomma la storia si ripete ogni ad maledetta nuova raccolta. Con L'universo di Repubblica, tutti con in mano i baffi di Hemingway...



Ma c'è qualcosa che mi fa prudere il cervello e rotolare innominabili estremità sferiche. Passo ai fatti e poi tiro le somme.

Ogni mattina il mio cane mi porta a passeggiare (chiunque abbia un quattrozampe capirà cosa intendo: siamo noi attaccati al guinzaglio e non viceversa), e ogni mattina vedo lei: l'edicola ottagonale di fronte alla sede distaccata del Municipio. L'edicola ottagonale è ancora in ferro e vetro, senza orpelli di plexiglass e alluminio lucidato a specchio e senza nemmeno una maniglia cromata. Un'edicola che sa di passato, un piatto bello pieno in cui saziarsi di parole stampate. Procedo: attacco il cane a un palo dell'Enel, ci ripenso e preferisco una zampa di una moscia panchina di ferro e mi appropinquo. Chiedo il Corriere della Sera con il doppio CD di Battiato. Preparo già dieci facce di Dante sul palmo della mano.

E l'edicolante mi risponde laconico: "esaurito".

Cribbio, penso: sono le 7:17, ci sono lettori così mattinieri? Il Corriere c'è, è ancora impacchettato, il CD si è già estinto.

Stavolta dico basta, mi piazzo sulla panchina e lì attendo. Perché, cascasse il mondo, voglio vederci chiaro in questa faccenda. E resto lì, col cane che mi slinguazza le mani. Si fanno le 8 ed ecco arrivare la processione dei dipendenti del Municipio.

Tempero l'udito e la vista ed ecco che i miei sospetti si concretizzano.

"Dottore, tenga il Corriere col BATTIATO, gliel'ho tenuto da parte."

Mi vedo come in una foto. La mia faccia una maschera di rabbia, la faccia dell'edicolante ridotta a brandelli di pelle, sangue e spregiudicato senso degli affari; i denti lucidi sull'asfalto. Riapro gli occhi e placidamente, senza far nulla, riprendo il mio vagare.



Perché questo è il mercato, dolcezza! E non posso farci niente. Mi auguro che almeno Tullio Avoledo ne tragga un nuovo "elenco telefonico"...

la guerra selvaggia degli allegati

É sempre tempo di raccolte, i quotidiani e i periodici, da tempo, allegano qualsiasi cosa: dvd, cd interattivi, libri, enciclopedie, videocassette, cataloghi d'arte, antologie di fumetti, saggi storici, dossier monotematici, video-inchieste, etc. etc. perfino gli intoccabili Meridiani che costituivano il mio desiderio nascosto... quante letterine a Babbo Natale per averli tutti, almeno uno all'anno. Approfittando dello sconto di Dieci Euro che la Mondadori concedeva...



Bene, mi fa piacere, è sempre cultura. Certo, lontana anni luce dalla cultura spazza-sofferenze che sognavano i baffi di Elio Vittorini sull'editoriale del primo numero del Politecnico, ma le coordinate e le ascisse spazio-temporali mutano gusti e preferenze.



Non basta più il contenuto del giornale a stimolare l'acquisto. E Gianni Riotta può continuare a dire all'infinito che la mano oscura che cerca di strizzare il Corriere lo fa perché ancora i giornali e i giornalisti sono visti con un senso di rispetto. Il giornale vacilla, anzi: il quotidiano è diventato quell'entità cartacea che danno come allegato alla videocassetta o alle tette del calendario. Lo usano per avvolgere il volume, come prima facevano le venditrici di uova "a parte di casa". La stessa fine che facevano gli articoli di Alberoni del lunedì del Corriere secondo Michele

Serra: finivano ad avvolgere la verdura ancora prima di essere letti... Ora tocca a tutto il quotidiano, pure alle AMACHE del suddetto Serra. Non è servito a nulla la patina di colore della versione FULL COLOR che ora ci delizia le giornate.



Mi è venuto a trovare un ricordo, un piccolo sketch di Gene Gnocchi (che non ho mai capito se mi sta simpatico o no, o proprio la sua schietta antipatia me lo rende simpatico?): Gene era un ciclista dopato e narrava le origini del suo dramma. Era tutta colpa degli inserti e degli allegati dei giornali.

Voleva semplicemente un giornale da mettere nella giacchetta per combattere il vento con quel rimedio che sa di cose antiche e buone ma non aveva fatto i conti con gli allegati. Il quotidiano, il libro, il cd, la videocassetta lo appesantivano così tanto che aveva dovuto ricorrere al doping per riuscire a completare la gara.



La storia si ripete e si amplifica: analizziamo uno dei tanti casi. Che ne so? Io mi ricordo quando Repubblica propose l'enciclopedia Utet in 20 agili volumi. Ma è già preistoria. Faccio un piccolo viaggio nel tempo, che al mio cuginetto di cinque anni gilel'ho detto: tutti possiamo viaggiare nel tempo, bastano i ricordi. Gabriellino ci ha creduto e per due settimane mi ha chiesto se poteva tornare il bravo bambino che era prima di abusare delle parolacce appena imparate. Ecco, mi auguro che la stessa voglia possa venire a noi Lettori di quotidiani.



Dicevo: viaggio nel tempo, mi ricordo quella mattina di settembre del 2003.

L'Edicolante (idea Universale che raggruppa tutti gli edicolanti del mondo) aspira sempre a guadagnarsi un aggettivo possessivo: vuole essere il TUO EDICOLANTE. Anzi, di più, vuole essere il Tuo Edicolante Di Fiducia, il tuo edicolante Hi-Fi. Ammiro questa dedizione ma c'è al fondo nero del barattolo un paradosso. Per chi come me ama vagabondare da un'edicola all'altra sulla scia delle emozioni (e soprattutto per non trovarsi di fronte all'imbarazzante situazione di un conto di 75 euro alla tua richiesta del Corriere della Sera [sommando quello che il tuo edicolante gentilmente ti mette da parte]). Il sistema però mi (ci?) impedisce di svolazzare da un'edicola all'altra. Anche se voglio acquistare mi impediscono di farlo.

E passi pure l'arrembaggio vergognoso che scatenano i volumi gratis dati in pasto alla massa per innestare la fidelizzazione (ho visto cose che voi Lettori non potete neanche immaginare: Giufà qualsiasi scesi dalla campagna alla ricerca del Nome di Rosa con l'Eco [offerta lancio del primo volume della biblioteca del 900 di repubblica] o peggio ancora le orde barbare che reclamavano pane e enciclopedie, tutti volevano il sapere dalla A alla Apra, anche in duplice copia, se possibile. E poi col Caravaggio del Corriere, insomma la storia si ripete ogni ad maledetta nuova raccolta. Con L'universo di Repubblica, tutti con in mano i baffi di Hemingway...



Ma c'è qualcosa che mi fa prudere il cervello e rotolare innominabili estremità sferiche. Passo ai fatti e poi tiro le somme.

Ogni mattina il mio cane mi porta a passeggiare (chiunque abbia un quattrozampe capirà cosa intendo: siamo noi attaccati al guinzaglio e non viceversa), e ogni mattina vedo lei: l'edicola ottagonale di fronte alla sede distaccata del Municipio. L'edicola ottagonale è ancora in ferro e vetro, senza orpelli di plexiglass e alluminio lucidato a specchio e senza nemmeno una maniglia cromata. Un'edicola che sa di passato, un piatto bello pieno in cui saziarsi di parole stampate. Procedo: attacco il cane a un palo dell'Enel, ci ripenso e preferisco una zampa di una moscia panchina di ferro e mi appropinquo. Chiedo il Corriere della Sera con il doppio CD di Battiato. Preparo già dieci facce di Dante sul palmo della mano.

E l'edicolante mi risponde laconico: "esaurito".

Cribbio, penso: sono le 7:17, ci sono lettori così mattinieri? Il Corriere c'è, è ancora impacchettato, il CD si è già estinto.

Stavolta dico basta, mi piazzo sulla panchina e lì attendo. Perché, cascasse il mondo, voglio vederci chiaro in questa faccenda. E resto lì, col cane che mi slinguazza le mani. Si fanno le 8 ed ecco arrivare la processione dei dipendenti del Municipio.

Tempero l'udito e la vista ed ecco che i miei sospetti si concretizzano.

"Dottore, tenga il Corriere col BATTIATO, gliel'ho tenuto da parte."

Mi vedo come in una foto. La mia faccia una maschera di rabbia, la faccia dell'edicolante ridotta a brandelli di pelle, sangue e spregiudicato senso degli affari; i denti lucidi sull'asfalto. Riapro gli occhi e placidamente, senza far nulla, riprendo il mio vagare.



Perché questo è il mercato, dolcezza! E non posso farci niente. Mi auguro che almeno Tullio Avoledo ne tragga un nuovo "elenco telefonico"...

domenica 28 agosto 2005

Bagheria mori' d'improvviso (2)

due





– Sei bella stasera, come una poesia di Paul Celan. Prima che lo sconforto se lo portasse via. Lo sai perché iniziò a scrivere? Per sopravvivere. Per dire al mondo che era ancora vivo e capace d’amare. – Nino s’era innamorato davvero. Certe cose si sentono. Dentro, più in fondo. È come quando a un banchetto mangi troppo e riesci a capire quale sarà la tartina o la cucchiaiata di cous-cous che ti condurrà all’indigestione.



Quella dell’amore come indigestione era una delle tante teorie sballate del neolaureato. Ma Gisella lo amava anche per questo, perché il mondo non le sembrava più così mediocre da quel venerdì di fine ottobre che l’aveva incontrato alla Feltrinelli di via Maqueda. Se l’avesse saputo, il professore avrebbe avuto un'altra stella d’orgoglio da appuntarsi in petto, Nino aveva trovato l’amore in libreria, dove lui stesso l’aveva mandato a cercarlo.



Nino se lo ricordava bene, il professore non aveva voluto insegnargli come si faceva un nodo scorsoio e lui, che già aveva difficoltà ad annodar cravatte, aveva desistito dal suo intento. Il professore però l’aveva spedito a comprare le poesie di Celan e lui l’aveva ascoltato.



E s’era laureato proprio con una tesi su Celan e, quando fu il momento di decidere che sentiero imboccare, scelse di tentare il dottorato di ricerca proprio grazie alla sua bella tesi. In quel venerdì d’ottobre doveva comprare due libri per il dottorato, i libri non erano arrivati ma trovò qualcosa di meglio: Gisella.

Quindi, con un'altra delle sue famose deduzioni sbilenche, Nino era giunto alla conclusione che Gisella gliel’aveva fatta conoscere il Professore. E si mise pure in testa che doveva andarlo a ringraziare.



Ci andò una mattina di settembre, con la barbetta rifilata a dovere e il ciuffo imbrigliato dal gel. Il professore lo accolse con un abbraccio.

L’appartamento del Prof. era colorato come un tramonto, tutti i toni caldi del mare al crepuscolo, quando la stella gialla si va a bagnare i filamenti di idrogeno a pelo d’acqua.

In quella casa Nino aveva passato tanti pomeriggi, intento a condire le sue filippiche con il sottofondo del pensiero e della pipa del professore.



- Nino, stavolta che cos’è? Che cos’è che ti avvampa il cuore? Se resterà anche una sola cosa di questo mio transito terrestre, vorrei che fosse avvolto dalla stessa luce che finalmente hai pure tu. - Ho trovato quello che cercavo da una vita. E ora tutto ce l’ha un senso. Tutte le notti a faccia a faccia col nulla, il sapore delle parole antiche che nessuno compone più, suona bene questa vita nuova, suona giusta. Solo che qui c'è qualcosa che attenta sempre alla nostra felicità, cercano di squagliarci i sogni nel loro acido di malinconia.

- Lo so. Sono quarant’anni che voglio mandare tutto all’aria e andare a scaldarmi le ossa in una spiaggia. Come fanno quelli che ce l’hanno il coraggio di cambiare davvero. Ma tutto quello che mi lega qui mi sembra sempre così precario, penso sempre che devo esserci. Devo esserci quando nascono i miei nipoti. Devo essere in fondo all’aula comunale quando cercano di dire che la mafia non esiste.

- Lo dicono ancora! È agghiacciante: arrestano un boss e qui fanno la fiaccolata per rilasciarlo. Perché era solo "un povero cristo", "uno che lavorava e faceva lavorare". E ora cercano il capo dei capi proprio sotto la strada che porta al liceo. C’è una certa ironia: chissà quante volte ho camminato sulla testa del Boss. E forse quell’anarchica della mia cagnolona gli ha pure cacato sulla pelata. Ma da dove viene tutta questa delusione? Cos’è che ci ha avvelenato il sangue e i fogli di tutti i nostri futuri calendari? I progetti si seccano presto. Per quanto puoi combattere come l’hidalgo di Cervantes? Di volare con la testa e col cuore nessuno ne ha più voglia. Lo sento: capiterà pure a me se non faccio qualcosa.



Il prof ascoltava e annuiva. Annuiva pure la sua pipa che faceva nuvolette che si spegnevano presto, come le promesse di un bambino che si è appena mangiato tutti i pan di stelle.

- Io non ci credo che tutti sono marci. Non è possibile. Nessuno può volere segarsi via le ali e dire addio al mondo e ai sogni. Qual è l’origine di tutto? Lei non può non saperlo. Ha speso tutta la vita per cercare di capire.

- Prima dimmi una cosa: hai mai provato l’abbandono?



Nino ci pensò su e poi disse un sì netto.



- E allora sai che è la sensazione peggiore che qualcuno possa sperimentare. Può condurre alla pazzia. Soprattutto perché chi abbandona lo fa sempre in modo subdolo. Non ti lascia intuire nulla, dall’oggi al domani ti ritrovi il letto vuoto e troppo grande. Dai amore e ricevi una coltellata da chi proprio non t’aspettavi e, ancora peggio, sei pronto a porgere ancora una volta il petto. Perché non puoi crederci, non vuoi crederci che chi ti ha detto tutte quelle belle parole che vibravano di forza e verità, spargeva nell'aria della notte solo minchiate orbe che t’hanno obnubilato l’autostima.

- Analisi perfetta…

- Già, l’ho provata mille e mille volte. Una piccola morte che ti taglia via, ti scaglia lontano dal tuo sorriso più bello. Ti toglie la speranza. E quando ti muore la speranza non puoi fare altro che aspettare. Al buio.

- E questo che c’entra con quello che sta accadendo a Bagheria? Perché lo sa che è vero: qualcosa sta accelerando il processo, la cancrena non si arresta…

- C’entra, eccome se c'entra. Bagheria, la Sicilia, i siciliani si sono sentiti abbandonati. Da sempre, dallo Stato, dai vari politici che hanno fatto incetta di voti e ci hanno lasciato soli. Sempre di più. Compriamo l’acqua per cucinare pure un tegamino di pasta. Ci mancano i servizi minimi. E il lavoro è un’utopia. E ora la precarietà a cui hanno consegnato il vostro futuro farà il resto. Il “posto” diventerà il vostro sogno proibito. Andrete avanti, per inerzia. Sentendovi sempre più abbandonati e inizierete a fare cose stupide. Guarda: ora sono gli emulatori dei lanciatori di sassi dal cavalcavia. Lanciano perché pensano che è l’unico modo per ricordare al mondo e al telegiornale che esiste pure l’isola triangolare. Che non deve esserci solo quando servono tutti e sessantuno i nostri seggi, o quando a qualcuno viene la fregola della crema al pistacchio.

- Ci hanno abbandonato tutti. Gli americani ci avevano detto che saremmo diventati una delle stelle della loro bandiera. Hanno preferito l’Alaska. E ho detto tutto. Una landa di ghiaccio perché qui c’erano troppi soldi in ballo. Le analisi si perdono, perché tra le coppole non si può mai muoversi senza temere di ricevere una schioppettata in piena faccia. O saltare in aria con tutta un’autostrada. Chi ha provato a lottare è andato a concimare la terra.

- Già, un giorno scriverò la mia "Antologia di Spoon River". Farò parlare loro, le anime dei morti, di quelli delusi e di quelli incazzati. Sono, siamo sempre di più...

Bagheria mori' d'improvviso (2)

due





– Sei bella stasera, come una poesia di Paul Celan. Prima che lo sconforto se lo portasse via. Lo sai perché iniziò a scrivere? Per sopravvivere. Per dire al mondo che era ancora vivo e capace d’amare. – Nino s’era innamorato davvero. Certe cose si sentono. Dentro, più in fondo. È come quando a un banchetto mangi troppo e riesci a capire quale sarà la tartina o la cucchiaiata di cous-cous che ti condurrà all’indigestione.



Quella dell’amore come indigestione era una delle tante teorie sballate del neolaureato. Ma Gisella lo amava anche per questo, perché il mondo non le sembrava più così mediocre da quel venerdì di fine ottobre che l’aveva incontrato alla Feltrinelli di via Maqueda. Se l’avesse saputo, il professore avrebbe avuto un'altra stella d’orgoglio da appuntarsi in petto, Nino aveva trovato l’amore in libreria, dove lui stesso l’aveva mandato a cercarlo.



Nino se lo ricordava bene, il professore non aveva voluto insegnargli come si faceva un nodo scorsoio e lui, che già aveva difficoltà ad annodar cravatte, aveva desistito dal suo intento. Il professore però l’aveva spedito a comprare le poesie di Celan e lui l’aveva ascoltato.



E s’era laureato proprio con una tesi su Celan e, quando fu il momento di decidere che sentiero imboccare, scelse di tentare il dottorato di ricerca proprio grazie alla sua bella tesi. In quel venerdì d’ottobre doveva comprare due libri per il dottorato, i libri non erano arrivati ma trovò qualcosa di meglio: Gisella.

Quindi, con un'altra delle sue famose deduzioni sbilenche, Nino era giunto alla conclusione che Gisella gliel’aveva fatta conoscere il Professore. E si mise pure in testa che doveva andarlo a ringraziare.



Ci andò una mattina di settembre, con la barbetta rifilata a dovere e il ciuffo imbrigliato dal gel. Il professore lo accolse con un abbraccio.

L’appartamento del Prof. era colorato come un tramonto, tutti i toni caldi del mare al crepuscolo, quando la stella gialla si va a bagnare i filamenti di idrogeno a pelo d’acqua.

In quella casa Nino aveva passato tanti pomeriggi, intento a condire le sue filippiche con il sottofondo del pensiero e della pipa del professore.



- Nino, stavolta che cos’è? Che cos’è che ti avvampa il cuore? Se resterà anche una sola cosa di questo mio transito terrestre, vorrei che fosse avvolto dalla stessa luce che finalmente hai pure tu. - Ho trovato quello che cercavo da una vita. E ora tutto ce l’ha un senso. Tutte le notti a faccia a faccia col nulla, il sapore delle parole antiche che nessuno compone più, suona bene questa vita nuova, suona giusta. Solo che qui c'è qualcosa che attenta sempre alla nostra felicità, cercano di squagliarci i sogni nel loro acido di malinconia.

- Lo so. Sono quarant’anni che voglio mandare tutto all’aria e andare a scaldarmi le ossa in una spiaggia. Come fanno quelli che ce l’hanno il coraggio di cambiare davvero. Ma tutto quello che mi lega qui mi sembra sempre così precario, penso sempre che devo esserci. Devo esserci quando nascono i miei nipoti. Devo essere in fondo all’aula comunale quando cercano di dire che la mafia non esiste.

- Lo dicono ancora! È agghiacciante: arrestano un boss e qui fanno la fiaccolata per rilasciarlo. Perché era solo "un povero cristo", "uno che lavorava e faceva lavorare". E ora cercano il capo dei capi proprio sotto la strada che porta al liceo. C’è una certa ironia: chissà quante volte ho camminato sulla testa del Boss. E forse quell’anarchica della mia cagnolona gli ha pure cacato sulla pelata. Ma da dove viene tutta questa delusione? Cos’è che ci ha avvelenato il sangue e i fogli di tutti i nostri futuri calendari? I progetti si seccano presto. Per quanto puoi combattere come l’hidalgo di Cervantes? Di volare con la testa e col cuore nessuno ne ha più voglia. Lo sento: capiterà pure a me se non faccio qualcosa.



Il prof ascoltava e annuiva. Annuiva pure la sua pipa che faceva nuvolette che si spegnevano presto, come le promesse di un bambino che si è appena mangiato tutti i pan di stelle.

- Io non ci credo che tutti sono marci. Non è possibile. Nessuno può volere segarsi via le ali e dire addio al mondo e ai sogni. Qual è l’origine di tutto? Lei non può non saperlo. Ha speso tutta la vita per cercare di capire.

- Prima dimmi una cosa: hai mai provato l’abbandono?



Nino ci pensò su e poi disse un sì netto.



- E allora sai che è la sensazione peggiore che qualcuno possa sperimentare. Può condurre alla pazzia. Soprattutto perché chi abbandona lo fa sempre in modo subdolo. Non ti lascia intuire nulla, dall’oggi al domani ti ritrovi il letto vuoto e troppo grande. Dai amore e ricevi una coltellata da chi proprio non t’aspettavi e, ancora peggio, sei pronto a porgere ancora una volta il petto. Perché non puoi crederci, non vuoi crederci che chi ti ha detto tutte quelle belle parole che vibravano di forza e verità, spargeva nell'aria della notte solo minchiate orbe che t’hanno obnubilato l’autostima.

- Analisi perfetta…

- Già, l’ho provata mille e mille volte. Una piccola morte che ti taglia via, ti scaglia lontano dal tuo sorriso più bello. Ti toglie la speranza. E quando ti muore la speranza non puoi fare altro che aspettare. Al buio.

- E questo che c’entra con quello che sta accadendo a Bagheria? Perché lo sa che è vero: qualcosa sta accelerando il processo, la cancrena non si arresta…

- C’entra, eccome se c'entra. Bagheria, la Sicilia, i siciliani si sono sentiti abbandonati. Da sempre, dallo Stato, dai vari politici che hanno fatto incetta di voti e ci hanno lasciato soli. Sempre di più. Compriamo l’acqua per cucinare pure un tegamino di pasta. Ci mancano i servizi minimi. E il lavoro è un’utopia. E ora la precarietà a cui hanno consegnato il vostro futuro farà il resto. Il “posto” diventerà il vostro sogno proibito. Andrete avanti, per inerzia. Sentendovi sempre più abbandonati e inizierete a fare cose stupide. Guarda: ora sono gli emulatori dei lanciatori di sassi dal cavalcavia. Lanciano perché pensano che è l’unico modo per ricordare al mondo e al telegiornale che esiste pure l’isola triangolare. Che non deve esserci solo quando servono tutti e sessantuno i nostri seggi, o quando a qualcuno viene la fregola della crema al pistacchio.

- Ci hanno abbandonato tutti. Gli americani ci avevano detto che saremmo diventati una delle stelle della loro bandiera. Hanno preferito l’Alaska. E ho detto tutto. Una landa di ghiaccio perché qui c’erano troppi soldi in ballo. Le analisi si perdono, perché tra le coppole non si può mai muoversi senza temere di ricevere una schioppettata in piena faccia. O saltare in aria con tutta un’autostrada. Chi ha provato a lottare è andato a concimare la terra.

- Già, un giorno scriverò la mia "Antologia di Spoon River". Farò parlare loro, le anime dei morti, di quelli delusi e di quelli incazzati. Sono, siamo sempre di più...

mercoledì 24 agosto 2005

marco s'è trasferito su vibrisse

«Scrivo da quando ho dodici anni – anche se la mia prima esperienza di scrittura è stata con una Lettera 32 a undici anni (mi sono subito messo a scrivere un romanzo – non un racconto o una poesia o una riflessione: dico: proprio un romanzo; il che mi sembra molto significativo: sedersi davanti a una macchina per scrivere con l’intenzione di dare corpo a uno scritto lungo e articolato credo significhi più di tutto che non ci si è seduti lì per caso, ma per starci).

Non mi vergogno ad ammettere queste cose; so di persone che si vergognano ad ammetterle – e si inventano storie le più strampalate. Io no. Poi dico queste cose anche perché si capisca che la scrittura non è un’attività che ho cominciato in seguito alla lettura di qualche autore particolare (in effetti a undici anni non avevo ancora letto nessun libro di narrativa – anche se ero rimasto molto colpito dalle copertine dei libri di Agata Christie; osservavo le copertine e dai titoli cercavo di immaginarmi il contenuto del libro) o in seguito alla frequentazione di qualche autore particolare. Il mio è sempre stato e continua a essere un desiderio e un bisogno autentico.»



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