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martedì 27 marzo 2007

Andateve via...


Che ci fate ancora qui?




Cabaret BisanzioAndate al Cabaret Bisanzio, fondato nel lontano 2007...


Con o senza costume di piume, si esibiscono sul palcoscenico di Cabaret Bisanzio gli artisti:


Stefano Antonelli, Daniele Billitteri, Filippo Bologna, Roberto Chilosi, Wilmer Comin, Marco Di Porto, Vins Gallico, Edo Grandinetti, Luca Guerneri, Davide Guido, Nicolò La Rocca, Rossella Messina, Antonio Pagliaro, Angelo Petrella, Elisabetta Rubicone, Sauro Sandroni, Giorgio Tesen, Manuela Vittorelli.


Cabaret Bisanzio è un blog multiautore. Ogni cabarettista si esibisce sul palcoscenico senza che un regista o una redazione approvi. Anche perché Cabaret Bisanzio non ha un regista né una redazione.


Si accede al palcoscenico di Cabaret Bisanzio solo su invito diretto.

L’ingresso in sala è libero fino a esaurimento posti.

lunedì 5 marzo 2007

un marzo esplosivo

Fitto anche il calendario di questo mese per la Federazione BombaCarta. Rilanciamo la scaletta compilata dal presidente Antonio Spadaro.



giovedì 8: Laboratorio di Lettura,

via Tomacelli, 146 ore 19,30



sabato 10: presentazione "La verità bugiarda" di Raffaele Ibba,

con Andrea Monda, ex-chiesa di Santo Stefano ai Ferri, n. 3 Tivoli ROMA ore 18,30



martedì 13:
BombaCinema,

via Tomacelli, 146 ROMA ore 19,30



venerdì 16:
Evento "La Bellezza e l'Imperfetto".

Sala dei Piceni in piazza S.Salvatore in Lauro, Roma, ore 21



sabato 17:
spettacolo teatrale "In nome del Figlio" presso il Chris Cappell College, viale Antium 5, Anzio - ore 18



giovedì 29 - sabato 31:
convegno a Reggio Calabria sul tema "In principio era il racconto".

A rappresentare BombaSicilia saranno le due direttrici Maria Renda e Maura Gancitano.

domenica 4 marzo 2007

la nostra memoria



da "Il Manifesto", 3/3/2007 p. 14



saad eskander


Nelle acque del Tigri l'inchiostro di libri preziosi

La più importante biblioteca dell'Iraq è la principale fonte per le memorie storiche di tutte le comunità locali, sunniti, sciiti e kurdi. Gioca perciò un ruolo determinante nella formazione dell'identità nazionale Intervista al direttore dell'Iraqi National Library and Archives la cui collezione di libri, manoscritti, decreti imperiali, procedimenti giudiziari, giornali, mappe, foto attraversa la storia della terra mesopotamica



di Giuliano Battiston





Ancora qualche mese dopo l'ingresso dell'esercito statunitense a Baghdad, quanti si fossero avventurati tra i venditori di libri del mercato del venerdì di Al-Mutanabbi Street avrebbero potuto trovare testi preziosi, stampe antiche, mappe e documenti di grande valore storico. Nei giorni che seguirono la caduta del regime di Saddam Hussein, infatti, molte delle istituzioni culturali irachene vennero saccheggiate, distruggendo l'integrità di un ricchissimo patrimonio archeologico e culturale, già fortemente compromesso dalla politica del raìs e dagli effetti dell'embargo internazionale.



In quei giorni, a molti tornò in mente il saccheggio di Baghdad del 1258 per mano dei Mongoli, quando, si racconta, le acque del Tigri si colorarono di nero a causa dei tanti libri andati perduti. Di libri perduti, e della difficoltà di ricostruire un'identità nazionale ora frantumata e una società plurale ma coesa attraverso una generosa politica culturale ci parla in questa intervista il kurdo iracheno Saad Eskander, direttore dell'Iraqi National Library and Archives, la più importante biblioteca del paese, la cui collezione di libri, manoscritti, decreti imperiali, procedimenti giudiziari, giornali, mappe, foto e documenti attraversa la storia della terra mesopotamica, dall'era ottomana al periodo monarchico, da quello repubblicano sino ai giorni dell'aprile 2003, quando le acque del Tigri si sono colorate nuovamente del nero versato dall'inchiostro dei libri fatti naufragare.



Nella prima metà di aprile del 2003, molte istituzioni culturali irachene sono state saccheggiate e date alle fiamme, provocando quello che lei ha definito «un disastro nazionale al di là di ogni immaginazione». Cosa è successo all'Iraqi National Library and Archives, e quali perdite avete subìto?

Immediatamente dopo la caduta del regime di Saddam, alcune persone hanno dato fuoco al nostro edificio, portato via o distrutto quasi tutte le nostre apparecchiature e compromesso gravemente la collezione degli archivi. Qualche settimana dopo, altri saccheggiatori professionisti hanno rubato una parte della nostra collezione che era stata spostata presso l'ente statale per il Turismo, e hanno poi allagato il locale rompendo i tubi dell'acqua. In questo modo l'Iraqi National Library and Archives ha perso un'altra parte rilevante della sua collezione e, nel complesso, è andato perduto circa il sessanta per cento delle nostre collezioni d'archivio (specialmente i documenti del periodo repubblicano), e il venticinque per cento della collezione dei libri. Tra questi c'erano libri rari, mappe e foto, mentre quel che è rimasto si trovava in condizioni pessime.



Molti hanno criticato le forze di occupazione americane per non essere riuscite a prevenire o fermare il saccheggio. Non ritiene che fosse piuttosto irrealistico aspettarsi che dimostrassero un genuino interesse per il patrimonio culturale del suo paese?

È importante mantenere distinti i motivi in base ai quali è stato deciso di attaccare il regime di Saddam Hussein da un lato, e la politica di occupazione americana dall'altro. Secondo il mio punto di vista, le Forze della Coalizione hanno liberato l'Iraq da uno dei più brutali dittatori della storia, nella stessa maniera in cui gli Alleati hanno liberato l'Europa dal Nazismo e dal Fascismo. Dunque, io mi limito a criticare le politiche di occupazione dell'amministrazione americana, che sono state un disastro completo in molti settori, incluso quello culturale. Accuso gli americani per i danni inflitti al nostro patrimonio culturale, ma accuso anche il popolo iracheno. Nel discorso che ho tenuto a Londra nel 2004, ho sottolineato come sia stata proprio l'eredità di Saddam, che ha cambiato radicalmente il cuore, la mente e il comportamento di un gran numero di persone, a causare anche ciò che è successo a partire dall'indomani della caduta del regime.



A proposito dei saccheggi, l'ex segretario alla Difesa Rumsfeld ha sostenuto che fossero «una naturale e forse persino salutare espressione dell'ostilità verso il vecchio regime», mentre lei in diverse occasioni ha ricordato come siano stati, in parte, pianificati in precedenza. Secondo lei, cosa è realmente successo in quei giorni, e perché?

Non sono per niente d'accordo con Rumsfeld. Le persone che hanno attaccato il nostro istituto possono essere divise in tre diversi gruppi, il primo dei quali è formato da saccheggiatori «comuni», che hanno portato via le nostre apparecchiature e il mobilio. Il secondo gruppo, formato da ladri professionisti, responsabili del furto di libri rari e documenti storicamente importanti, aveva invece come obiettivo la vendita dei nostri libri e dei documenti, anche fuori dal paese. L'ultimo gruppo è costituito dai fedeli di Saddam, i quali hanno dato fuoco alle collezioni dell'Archivio repubblicano temendo che vi si potessero trovare documenti che avrebbero potuto incriminare i leader del vecchio regime.



Nel discorso tenuto a Londra nel 2004, lei ha criticato molte istituzioni internazionali, tra cui la Federazione Internazionale delle Associazioni delle Biblioteche e il Consiglio Internazionale degli Archivi, oltre al governo degli Stati Uniti e all'Unesco, per non avere dato seguito con interventi efficaci e progetti concreti alle promesse di aiuto e finanziamento per la ricostruzione del suo istituto. Oggi, la situazione è migliorata?

Non abbiamo ancora nessun contatto con la Federazione Internazionale delle Associazioni delle Biblioteche, a causa soprattutto della Francia, che invece di aiutarci ha dato luogo a una campagna rivolta a screditarmi. Il nostro rapporto con il Consiglio internazionale degli Archivi invece è buono, ma a causa della mancanza di fondi non possiamo beneficiarne realmente. Si dovrebbe invece distinguere tra i rappresentanti dell'Unesco che lavorano sul terreno (per esempio a Baghdad) e i burocrati che lavorano a Parigi e a Amman: i primi hanno fatto di tutto per darci una mano, mentre la burocrazia e il lassismo dei secondi hanno impedito che potessimo usufruire compiutamente dell'assistenza internazionale. D'altro canto, abbiamo relazioni molto produttive con diversi governi e organizzazioni, in particolare con i governi dell'Italia e della Repubblica ceca. La British Library ci ha inviato copie dei suoi microfilm e ha preparato una campagna di donazione-libri per aiutarci a colmare le gravi lacune delle nostre collezioni, mentre dopo la mia visita a Washington dello scorso ottobre, è migliorato anche il rapporto con la Library of Congress degli Stati Uniti.



Può raccontarci qualcosa sulle difficoltà del vostro lavoro quotidiano e dirci quali sono le sue considerazioni sul futuro dell'Iraqi National Library and Archives, una istituzione che secondo le sue speranze dovrebbe giocare un ruolo importante nella formazione dell'identità nazionale?

Per me e per il mio staff è estremamente difficile lavorare in maniera «ordinata». Molte strade e molti ponti sono spesso bloccati, la presenza di decine di checkpoint causa ogni giorno un traffico infernale, i nostri autisti si rifiutano di andare nei quartieri pericolosi e, soprattutto, siamo sempre sottoposti alla minaccia di attacchi con macchine-bomba, assassinii, rapimenti. Tutto ciò, ovviamente, influisce in maniera molto pesante, e negativa, sul nostro lavoro quotidiano. Sono stato molto ottimista, ma la situazione relativa alla sicurezza diventa peggiore ogni minuto che passa, e oggi sono convinto che per uscire dal caos in cui viviamo dovremo pagare un prezzo ancora più alto di quello che già abbiamo pagato: tre milioni di persone hanno lasciato il paese dal collasso della dittatura e migliaia di civili innocenti hanno perso la vita. Spero sinceramente che venga al più presto organizzato un nuovo piano di riconciliazione nazionale in grado di riunire tutti i partiti iracheni, poiché solo la pace e la stabilità ci permetterà di adempiere ai nostri doveri e di svolgere il nostro ruolo culturale. L'Iraqi National Library and Archives è la sola istituzione che documenti i risultati culturali e scientifici dell'Iraq, senza riguardo a considerazioni di ordine religioso o etnico, e rappresenta la principale fonte per le memorie storiche di tutte le comunità locali, sunniti, sciiti e kurdi. È per questo che il nostro istituto potrà giocare un ruolo determinante nella formazione di una vera identità nazionale e di una vera cittadinanza.



Dovendo fare i conti con l'occupazione militare, con le sfide per la sopravvivenza e con la possibilità di una guerra civile, quali sono le attuali condizioni materiali e organizzative della comunità accademica e intellettuale irachena, e cosa risponde a quanti sostengono che i problemi culturali non necessitano di interventi urgenti?

A causa del terrorismo e dell'eredità distruttiva del precedente, brutale regime, migliaia di intellettuali iracheni sono stati costretti ad abbandonare il paese, il che ha indebolito considerevolmente la nostra comunità intellettuale e accademica, rendendola in parte soggiogata allo Stato. A seguito dell'intervento delle Forze della Coalizione, gli attacchi terroristici e la violenza comune hanno costretto un gran numero di quegli intellettuali sopravvissuti alla repressione del regime a lasciare il paese. Questo significa che la gran parte della comunità intellettuale oggi vive fuori dai nostri confini. I Baathisti e i fondamentalisti, poi, hanno preso di mira la classe altamente scolarizzata, guardando ad essa come a un ostacolo che impediva l'imposizione della loro egemonia ideologica. Ritengo che lo stato di guerra civile nel quale si trova Baghdad a partire dall'inizio del 2006 sia dovuto in parte anche al vacuum culturale creato dalla caduta del vecchio regime, il quale ha dominato ogni aspetto della vita degli iracheni per tre decenni, e dunque è naturale che la sua improvvisa caduta abbia prodotto un vuoto sociale, politico e culturale. Era chiaro, dunque, che il nuovo processo politico cominciato nel luglio 2003 avesse bisogno urgentemente di approdare a una normalizzazione culturale. In altre parole, il processo politico ha determinato cambiamenti sostanziali «in alto» (lo stato), mentre il processo culturale avrebbe dovuto determinare i necessari cambiamenti «in basso» (la società); ma, data la mancanza di armonia tra questi due livelli e l'assenza di una normalizzazione culturale, alcuni disgraziati «valori» culturali stranieri hanno cominciato a riempire rapidamente quel vuoto che si sono trovati di fronte. Da un punto di vista culturale, oggi in Iraq i valori dominati sono quelli mutuati dai paesi vicini.



Sin dall'Ordine numero 1 dell'Autorità provvisoria della Coalizione relativo alla «De-Baathificazione della società irachena», gli statunitensi sembrano aver ritenuto che la maniera migliore per prevenire il ristabilirsi delle strutture autoritarie risiedesse semplicemente nell'eliminazione dei Baathisti dalle cariche pubbliche. Non pensa che l'Autorità provvisoria prima, e il governo iracheno poi, avrebbero dovuto prestare attenzione anche alla formazione e al rafforzamento di quelle istituzioni che, come l'Iraqi National Library and Archives, sono deputate a rinforzare la società civile irachena?

Sono abbastanza d'accordo con lei. La de-baathificazione è stata una misura necessaria, così come la de-nazificazione e la de-fascistizzazione sono state misure vitali per la Germania e per l'Italia. Ma focalizzare tutti gli sforzi soltanto su questo processo di de-baathificazione, e nel contempo ignorare completamente il pericolo del fondamentalismo, secondo me è stato l'errore più grossolano commesso dall'Autorità provvisoria; così come lo è stato concentrarsi sulla costruzione di un nuovo ordine politico senza ricostruire una nuova cultura e consolidare una vera società civile. Assicurare i bisogni culturali del paese era l'ultima delle preoccupazioni dell'Autorità provvisoria, ma anche i governi iracheni che ne hanno preso il posto hanno ignorato la ricostruzione delle infrastrutture culturali irachene. Ogni governo accampa le sue giustificazioni al mancato supporto di una cultura progressista e illuminata, ma il nostro paese ne ha disperatamente bisogno per superare le barriere tra le comunità e la sfiducia reciproca.



Come è stato sottolineato in un articolo del Guardian, «in un paese dove la storia recente rimane aspramente disputata, la ricostruzione della biblioteca e dell'archivio nazionale diventa una operazione che necessita di una particolare sensibilità, anche politica». Lei come riesce a districarsi nella situazione politica irachena?

È stato estremamente difficile per i liberali che lavorano nei diversi dipartimenti governativi, specialmente nei ministeri della cultura e dell'educazione, svolgere il loro lavoro: hanno dovuto far fronte a molti ostacoli «innaturali», e devono tuttora superare quegli impedimenti messi deliberatamente sulla loro strada da alcune persone che stanno ai piani alti della gerarchia politica irachena. Noi ricorriamo a tutte le manovre possibili per trasformare le nostre idee in azioni e per dare seguito ai nostri programmi di modernizzazione, e questo spiega ad esempio perché io faccia affidamento sull'assistenza straniera per modernizzare l'Iraqi National Library and Archives: senza un supporto esterno non avrei potuto ricostruire l'istituto e riaprirlo agli studiosi iracheni e agli allievi dell'Università.

giovedì 1 marzo 2007

Il senso delle nuvole

Riceviamo e pubblichiamo da Alessandro Carbone di www.readingcircus.it



Mi fregio di appalarvi con una iniziativa personale alla quale spero presenzierete



reading circus"IL SENSO DELLE NUVOLE"



DOMENICA 11 Marzo


ore 22

al BEBA DO SAMBA

Via dei Messapi 8 (San Lorenzo, Roma)



A volte le storie prendono forme diverse, i personaggi, gli ambienti, le situazioni vivono cambiamenti improvvisi, senza una precisa direzione.

7 storie per 7 cieli, 7 nuovi racconti di Alessandro Carbone che fotografano la vita quotidiana, quella fatta di piccoli tradimenti, di mattinate lente, di incomprensioni o semplicemente la vita di persone che hanno avuto anche solo per un attimo la testa tra le nuvole.








Le letture sono accompagnate dalle improvvisazioni musicali di Stefano Lenci (piano), Fabio Maglione (batteria), Leonardo Spinedi (violino) e Lucio Villani (contrabbasso).

storie di eroi della sopravvivenza

“NENIO”

&

“TANA PER LA BAMBINA CON I CAPELLI A OMBRELLONE”

 

storie di eroi della sopravvivenza



ALTRI due titoli in uscita per vibrisselibri



 

Seconda accoppiata di uscite per vibrisselibri, il progetto editoriale “anfibio” nato nel giugno scorso da un’idea di Giulio Mozzi. Dopo la pubblicazione del saggio di Demetrio Paolin  “Una tragedia negata” e del romanzo di Andrea Comotti “L’organigramma”, due sguardi da due diversi punti vista sugli anni di piombo, ecco “Nenio” di Eugenio De Medio, e “Tana per la bambina coi capelli a ombrellone”, di Monica Viola. Entrambi rientrano nella collana di narrativa Sans papier.



Anche in questo caso la scelta editoriale è stata quella di affrontare un tema utilizzando la doppia visione. Argomenti crudi e delicati, sensibili e nello stesso tempo coriacei, quali la difficile età dell’adolescenza e le sue violazioni, la necessità di essere amati e l’amore che diventa molesto, il passaggio alla maturità e l’umana necessità di ricostruirsi, perché la vita deve andare avanti. Storie di eroi della sopravvivenza, costretti a reinventarsi per ritrovarsi.



Il tema unico e la duplice declinazione permette una riflessione approfondita su contenuti in qualche modo “fuori norma”, così come “fuori norma” è la collocazione di vibrisselibri, in un’area intermedia tra l’editoria “industriale” e gli editori medio-piccoli, utilizzando il web per dare voce a testi di valore, pur nella ferma convizione che i “veri” libri sono quelli cartacei.

 

 

I due testi sono scaricabili gratuitamente dal sito www.vibrisselibri.net


 

martedì 20 febbraio 2007

Tutti esplosi. Le trame di Opìfice

Riceviamo e con molta gioia rilanciamo



opicificeDopo un anno di gestazione, ritocchi e sistemate, arriva finalmente in libreria per i tipi della Giulio Perrone Editore la prima antologia di racconti curata dal Gruppo Opìfice: "Tutti esplosi. Le trame di Opìfice" (prefazione di Massimo Carlotto)




Tutti esplosi. Le trame di Opìfice

Giulio Perrone Editore

a cura del Gruppo Opìfice

prefazione di Massimo Carlotto

fumetti di Luca Congia

illustrazioni di Alberto Cordeddu




Come scrive Massimo Carlotto nella sua prefazione al volume: “Le trame di Opìfice rappresentano una felice eccezione: leggere questo libro non solo è piacevole e interessante ma permette il confronto con scritture e temi non usuali nel panorama letterario italiano”. Il Centro Studi Opìfice di Cagliari, fucina di talenti e motore della vita letteraria sarda, e non solo, ha raccolto le prove più sorprendenti di scrittori di varie generazioni e differente formazione: dalla scrittrice nuorese più volte candidata al nobel per la letteratura, Giovanna Mulas, al direttore di banca che fa corsi di public speaking. Il risultato è un’antologia di racconti in cui si cristallizza la vita, nelle sue molteplici declinazioni, si dipana la storia di molteplici protagonisti, con la cadenza di una scrittura incalzante e ritmata, sperimentale e accattivante.



Autori presenti: Giovanna Mulas, Maria Luisa Fascì, Davide Riccio, Tommaso Chimenti, Flavia Piccinni,  Enrico Pietrangeli, Piero Buscemi, Grazia Maria Scardaci, Maurizio Pupi Bracali, Fabio Medda, Gennaro Livicuri, Maria Brunelli, Mattia Piano, Fabrizio Ulivieri, Francesco Massinelli, Stefano Baccolini, Teresa Regna, Decimo Cirenaica, Fiorenza Licitra, Claudio Ughetto, Aventino Loi, Umberto Bertani, Piero Buscemi, Matteo Pazzi.



Ufficio Stampa Centro Studi Opìfice

Giovanni Curreli

Via A. Einstein, 26 - 09126 Cagliari

ufficiostampa@opifice.it

cell. 340-0778698




***



Il 22 febbraio 2007 inizia -dal Manàmanà Café di Cagliari- il fantasmagorico Tutti esplosi (mini) TOUR:  saremo a Cagliari, Quartu Sant'Elena (CA), Capoterra (CA), Sassari, Alghero (SS), Macomer (SS), Oristano, Roma, Latina, Bologna, Firenze, Catania, Torino e Milano. E forse anche a Kiev!

martedì 12 dicembre 2006

Montevideo, de Jorge Luis Borges

       

    Resbalo por tu tarde como el cansancio por la piedad de un declive.

    La noche nueva es como un ala sobre tus azoteas.

    Eres el Buenos Aires que tuvimos, el que en los años se alejó quietamente.

    Eres nuestra y fiestera, como la estrella que duplican las aguas.

    Puerta falsa en el tiempo, tus calles miran al pasado más leve.

    Claror de donde la mañana nos llega, sobre las dulces aguas turbias.

    Antes de iluminar mi celosía tu bajo sol bienaventura tus quintas.

    Ciudad que se oye como un verso.

    Calles con luz de patio.



Scivolo per la tua sera come la stanchezza per la pietà di un declivio.

La notte nuova è come un'ala sopra i tuoi terrazzi.

Sei la Buenos Aires che avemmo , quella che negli anni si allontanò, quietamente.

Sei nostra e festosa, come la stella che le acque raddoppiano.

Porta finta nel tempo, le tue strade guardano il passato più lieve.

Chiarore da dove ci arriva il mattino, sopra le dolci acque torbide.

Prima di illuminare la mia persiana, il tuo basso sole rende felici le tue ville.

Città che si ascolta come un verso.

Strade con luce di patio.

giovedì 2 novembre 2006

La freschezza più cara

«VIVE IN FONDO ALLE COSE LA FRESCHEZZA PIÙ CARA». La poesia di Gerard M. Hopkins

di Antonio Spadaro



La poesia di G. M. Hopkins è un «piccolo pacco d'esplosivo ad alto potenziale» (A. Bertolucci). Ecco alcune domande che si levano dalla sua opera: A che cosa serve la bellezza mortale? Come salvare la bellezza dallo svanire lontano? L'uomo è in attesa di un compimento e vive del desiderio che la primavera pervada l'essere, rendendo giustizia al suo destino, che è dayspring, alba, momento iniziale e sorgivo del giorno, promessa di pienezza. Per chi è toccato dalla Grazia, la bellezza è sempre un filo di Arianna che permette di giungere alla freschezza più cara che vive in fondo alle cose. Il principio primo della poesia hopkinsiana è che ogni bellezza, anche quella mortale, appartiene a Cristo.  



© La Civiltà Cattolica 2006 IV 234-247

martedì 31 ottobre 2006

Nel territorio del diavolo

A cinque anni feci un'esperienza che mi ha segnato per il resto della vita. "Pathé News" aveva inviato un fotografo da New York a Savannah a ritrarre uno dei miei polli. Questo pollo, un Bantam marrone chiaro della Cocincina, aveva la particolarità di riuscire a camminare sia in avanti sia all'indietro. La sua fama aveva fatto il giro dei giornali e quando giunse all'attenzione di "Pathé News", ormai non aveva più via di scampo: né avanti né indietro. Poco dopo morì, e non c'è da stupirsene.

Se introduco con questo aneddoto un articolo sui pavoni, è perché mi viene sempre fatta la stessa domanda: come mai li allevo. E non ho ancora trovato una risposta breve o sensata.

Dal giorno dell'inviato di "Pathé" ho cominciato a collezionare polli. Quello che era un vago interesse si tramutò in passione, in ricerca. Dovevo avere sempre più polli. I miei preferiti erano quelli con un occhio verde e uno arancione, o con il collo troppo lungo e la cresta deforme. Ne avrei voluto uno con tre zampe o tre ali, ma non mi è mai capitato niente del genere. Avevo meditato a lungo sulla foto, tratta da Believe It or Not di Robert Ripley, di un gallo sopravvissuto per trenta giorni senza testa, ma non ero portata per le scienze. Sapevo cucire bene e iniziai a confezionare abiti per polli. Un Bantam grigio di nome Colonnello Eggbert sfilava in cappotto di piqué bianco, con collo in trine e due bottoni sul dorso. A quanto pare, "Pathé News" non ebbe mai notizia di questi altri miei polli: non si sono mai visti altri fotografi.



© 2003 minimum fax Editore



Il libro

Nel territorio del diavolo. Sul mistero di scrivere di Flannery O'Connor

A cura di Robert e Sally Fitzgerald

Edizione italiana a cura di Ottavio Fatica

Prefazione di Christian Raimo

150 pag., Euro 7.50 - Edizioni Minimum Fax

ISBN 88-87765-74-X



L'autrice


Flannery O'Connor (1925-1964) ha scritto due romanzi, La saggezza nel sangue e Il cielo è dei violenti, ma è soprattutto celebre per i suoi racconti che l'hanno consacrata come una delle voci più rappresentative, insieme a William Faulkner, della letteratura del Sud degli Stati Uniti. Di recente è stato pubblicato l'epistolario Sola a presidiare la fortezza.



Per approfondire:


composto dai seguenti saggi:

venerdì 6 ottobre 2006

Cronaca del Matto Affogato

di Roberto Alajmo

(fonte Rosalio.it)



Ora io non so se ho aperto un vaso di pandora da cui si scatenerà un sabba di minchiate internettiane o se, più probabilmente, rimarrò in attesa di qualche post che non arriva, come uno scrittore rimasto solo in libreria, seduto dietro a una scrivania, in mezzo a due pile di libri da autografare che nessuno è interessato a comprare. L’immagine-incubo di chiunque abbia mai pubblicato un romanzo.



Il fatto è che da ieri sul mio blog si trova il primo capitolo del nuovo romanzo (link diretto, pdf 81 Kb). Il romanzo che ho cominciato da qualche mese e sto ancora scrivendo. L’idea è quella di offrire il corpo del mio libro in pasto ai lettori e fare una sorta di editing pubblico, sulla scorta delle osservazioni che chiunque lascerà fra i commenti. Non ci sono censure: valgono anche gli insulti.



Il romanzo si intitola (per il momento) “Cronaca del Matto Affogato”. C’entra il gioco degli scacchi, ma non è fondamentale; piuttosto c’entra Palermo. Il protagonista è, credo, un carattere palermitano dalle molte incarnazioni, il cui prototipo è Cagliostro. L’avventuriero che tende a vivere al di sopra delle sue possibilità. Il primo capitolo è un primissimo piano sui suoi pensieri: si capisce che si trova di fronte a un pubblico e si capisce che quel pubblico si aspetta di vederlo morire in maniera spettacolare. Resta da stabilire come c’è arrivato, fino a quel punto, e come riuscirà a cavarsela.



Malgrado una certa cattiva fama, se fatto bene l’editing è un lavoro cruciale, per uno scrittore. È il momento in cui lui stesso si rende conto di ciò che ha scritto. Risultato possibile solo se altri occhi, oltre ai suoi, si posano sul mucchietto di parole che ha messo assieme. Riflettendoci, davvero: non so se questa di mettere il romanzo a repentaglio sul web sia una buona idea. Però sul momento mi è parsa originale, e l’ho fatto. Se andrà male sarò sempre in tempo a toglierlo. Staremo a vedere. Anche su questo, si accettano suggerimenti.

giovedì 5 ottobre 2006

SCRITTURA CREATIVA ED «ESERCIZI SPIRITUALI»

di ANTONIO SPADARO S.I.

© La Civiltà Cattolica 2006 IV 20-33 quaderno 3751



Gli scaffali delle librerie sono ricchi di manuali di scrittura creativa(1). Cominciano ad apparire anche raccolte di testimonianze di scrittori o antologie di loro saggi e diari utili per coloro che intendono imparare a scrivere poesia o un racconto o un romanzo. La domanda che poniamo al lettore all’inizio di queste pagine è la seguente: gli scrittori mistici possono essere assunti, proprio per il loro stile, il loro linguaggio, come guida all’espressione creativa per poeti e narratori?



Ogni spiritualità cristiana non è soltanto un modo di pregare, ma anche un modo di vedere la realtà e di essere al mondo: essa dà «forma» a una vita umana e le conferisce una particolare sensibilità, che si proietta anche in un certo stile di vita. In concreto, chi si riconosce in una via spirituale (benedettina, carmelitana, ignaziana…) non solo vive la sua fede, ma anche la propria esperienza di vita alla luce di un carisma particolare, coinvolgendo anche gli aspetti ordinari dell’esistenza. Sulla base di questa semplice considerazione, in un nostro precedente articolo avevamo affermato che esistono spiritualità cristiane che hanno una ricaduta specifica anche a livello della lettura di un testo letterario(2). In particolare, abbiamo già illustrato il modo peculiare di «lettura letteraria» generato della spiritualità degli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio di Loyola.



Esperienza mistica ed espressione creativa



In queste pagine ci soffermeremo sull’esperienza di scrittura che ha generato gli Esercizi ignaziani, chiedendoci se essa possa dare indicazioni utili a uno scrittore. Cercheremo così di segnalare alcuni spunti interessanti per coloro che desiderano imparare a esprimersi in maniera creativa, consapevoli del fatto che «il divino soffio dello Spirito creatore s’incontra con il genio dell’uomo e ne stimola la capacità creativa»(3).



Grandi autori spirituali sono stati anche grandi scrittori, ad esempio gli innografi cristiani(4). Come non pensare poi alla scrittura di Caterina da Siena, di Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, mistici ampiamente studiati anche come scrittori. Scoprire poi le assonanze e le affinità fra i grandi mistici e gli scrittori sarebbe un lavoro complesso quanto affascinante. Qui però occorre notare la differenza semplice e radicale tra il mistico e il poeta. Il carattere proprio dell’esperienza poetica è di essere comunicabile. Non si è poeti soltanto per se stessi, ma per un lettore, esplicito o implicito. Il poeta ha il dono di rendere le parole capaci di una comunicazione che ci fa accedere alla sua esperienza. Del mistico invece si deve dire ciò che il grande filologo padre Giovanni Pozzi scrisse di Maria Maddalena de’ Pazzi: «Il suo parlare ignora l’interlocutore umano; parlando ad alta voce, lei non trasmette minimamente informazioni per ascoltatori né immediati né mediati. Perciò il lettore, leggendo le sue pagine, deve sapere che Maria Maddalena non si rivolge mai a lui»(5). A sua volta Giovanni Getto così commenta la scrittura di Caterina da Siena: «Essa conserva nei momenti più ispirati tutta la forza nativa con cui si genera. Un suggestivo senso di movimento viene prodotto da alcuni bellissimi anacoluti, nei quali lo spezzarsi della costruzione contribuisce a creare un’atmosfera vibrata, che è autentica immagine dell’appassionata meditazione della santa»(6). Ma gli esempi sono numerosi, e lo studio della scrittura delle mistiche e dei mistici è ormai molto diffuso(7).



Eppure si intuisce una strada: quella che considera questa scrittura «selvaggia» come guida alla scrittura creativa. Persino Veronica Giuliani — scarsamente alfabetizzata, che scrive perché costretta, e a cui si vieta di rileggere ciò che ha scritto — stimola alla riflessione. La sua competenza linguistica coincide quasi con la pura oralità: ortografia sballata, mancanza di punteggiatura, incapacità di dividere le parole, brachilogie sintattiche, anacoluti...(8). Veronica si rende conto che l’«amore operante in un’anima, opera cose che fanno impazzire. Queste pazzie raccontare non si possono; tuttociò che dico parmi che mi faccia affatto ammutolire. Niente dico di quel che provo; tacendo dirò tutto; dicendo non dico niente»(9). Non è questa una travolgente esperienza di scrittura, sebbene sotto la cifra dell’oralità?



In alcuni casi conosciamo bene le relazioni profonde tra scrittori e mistici: tra Petrarca e Agostino (si pensi al Secretum[10]) o tra Federigo Tozzi e Caterina da Siena, e persino lo spunto che Teresa d’Avila diede a Raymond Carter(11). Non si contano le versioni musicali e le composizioni ispirate dai versi di Giovanni della Croce. Teniamo sullo sfondo l’amplissimo tema dei rapporti tra scrittura biblica e letteratura, sui quali la bibliografia è ampia(12). All’interno di questo compito, dunque, si potrebbe provare a comprendere se e come gli scrittori mistici possano essere assunti, proprio per il loro stile, il loro linguaggio e soprattutto per il loro specifico approccio all’esperienza dello scrivere, come guida all’espressione creativa per poeti e narratori.



Qui cercheremo di comprendere quale tipo di esperienza creativa possa essere generata dagli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio di Lodola(13). Procederemo descrivendo il carattere peculiare del testo degli Esercizi e l’esperienza ignaziana di scrittura, cioè l’«attività creatrice che diede vita a quei foglietti che a poco a poco si organizzeranno in “documenti ed esercizi”»(14).



Un testo a raccordi



Innanzitutto occorre precisare che siamo di fronte a un testo di spiritualità alquanto singolare, in quanto esso non prevede la lettura continua. Gli Esercizi sono una guida all’esperienza spirituale, utile innanzitutto a colui che aiuta e accompagna una persona che intende compiere un itinerario interiore alla scoperta della volontà di Dio sulla propria vita. Non un insieme di elevazioni a firma dell’autore, dunque: in brevi ma dense note gli Esercizi indicano un itinerario spirituale, che è stato vissuto da chi li ha scritti. Essi però non risolvono in se stessi l’esperienza spirituale e, perciò, non intendono affatto dire tutto. Non sono il racconto dell’esperienza del santo. Anzi, non sono affatto una «narrazione», né una espressione lirica, ma una «guida», che prevede un interlocutore: innanzitutto chi dà gli esercizi e chi li riceve.



L’interlocuzione degli Esercizi, in realtà, è molto complessa e avviene a parecchi livelli. Lo ha compreso molto bene il semiologo francese Roland Barthes(15). Al di là di alcune prese di posizione che rivelano una incomprensione del significato dell’esperienza spirituale, Barthes invita correttamente a scorgere nel testo degli Esercizi quattro tipi di «testo» o, potremmo dire meglio, di rapporto comunicativo. Li illustriamo in estrema sintesi. Il testo scritto da Ignazio è destinato a chi dà gli esercizi, alla guida. È questo il primo «testo». La guida poi elabora un suo testo che rivolge all’esercitante in un rapporto diretto e adattato alla peculiare personalità dell’altro: è il secondo «testo». A sua volta poi l’esercitante nel suo esercizio spirituale si rivolge a Dio nel linguaggio della preghiera, che costituisce il terzo «testo». Ignazio paragona questo rapporto di comunicazione linguistica a quello che intercorre tra due amici, o tra un servo e il suo padrone: así como un amigo habla a otro, o un siervo a su señor (cfr Es, n. 54). Infine c’è un quarto «testo», ben più difficile da isolare: qui è Dio che risponde all’esercitante o che lo mueve y atrae, cioè lo stimola e lo attrae a sé (Es, n. 175)(16).



Come si nota già da questa descrizione estremamente sintetica dei quattro «testi», gli Esercizi sono una struttura di interlocuzione a raccordi, in cui ogni «attore» riceve e trasmette(17). In questo senso si distinguono nettamente dalle pagine di Caterina da Siena, Veronica Giuliani, Maria Maddalena de’ Pazzi o di Giovanni della Croce. Non sono la narrazione di un’esperienza, ma uno stimolo perchè essa sia vissuta dall’esercitante.



Ogni livello di testo degli Esercizi genera linguaggio creativo. Noi ci soffermeremo principalmente sul primo, cioè quello che è scritto da Ignazio, perché qui egli rivela la sua personale esperienza di scrittura. Il secondo testo genera dialogo, il terzo preghiera, il quarto ispirazione. In particolare il terzo testo è centrato sulla creatività dell’esercitante, cioè del lettore, che è sempre anche un attore(18).



Il linguaggio dell’esperienza



Soffermiamoci sul primo testo con un esempio: quando è il momento di contemplare un mistero della vita di Gesù (i re magi, la conversione della Maddalena, i misteri compiuti sulla croce, le singole apparizioni dopo la resurrezione…), Ignazio non si ferma a raccontare la scena con la ricchezza delle immagini e del linguaggio. Al contrario, sintetizza quel mistero in poche battute, cioè in tre «punti», che ne rivelano la densità e aprono lo spirito alla visione personale. Sono i punti che colui che dà gli esercizi offrirà all’esercitante, a cui spetta — come ben ha intuito Italo Calvino — il compito di «dipingere lui stesso sulle pareti della sua mente degli affreschi gremiti di figure, partendo dalle sollecitazioni che la sua immaginazione visiva riesce a estrarre da un enunciato teologico o da un laconico versetto dei Vangeli»(19). La scrittura di Ignazio non tende a esaurire. Essa è affilata, precisa, ma secca, asciutta, capace più di evocare che di definire ed esaurire la possibilità di immaginare.



Il fine degli Esercizi non è di produrre una conoscenza più esatta della storia di Gesù, ma il coinvolgimento pieno dell’esercitante in quella storia. Molto dunque dev’essere lasciato a ciò che se puede meditar piamente (Es, n. 54), cioè alla libera ricostruzione. Ignazio prevede la libertà creativa di vedere, ad esempio, se la via da Nazareth a Betlemme sia «pianeggiante o se attraversa valli o alture», e se «il luogo o grotta della natività […] sia grande o piccolo, basso o alto» (Es, n. 112). Ciò che a Ignazio interessa è il narrar fielmente la historia in modo che la persona che contempla tenga presente el fundamento verdadero de la historia (Es, n. 2). Il facile spagnolo di queste affermazioni fa comprendere come la fedeltà alla storia non si opponga affatto alla meditazione «pia», e dunque libera di ricostruire creativamente. Anzi, ne è il suo necessario presupposto.



Lo aveva compreso perfettamente la scrittrice Marguerite Yourcenar, la quale nel suo taccuino di appunti scriveva, a proposito del suo capolavoro Memorie di Adriano ambientato nel II secolo d.C.: «Le regole del gioco: imparare tutto, leggere tutto, informarsi di tutto e, al tempo stesso, applicare al proprio fine gli esercizi di Ignazio di Loyola»(20). Questo metodo si condensa nell’espressione: como si presente me hallase, cioè «come se mi trovassi lì presente» (Es, n. 114). E infatti prosegue la Yourcenar: «Perseguire l’attualità dei fatti, cercare di rendere a quei volti la loro mobilità, l’agilità della cosa viva. […] eliminare finché è possibile tutte le idee, i sentimenti che si sono accumulati, strato su strato, tra quegli esseri e noi»(21). Il linguaggio della narrativa è, in questo senso, il linguaggio dell’esperienza.



Il testo è una porta di ingresso



Gli Esercizi ignaziani dunque possono suggerire una forma di scrittura dove l’espressione è essenziale, a tratti anche scabra, minimalista o, meglio, precisa. La precisione ignaziana elimina ogni situazione astratta, rarefatta o sentimentale. Ciò che va meditato deve essere visto, sentito, toccato, anche se con i sensi spirituali e con l’immaginazione. Il mistero non è mai evanescente, ma sempre storico e concreto. Ha commentato in maniera pertinente Italo Calvino: «L’idea che il Dio di Mosè non tollerasse d’essere rappresentato in immagine sembra non sfiorare mai Ignacio de Loyola. Al contrario, si direbbe che egli rivendichi per ogni cristiano la grandiosa dote visionaria di Dante e di Michelangelo – senza neppure il freno che Dante si sente in dovere di mettere alla propria immaginazione figurale di fronte alle supreme visioni celesti del Paradiso»(22).



Il sentimento legato alla rappresentazione dei misteri di Gesù non è mai espresso. Ignazio usa il sentimento in maniera straordinariamente parca ed essenziale. Il dolore per Gesù crocifisso non va descritto, né dev’essere esaurito dalla prosa dello scrittore. Occorre invece presentare e descrivere il mistero storico, cioè il fatto, perché il sentimento nasca nel cuore dell’esercitante: «Non c’è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al punto giusto», aveva scritto Maupassant. La scrittura ignaziana mette in fila le parole giuste, le immagini precise, ma anche la punteggiatura più efficace e adeguata.



Il testo dunque è una porta di ingresso nella storia narrata. Sovraccaricare il lettore di dettagli significherebbe esaurire lo spazio della sua immaginazione, limitarlo. Il coinvolgimento è la condizione perché la lettura si faccia esperienza e metta in gioco «le facoltà immaginative e percettive del lettore, al fine di fargli aggiustare e differenziare la sua messa a fuoco»(23). È necessario uno spazio vuoto, che il lettore cerca di riempire per una buona continuazione della lettura. Questi spazi vuoti, il non detto, le lacune, le reticenze dunque ostacolano la continuazione e, nello stesso tempo, stimolano il processo di costruzione delle immagini. I testi letterari non possono avere la determinatezza degli oggetti reali e, anzi, è proprio tale indeterminatezza che consente al testo di comunicare col lettore.



Ignazio di Loyola ha scritto un testo per leggere il quale occorre in realtà «esercitarsi». Per questo il suo autore spiega il titolo stabilendo un parallelo con gli esercizi fisici. Egli precisa: «Come il passeggiare, il camminare e il correre sono esercizi corporali, analogamente si chiamano esercizi spirituali i vari modi di preparare e disporre l’anima…» (Es, n. 1). Ogni lettura così può diventare una performance. Ignazio non descrive l’esperienza degli Esercizi, ma la introduce, la orienta, la stimola, ne suggerisce le condizioni.



Scrittura e biografia



Ignazio scrive secondo criteri precisi. La scrittura degli Esercizi non è narrativa, ampia, fluviale; non è neanche lirica o ermetica. L’origine è carismatica e, dunque, biografica: il testo è la traduzione in metodo del suo cammino spirituale. Tra testo e biografia, in realtà, c’è un rapporto stretto. Tuttavia non è la sua pura e semplice trascrizione narrativa. Ignazio accettò — e non senza resistenze e con molte interruzioni — di raccontare la sua vita in terza persona, ma non di scriverla di proprio pugno(24). A trascrivere il suo racconto fu un compagno gesuita portoghese, Luis Gonçalves da Câmara. Per questo l’Autobiografia ignaziana è uno strumento molto importante per comprendere gli Esercizi Spirituali. Essa narra il pellegrinaggio spirituale di Ignazio dalla conversione a una crescente purificazione e unione con Dio in termini di preghiera e di servizio.



Sin dall’inizio, l’esperienza della scrittura ebbe per lui un ruolo importante. Durante la convalescenza successiva al ferimento avvenuto nel corso della battaglia di Pamplona, egli si trovò casualmente a leggere libri spirituali: di libri di altro genere in quella casa non ce n’erano. Poiché nella lettura di questi libri provava molto gusto, «gli venne l’idea di stralciare alcuni passi più significativi della vita di Cristo e dei santi. Perciò […] si mise a compilare con molta diligenza un libro. Esso arrivò a occupare quasi 300 fogli, in quarto, completamente scritti. Scriveva le parole di Gesù in rosso, quelle di nostra Signora in azzurro, su carta lucida a righe, con elegante scrittura, mettendo a profitto la sua grafia molto bella. Impiegava il suo tempo in parte a scrivere, in parte a pregare»(25). Ignazio dunque scrive perché ricopia frasi che lo colpiscono.



La crescita spirituale successiva a questi inizi si riflette nelle settimane degli Esercizi. Ignazio non dice nulla circa le tappe della loro redazione. Alla fine del suo racconto autobiografico, rispondendo a una domanda del p. Gonçalves da Câmara, disse che «gli Essercitii non gli haveva fatti tutti in una volta, senonché alcune cose che lui osservava nell’anima sua et le trovava utili, gli pareva che potrebbero anche essere utili ad altri, et così le metteva in scritto, verbi gratia, dello examinar la conscientia con quel modo delle linee, etc. Le electioni spetialmente mi disse che le haveva cavate da quella varietà di spirito et pensieri, che haveva quando era in Loyola, quando stava anchora malo della gamba»(26). Così abbiamo una conferma del fatto che lo scrivere è maturato a partire dall’accadere e motivato dal desiderio di giovare.



L’importanza dell’osservazione



Il primo elemento è dunque l’«osservare» ciò che accade. Nel suo uso parco e circostanziato della parola scritta, Ignazio attribuisce all’osservazione un ruolo fondamentale. Egli raccomanda di annotare sempre le parti che si avvertono come più importanti nelle contemplazioni, cioè quelle nelle quali si comprende qualcosa o si hanno reazioni affettive di consolazione o desolazione (cfr Es, n. 118). Il suo Diario Spirituale rappresenta un documento esemplare, che consente di constatare come Ignazio scrivesse ogni giorno quello che osservava accadere in lui. La scrittura ignaziana nasce dall’esperienza capace di coinvolgere mente (conocimiento) e affettività (consolación, desolación), non da elucubrazioni teoriche o da pure ipotesi. Non risponde a una combinatoria astratta, ma a una sorta di reportage che prevede sempre un quaderno di appunti nel quale annotare siempre algunas partes más principales (Es, n. 118).



Per questo motivo, gli Esercizi hanno generato molta scrittura: ogni esercitante ha avuto nei secoli fino ad oggi il proprio quaderno di appunti. È un’atteggiamento che nello scrittore diventa decisivo. In alcuni casi gli appunti sono vere e proprie opere originali. È il caso, ad esempio, degli appunti del poeta Gerard Manley Hopkins(27), dei testi raccolti nell’antologia Hearts on Fire(28) o dello splendido volume Thirty Days del poeta e critico letterario statunitense Paul Mariani(29). Ma questi sono soltanto alcuni esempi.



Ignazio dunque insegna che si scrive perchè si osserva interiormente qualcosa, perchè ci si è trovati in una condizione che ha aperto gli occhi, che ha fatto vedere meglio la vita, il mondo, un oggetto, la realtà(30). Soprattutto perché la fantasia permette a chi scrive di stabilire con la propria esperienza un rapporto più intenso, a tal punto da osservare o da provare sentimenti o avere pensieri anche non comuni, ordinari e ovvi(31).



Il criterio dell’«utilità»



L’accentuazione sull’osservazione è importante, ma non sufficiente nella prospettiva ignaziana. Ignazio scrive gli Esercizi non per puro diletto personale, ma per riavviare l’esperienza propria o altrui. Scrivere è frutto dell’esperienza filtrata dall’«utilità», perché è trampolino di lancio per un’ulteriore esperienza, quella dell’esercitante. Ignazio non annota tutto, ma soltanto le cose che trovava utili e gli pareva che potessero essere utili anche ad altri(32). Ovviamente l’appello all’«utilità» può lasciare interdetto chi intende scrivere in maniera libera e creativa. Come può una simile esperienza di scrittura «utilitaristica» aiutare o ispirare uno scrittore? In realtà, la domanda potrebbe essere il frutto di un fraintendimento. Infatti va tenuto presente che, nel momento in cui scrive, Ignazio si pone in un orizzonte di comunicazione. Se il testo non comunica, è «inutile». Ignazio ha davanti a sé un lettore, almeno implicito. L’appello all’utilità ha il significato preciso di puntare l’attenzione su una persona che sta al di là del libro. Scrivere non è, in questo senso, un atto narcisistico di pura espressione di sé. È un atto comunicativo rivolto ad altri.



Anzi Ignazio, in quanto autore, sparisce dal suo testo(33). Si nasconde fino all’estremo quasi paradossale: quando egli parla in prima persona negli Esercizi, il soggetto non è lui! Il pronome «io», prima persona singolare, è di ordine didattico e favorisce una identificazione personalizzata con il testo, abolendo la distanza della terza persona (cfr Es, n. 58)(34). L’«io» è lo stesso esercitante, il lettore. Così, mentre molti testi mistici si servono della poesia, il testo degli Esercizi mira all’economia linguistica, alla sobrietà di espressione, per stabilire una distanza dell’autore e una «deriva» del testo, che appunto è lasciato in balìa, se così possiamo dire, dell’esercitante e al suo personale rapporto col Signore, all’interno del quale si compie la scelta degli «esercizi» da fare. In questo orizzonte «altruistico» è il senso dell’utilità del testo.



Quindi scrivere ignazianamente non è pura espressione o esibizione di sé. Il narcisismo sembra non avere il minimo spazio, e non c’è niente di più distante da questa scrittura dell’esibizionismo. Scrivere significa selezionare qualcosa tra l’esperienza e le tante cose da dire. Tagliare, selezionare, essenzializzare, ridurre all’osso non è un vuoto esercizio stilistico, ma un’arte comunicativa. È un lavoro di scavo, dunque. Infatti, il vocabolo che Ignazio usa per le sue parole è il participio «cavate»(35). Esso sembra implicare un lavoro profondo di delucidazione e formulazione, che ricorda gli intensi versi di Giuseppe Ungaretti: Quando trovo / in questo mio silenzio / una parola / scavata è nella mia vita / come un abisso (Commiato).



L’uso ignaziano della parola




Ignazio conserva sempre l’attitudine alla concisione: parla poco, e la sua parola è nuda e chiara. Non ama le esagerazioni, per cui la sua lingua è molto parca in aggettivi e superlativi. Nota con semplicità, senza orpelli, consiglia in modo diretto. Pensa molto a ciò che dice e come lo dice e a chi. Non è mai stato un predicatore, ma proprio con la parola ha realizzato le sue conquiste decisive: la conversazione è la sua arte, non certo un artificio umanistico, nè, tanto meno, esibizione. Egli corregge senza sosta i suoi scritti e li lima per bene. Ciò comporta una lettura lenta e calma per cogliere i particolari, che egli espresse mediante la cesellatura di ogni frase. È significativo il fatto che di lui non abbiamo nessun brano di oratoria o di catechesi. Egli è maestro del dialogo interpersonale, nella comunicazione profonda, non in quella esteriore o di circostanza(36).



Tutto ciò denota una cura massima della parola, di ogni singola parola, e dell’espressione. Quando espone l’esame generale di coscienza, egli consiglia di pesare il valore della parola e conoscere la sua direzione (Es, nn. 38-41). L’equilibrio nell’uso della parola è un indice della conversione e dell’orientamento del cuore e del pensiero. L’esercitante deve «chiedere conto all’anima […] delle parole» (Es, n. 43). Ignazio detesta la palabra ociosa (Es, n. 40), cioè quella inutile e vuota che non serve a niente e non è «utile» a nessuno.



Nell’itinerario spirituale proposto dagli Esercizi, uno dei modi di pregare «consiste nel contemplare il significato di ogni parola della preghiera» (Es, n. 249). Ogni parola va pesata, e il suo significato è chiamato ad allargarsi come i cerchi concentrici prodotti da una pietra che cade nell’acqua. Ignazio prevede «occhi chiusi o fissi in un punto, senza girarli qua e là»; poi chiede di pronunciare una sola parola della preghiera (ad esempio, «Padre» nella preghiera del «Padre nostro»). Così chiede a chi si esercita spiritualmente di riflettere «su questa parola per tutto il tempo che, nelle considerazioni pertinenti a tale parola, troverà significati, paragoni, gusti e consolazioni» (Es, n. 252).



La sua è una sorta di ermeneutica di assonanze interiori che non tollera tempi rigidi né eccessiva quantità di parole: in «una o due parole» soltanto si può trovare «molta materia di meditazione, insieme a gusto e consolazione» (Es, n. 254). Infatti «non il molto sapere sazia e soddisfa (harta y satisface) l’anima, ma il sentire e gustare (sentir y gustar) le cose internamente» (Es, n. 2). Si può dunque restare fermi su una sola parola della preghiera anche per tutto il tempo dell’esercizio. Nel «terzo modo di pregare» Ignazio propone la ripetizione di una singola parola al ritmo del movimento respiratorio «in modo tale che una singola parola venga detta tra un respiro e l’altro» (Es, n. 258). Chiunque scriva un’opera di qualche valore letterario trova in queste indicazioni sul valore di ogni singola parola una guida sicura all’espressione concisa, essenziale, ma insieme anche capace di dare «respiro». È questa la vera parola poetica, precisa, puntuale e pregna di significati e suggestioni.



Gli Esercizi come manuale di espressione creativa




Gli Esercizi Spirituali non sono propriamente né un testo poetico né un testo narrativo, né un saggio, né un diario. Essi sono una guida, un vero e proprio manuale di espressione creativa tra l’esercitante e Dio. Negli Esercizi la contemplazione non è utile solamente a raggiungere una pura passività: all’esercitante serve per imparare a parlare con Dio, a inventare un linguaggio di interlocuzione. La contemplazione produce linguaggio.



Questa palestra di creatività non può che plasmare tutta l’esistenza dell’essere umano, non semplicemente la sua preghiera, i suoi momenti di orazione. L’esercizio spirituale, se ben inteso e vissuto, offre un allenamento che irrobustisce la capacità espressiva e comunicativa dell’uomo in ogni ambito della sua esperienza di vita. Riprova di tale connessione è il fatto che, viceversa, si moltiplicano i manuali di scrittura creativa che fanno spesso riferimento — in un modo o nell’altro, in maniera pertinente o ambigua — alla dimensione «spirituale»(37), proponendo la crescita nella capacità di scrivere in parallelo a un progresso nella vita interiore(38). Ciò non significa, ovviamente, che colui che compie il cammino proposto dagli Esercizi diventi come per incanto anche scrittore (o musicista o pittore…). Significa se mai che egli vive un’esperienza che gli dà modo y orden (Es, n. 2), cioè un metodo di espressione spirituale che fa intimamente appello alle sue più profonde risorse creative. La principale è l’apertura radicale all’evento dell’ispirazione, intesa come qualcosa che lo raggiunge dall’esterno, da un «altro».



Ma questo manuale non assomiglia a un orario ferroviario. Se mai, se vogliamo rimanere nel paragone manualistico, potrebbe essere più vicino a un ricettario di cucina quale l’Artusi(39). In realtà, come ha riconosciuto il poeta Giovanni Giudici, traduttore degli Esercizi, questo libretto ha un «fascino, malgrado tutto, letterario» e lo si può considerare e tradurre come un «testo poetico»(40). Sono, infatti, frutto di una peculiare esperienza spirituale e creativa di ispirazione. Afferma Giudici, forte della sua affinità con il linguaggio poetico, che essi sono «un’opera che, nata in una sfera istituzionale assolutamente estranea alla letteratura, in forza della passione da cui fu ispirata partecipa dei più alti valori di letterarietà. Il suo stile povero diventa perciò […] “grande stile”; le sue incongruenze sintattiche diventano procedimenti di “lingua poetica”; le sue trasandatezze, i suoi ad sensum ed anche certe apparenti ambiguità agiscono come elementi di seduzione: proprio perchè su ogni altra preoccupazione e su ogni altro intento prevale appunto l’urgenza delle cose da dire, anzi da fare»(41).



Stile sobrio, cura peculiare dell’osservazione, spiccata capacità di valorizzare ogni singola parola, intensità comunicativa rendono la scrittura di Ignazio di Loyola un contributo importante per coloro che sentono il desiderio di imparare a mettere per iscritto qualcosa della loro «varietà di spirito et pensieri».







1 Per «scrittura creativa» si intende quella che non ha solamente lo scopo di comunicare informazioni in maniera efficace e funzionale (una relazione, uno scritto accademico, una ricetta medica…), ma ha anche una funzione espressiva e una forte connotazione estetica. È un altro modo per parlare di «scrittura letteraria».



2 A. SPADARO, «La lettura come immersione interattiva. Tra “Esercizi Spirituali” e “Realtà Virtuale”», in Civ. Catt. 2004 II 37-49. Cfr L. COCO (ed.), L’atto del leggere. Il mondo dei libri e l’esperienza della lettura nelle parole dei Padri della Chiesa, Magnano (Bi), Qiqajon, 2004.



3 GIOVANNI PAOLO II, Lettera agli artisti, n. 15.



4 Pensiamo alle opere di grandi teologi che componevano inni, come Prudenzio, Efrem il Siro, Gregorio Nazianzeno, Ambrogio di Milano, Paolino da Nola, Andrea di Creta, Romano il Melode, Venanzio Fortunato, Adamo di San Vittore, ma anche Bonaventura e Tommaso d’Aquino. L’elenco è vastissimo.



5 G. POZZI, «Introduzione», in M. M. DE’ PAZZI, Le parole dell’estasi, Milano, Adelphi, 1984, 26.



6 G. GETTO, Letteratura religiosa del Trecento, Firenze, Sansoni, 1967, 196 s.



7 Per una prima introduzione al linguaggio dei mistici cfr M. BALDINI, Il linguaggio dei mistici, Brescia, Queriniana, 19902.



8 Cfr G. POZZI, «Il “parere” autobiografico di Veronica Giuliani», in Strumenti critici II (1987) n. 2, 178.



9 Citato in M. BALDINI, Il linguaggio dei mistici, cit., 70.



10 Il Secretum è un trattato in latino in tre libri composto dal Petrarca tra il 1342 e il 1343, ma ritoccato successivamente. Ogni libro corrisponde alle tre giornate di discussione che il poeta immagina di sostenere con sant’Agostino alla presenza muta di una figura di donna, che è la Verità. È una sorta di testamento spirituale.



11 Cfr l’antologia di testi cateriniani curata da Tozzi: CATERINA DA SIENA, Le cose più belle [1918], Firenze, Le Lettere, 1996; R. CARVER, «Meditazione su una frase di santa Teresa», in Id., Il mestiere di scrivere. Esercizi, lezioni, saggi di scrittura creativa, Torino, Einaudi, 1997.



12 A parte il fondamentale N. FRYE, Il grande codice. La Bibbia e la letteratura, Torino, Einaudi, 1986, consigliamo: R. ALTER, L’arte della narrativa biblica, Brescia, Queriniana, 1990.



13 Un’intuizione sul rapporto tra Esercizi Spirituali e scrittura creativa l’abbiamo trovata in G. MOZZI, Parole private dette in pubblico. Conversazioni e racconti sullo scrivere, Roma - Napoli, Theoria, 1997.



14 M. GIULIANI, «Lo scritto e il silenzio. All’origine degli Esercizi Spirituali di Ignazio di Loyola», in Ignazio di Loyola e gli Esercizi Spirituali, supplemento a Notizie dei Gesuiti d’Italia 25 (1992) n. 6, 57.



15 Cfr R. BARTHES, Sade, Fourier, Loyola. La scrittura come eccesso, Torino, Einaudi, 1977.



16 I rapporti però, a ben guardare, sono più dei quattro descritti da Barthes. Esiste un rapporto tra l’esercitante e il direttore, cioè il reciproco del secondo rapporto. Non si può tacere il rapporto reciproco anche tra il direttore e Dio: si tratta di un rapporto sfumato, appena accennato tra le righe da Ignazio, e più in termini negativi di «lasciar fare» più che di «fare». Potremmo ricordare anche una rete di rapporti che sono documentati, ad esempio, dai Direttorî, costituiti da coloro che danno gli Esercizi: colui che li dà deve innanzitutto averli ricevuti e praticati. E, infine, notiamo che non bisogna dimenticare un altro «testo», cioè quello che Dio rivolge a Ignazio, il quale descrive nell’Autobiografia con una breve frase la modalità di questo rapporto: «Dio si comportava con lui come fa un maestro di scuola con un bambino: gli insegnava» (Autobiografia, n. 27).



17 Questa comunicazione non è scontata: l’esercitante non sa nulla in anticipo sulle esperienze che gli verranno proposte, come il lettore di un romanzo che vive la suspense propria della trama. Neanche il rapporto tra Dio e l’esercitante può essere prevedibile.



18 Ci siamo già occupati di questo «testo» in un nostro precedente articolo: «La lettura come immersione interattiva»…, cit.



19 I. CALVINO, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, Milano, Mondadori, 1993, 96 s.



20 M. YOURCENAR, Memorie di Adriano, Torino, Einaudi, 1988, 289.



21 Ivi.



22 I. CALVINO, Lezioni americane…, cit., 95.



23 W. ISER, L’atto della lettura. Una teoria della risposta estetica, Bologna, il Mulino, 1987, 26.



24 In realtà sembra che egli abbia raccontato non tanto i suoi successi quanto le proprie debolezze e la forza della presenza del Signore nella sua vita.



25 Ignazio di Loyola, s., Autobiografia, n. 11.



26 Ivi, n. 99 (corsivo nostro). Qui citiamo il testo originale che è in italiano dell’epoca. Infatti, come scrive il p. Gonçalves, trovandosi a Genova e non avendo più a disposizione un amanuense spagnolo, egli dettò in italiano gli appunti che aveva portato con sé da Roma. Era il dicembre 1555.



27 Cfr C. DEVLIN, The Sermons and Devotional Writings of Gerard Manley Hopkins, London, Oxford University Press, 1967. I testi sono tradotti parzialmente in L. DEL ZANNA (ed.), Gli Esercizi spirituali di S. Ignazio commentati dal poeta Gerard Manley Hopkins, S.J. (1844-1889), Firenze, Mir, 2000.



28 Cfr M. HARTER (ed.), Hearts on Fire. Praying with Jesuits, Chicago, Loyola Press, 20052.



29 Cfr P. MARIANI, Thirty Days on Retreat with the Exercises of St. Ignatius, New York, Viking Compass, 2002.



30 Consigliamo la lettura del racconto di C. S. Lewis dal titolo «L’uomo nato cieco», in Prima che faccia notte. Racconti e scritti inediti, Milano, Rizzoli, 2005, 29-44.



31 Cfr il nostro «La fantasia: evasione o visione?», in Civ. Catt. 2005 II 28-39.



32 Il criterio dell’utilità è stato ben esposto in M. GIULIANI, «Lo scritto e il silenzio», cit.



33 Lo ha ben illustrato P.-H. Kolvenbach nel suo «Gli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio. Il messaggio spirituale attraverso le particolarità linguistiche», in Civ. Catt. 1997 I 351-364.



34 Cfr ivi, 352 s.



35 Ignazio di Loyola, s., Autobiografia, n. 99.



36 Cfr I. TELLECHEA IDIGORAS, Ignazio di Loyola solo e a piedi, Roma, Borla, 1990, 407-410.



37 All’aggettivo, specialmente in area anglofona, si dà una valenza ben più ampia rispetto a quella a cui siamo abituati. Esso corrisponde a una sorta di generica ricerca di senso.



38 Cfr, ad esempio, N. GOLDBERG, Scrivere zen. Manuale di scrittura creativa, Roma, Ubaldini, 1987. Cfr anche J. CAMERON, La via dell’artista. Come ascoltare e far crescere l’artista che è in noi, Milano, Longanesi, 1992. L’autrice ha scritto numerosi titoli di grande successo sull’argomento. È interessante notare che proprio The Artist’s Way compone un itinerario articolato in «settimane» come quello degli Esercizi ignaziani.



39 Pellegrino Artusi (1820-1911) fu gastronomo e scrittore. Compose in stile brioso un libro di culinaria di grande successo dal titolo La scienza in cucina o l’arte di mangiar bene, oggi conosciuto col solo cognome del suo autore.



40 G. GIUDICI, «“Gli Esercizi spirituali” come testo poetico», in IGNACIO DE LOYOLA, Esercizi spirituali, Milano, Mondadori, 1984, 7.



41 Ivi, 15. L’unica parola che giudichiamo errata nell’affermazione di Giudici è «seduzione». In nessun modo e a nessun titolo la si può attribuire al testo ignaziano, che è «eccessivo» (cioè eccede, porta fuori di sé, come abbiamo visto) e per natura sua mai, appunto, seduttivo (nel senso che tende a centrare l’attenzione su di sé).



© La Civiltà Cattolica 2006 IV 20-33 quaderno 3751

sabato 9 settembre 2006

per sfuggire all'inferno dei viventi

La parte femminile di Blogodot -  stupendo weblog da leggere e da guardare - ha mandato in un altro luogo questo pezzo de Le città invisibili, noi lo rilanciamo qui:



Marco Polo at the court of Kublai Khan. This is a file from the Wikimedia Commons.L'atlante del Gran Kan contiene anche le carte delle terre promesse visitate nel pensiero ma non ancora scoperte o fondate: la Nuova Atlantide, Utopia, la Città del Sole, Oceania, Tamoé, Armonia, New-Lanark, Icaria.



Chiese a Marco Kublai: - Tu che esplori intorno e vedi i segni, saprai dirmi verso quale di questi futuri ci spingono i venti propizi.

- Per questi porti non saprei tracciare la rotta sulla carta né fissare la data dell'approdo. Alle volte mi basta uno scorcio che s'apre nel bel mezzo d'un paesaggio incongruo, un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s'incontrano nel viavai, per pensare che partendo di lì metterò assieme pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d'istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie.

Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero; puoi rintracciarla, ma a quel modo che t'ho detto.



Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte delle città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butua, Brave New World.

Dice: - Tutto è inutile, se l'ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.

E Polo: - L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio."

sabato 2 settembre 2006

Si deve pretendere la verità

ingeborg bachmanndi Ingeborg Bachmann

DIE WAHRHEIT IST DEM MENSCHEN ZUMUTBAR (1959)

discorso per il conferimento dell'Hörspielspreis des Kriegsblinden



Lo scrittore - e questo è nella sua natura - si augura di essere ascoltato. E però gli appare meraviglioso accorgersi un giorno che comincia ad avere degli effetti, e tanto più quanto sa di poter dire poco di consolante ad uomini che hanno bisogno di una consolazione come solo possono averlo quelli che sono feriti, dilaniati e pieni di quel grande e segreto dolore con cui l'uomo si distingue tra tutte le altre creature. È una distinzione terribile e incomprensibile. E se davvero dobbiamo sopportarla e imparare a convivere con essa, come dovrebbe apparire questa consolazione e cosa dovrebbe significare per noi? È infatti impossibile, io credo, pretendere di costruirla con parole. Sarebbe sempre troppo misera, troppo a buon mercato, troppo provvisoria.



E così il compito dello scrittore non può consistere nel negare il dolore, nel cancellarne le tracce, nel fingere che non esista. Per lui, anzi, il dolore deve essere vero e deve essere reso tale una seconda volta, cosicché noi possiamo vederlo. Perché noi tutti vogliamo diventare vedenti. E solo dopo aver provato quel dolore segreto possiamo sentire (in modo diverso) ogni esperienza, ed in particolare quella della verità. Quando giungiamo a questo stato in cui il dolore diventa fertile, stato che è insieme chiaro e triste, noi diciamo, molto semplicemente, ma a ragione: mi si sono aperti gli occhi. E non lo diciamo perché abbiamo davvero percepito esteriormente un oggetto o un avvenimento, ma proprio perché comprendiamo ciò che non possiamo vedere. E l'arte dovrebbe portare a questo: far sì che, in tal senso, i nostri occhi si aprano.



Lo scrittore - e anche questo è nella sua natura - è rivolto con tutto se stesso ad un Tu, all'uomo al quale vorrebbe far giungere la sua esperienza degli uomini (o la sua esperienza delle cose, del mondo e del suo tempo, sì, anche di tutte queste cose insieme!). Ma soprattutto egli vuole che giunga la sua esperienza dell'uomo che egli stesso o altri possono essere nel momento in cui sono al massimo grado uomini. Con tutti i sensi vigili, egli cerca di delineare la forma del mondo, i tratti dell'uomo in questo tempo. Come ci si pone rispetto ai sentimenti, che cosa si pensa e come si agisce? Quali sono le passioni, quali le preoccupazioni, le speranze...?



Nel mio radiodramma Der gute Gott von Manhattan tutte le questioni si riducono alla questione dell'amore tra uomo e donna e a che cosa sia, a come proceda e a quanto grande possa essere; e certamente si potrebbe obbiettare che questo è un caso limite, che qui si va troppo oltre...



Ma in ogni caso, anche nel più quotidiano degli amori, si trova il caso limite che noi possiamo scorgere ad un'osservazione più prossima - e che forse dovremmo sforzarci di scorgere. Perché in tutto quel che facciamo, pensiamo e sentiamo vorremmo talvolta giungere fino al punto più estremo. In noi si sveglia il desiderio di oltrepassare i limiti che ci sono imposti. Non per contraddirmi, ma per essere il più chiara possibile, vorrei dire che anche per me è evidente che dobbiamo rimanere nell'ordine, che non esiste una via d'uscita dalla società e che dobbiamo confrontarci fra di noi. Ma, all'interno dei limiti, abbiamo lo sguardo rivolto a ciò che è perfetto, impossibile, irraggiungibile, che sia nell'amore, nella libertà o in qualche altro valore puro. Nel contrasto tra possibile e impossibile ampliamo le nostre possibilità. E secondo me ciò dipende dal fatto che noi stessi produciamo questo rapporto di tensione che ci fa crescere; che tendiamo ad una meta che veramente si allontana ogni volta che noi ci avviciniamo ad essa.



Come lo scrittore cerca con le sue opere di indirizzare gli altri verso la verità, cosi anche gli altri gli fanno capire, con le lodi e il biasimo, che da lui si aspettano la verità e che vogliono giungere in quello stadio in cui si aprono loro gli occhi. Si può infatti pretendere la verità.



Chi, se non quelli tra voi che hanno dovuto patire un triste destino, potrebbe comprendere meglio che la nostra forza è più grande della nostra sfortuna, che, anche se privati di molto, si riesce a rimanere in piedi, che si riesce ad essere delusi, che cioè si riesce a vivere senza farsi illusioni. Credo che all'uomo sia concessa una specie di orgoglio, l'orgoglio di chi, nella buia prigione del mondo, non si dà per vinto e non smette di cercare ciò che è giusto.



Una pausa di riflessione tra due occupazioni, come quella odierna, è allo stesso tempo l'occasione per un ringraziamento; per quanto mi concerne, desidero ringraziarvi per le molte domande che certamente mi rivolgerete e che potranno tentare di diventare risposte ad occupazioni e sforzi sempre nuovi. Vi ringrazio dunque per l'onore che oggi mi fate. E, dal momento che, quando si ringrazia, non lo si fa in generale, desidero rivolgermi in particolare a quanti hanno reso possibile il mio lavoro e quello di altri autori grazie alla loro generosità verso le stazioni radiofoniche tedesche; e inoltre a tutti gli ascoltatori che ho trovato, quelli sconosciuti, di cui non so il nome. Ma soprattutto ai ciechi di guerra, che molto più degli altri hanno caro prestano attenzione alla parola e che ad essa in quanto istanza degna di lode, dedicano questo premio.



Vi sono molto grata.

(traduzione di Bruno Ruffilli)

A che cosa "serve" la letteratura?

L'intervento al Convegno "A che cosa serve la letteratura?" (Reggio Calabria, 20 e 21 febbraio 2004) del critico letterario Antonio Spadaro, autore del saggio "A che cosa serve la letteratura" (ElleDiCi - La Civiltà Cattolica, 2002), Premio Capri 2002 per la sezione "Letteratura" e Premio Crotone 2002 per la sezione giovani critici. [gli altri interventi del convegno li trovate qui] [la versione stampabile di questo testo è qui]

di Antonio Spadaro



A che cosa «serve» la letteratura? La letteratura col suo immenso patrimonio di storie, immagini, suoni, personaggi… a che serve? a che mi serve? Si chiedeva (ed io con lui) Charles Du Bos: «che cos’è la letteratura, la letteratura degna del nome, la sola che ci riguardi e che abbia sempre avuto un valore per me?» . Quel «per me» non è affatto da trascurare. Anzi: la particella pronominale «mi», cioè «a me», regge tutta la domanda e dunque ne porta il peso.

L’ultima poesia di Raymond Carver ci fa comprendere come la poesia è utile se si confronta con ciò che vogliamo veramente da questa vita:



ULTIMO FRAMMENTO



E hai ottenuto quello che

volevi da questa vita, nonostante tutto



E cos’è che volevi?

Potermi dire amato, sentirmi

amato sulla terra



La poesia serve a dire o ad ascoltare come queste. Molti però al solo sentir parlare di un «servizio» della letteratura, pensano a una «letteratura di servizio» o, peggio ancora a una letteratura «a servizio» di qualcosa e dunque asservita.

Il rapporto tra la vita e la letteratura è sempre stato inquieto e complesso. Si potrebbe scrivere una vera e propria storia di questa relazione che è stata ora affermata e ora negata, ora desiderata e ora respinta. Tuttavia nel breve spazio del mio intervento mi limiterò solamente a intrecciare i sentieri di alcuni autori. Caverò dalle loro opere poche tessere utili per un mosaico. Il risultato finale corrisponderà all’immagine dell’esperienza letteraria che sento vicina.



Jean Cocteau scrisse a Jacques Maritain: «La letteratura è impossibile, bisogna uscirne, ed è inutile cercare di tirarsene fuori con la letteratura perché solo l’amore e la Fede ci consentono di uscire da noi stessi» . Ma per andar dove? Probabilmente per uscire dal narcisismo dell’«interiorità» autoreferenziale. Pier Vittorio Tondelli, scrittore scomparso nel 1991 a soli 36 anni per aids, scrisse tra i suoi ultimi appunti: «La letteratura non salva, mai». Sono parole che ricordano drammaticamente anche gli ultimi versi di Clemente Rebora: Lungi da me la scappatoia dell’arte/ per fuggir la stretta via che salva! L’arte sarebbe dunque una scappatoia. Sarebbe una forma di tragica consolazione, che confina con la percezione leopardiana dell’infinita vanità del tutto. È Stephane Mallarmé a mettere in relazione la tristezza della carne (La chair est triste, hélas!) con la vanità della lettura di tous les livres. Che farsene di parole scarse, e forse senza sole, come le definiva Sandro Penna, o di qualche storta sillaba e secca come un ramo (Montale)? È tutta qui la poesia, la letteratura?

Per rispondere, vorrei accostarmi a Marcel Proust. A suo giudizio, infatti, la letteratura è una forma di «ritiro», in cui, nella solitudine, si fanno «tacere le parole», le nostre e quelle degli altri, con le quali giudichiamo le cose e la vita «senza essere noi stessi» . Ma questo ritiro non è forse anche un ritirarsi, cioè un «ritrarsi» dalla vita? In effetti, all’interno dello spazio aperto dal libro, Proust nota come i suoi pomeriggi dedicati alla lettura contenessero «più avvenimenti drammatici di quanti non ne contenga, spesso, un’intera vita» . Erano gli avvenimenti che si susseguivano nel libro che stava leggendo. Sorgono quindi due domande interessanti: la vita dunque contiene meno vita della letteratura? La letteratura è più vita della vita stessa?

Sembra in effetti che la letteratura sostituisca la vita o che almeno riesca a rimpiazzare momenti d’inedia trasformandoli in minuti, ore, giorni di pura avventura. L’autore della Recherche afferma infatti che in qualche modo i pomeriggi dedicati alla lettura appaiono come «accuratamente ripuliti dai mediocri incidenti della mia esistenza personale che avevo rimpiazzati con una vita di strane avventure e aspirazioni in un paese irrorato d’acque vive!» . Ecco allora che il romanziere «scatena in noi nello spazio di un’ora tutte le possibili gioie e sventure che, nella vita, impiegheremmo anni interi a conoscere in minima parte» .

In realtà la letteratura non serve a sostituire la vita. Semmai è vero che ci sono aspetti della vita che spesso noi conosciamo solo nella lettura . La grandezza dell’arte vera infatti è quella «di ritrovare, di riafferrare, di farci conoscere quella realtà lontani dalla quale viviamo, […] quella realtà che rischieremmo di morire senza aver conosciuta e che è, molto semplicemente, la nostra vita» . Dunque, in sintesi: l’arte ci fa conoscere la vita, al di là della conoscenza convenzionale che di essa abbiamo. Ma allora come la letteratura ci fa conoscere la vita?



Risponderò a questa immagine attraverso quattro immagini…



La prima è l’immagine del laboratorio fotografico. L’opera letteraria, scrive Proust, è «una sorta di strumento ottico», che consente al lettore di «sviluppare» ciò che forse, senza il libro, non avrebbe osservato dentro di sé . Il ruolo della lettura è fotografico: gli uomini spesso non vedono la loro vita e così il loro passato diviene ingombro di tante lastre fotografiche, che rimangono inutili perché l’intelligenza non le ha «sviluppate» . La letteratura invece è come un laboratorio fotografico, nel quale è possibile elaborare le immagini della vita perché svelino i loro contorni e le loro sfumature. Ecco dunque a cosa «serve» fondamentalmente la letteratura: a sviluppare le immagini della vita, a salvare la nostra esistenza dall’incomprensibilità.

Ma, possiamo chiederci, come è possibile? La letteratura non mi parla della mia vita, ma di storie di altri. Appunto: la passione per la lettura richiede delle condizioni, vi è uno «straniamento», per il quale il mondo in cui ci si immerge nella lettura non è più il nostro, il solito (la Yourcenar e i suoi lettori entrano nel tempo di Adriano, come i lettori di Kafka si muovono verso l’irragiungibile Castello e i lettori di Carroll entrano nel Paese delle meraviglie,…).

Tuttavia è proprio a partire dalla cripta del testo letterario e dai suoi sotterranei che è possibile rimettere in questione sia la nostra percezione comune delle cose sia la nostra personale esistenza in un gioco di interpretazioni e significati colti con maggiore chiarezza. Ecco allora la via per comprendere la virtù paradossale della lettura: «quella di astrarci dal mondo per trovargli un senso» , entrare in un mondo diverso rispetto a quello della nostra vita per discernere il senso proprio del nostro mondo.

W. Wenders nella sceneggiatura di Lisbon story ci aiuta a capire. Nel film il protagonista è un regista che intende girare le sue immagini mediante una telecamera con l’obiettivo poggiato sulle spalle per riprendere scene mai viste, neanche da chi «gira». Ecco la risposta del suo amico e tecnico del suono: «Se nessuno guarda attraverso la lente, ecco quello che vedranno su questi dannati video le generazioni future: il punto di vista di nessuno. Non c’è ragione di fare immagini spazzatura da buttare un minuto dopo».



Ecco allora la seconda immagine, quella tratta dall’idraulica: si chiedeva Charles Du Bos: «senza la letteratura cosa sarebbe la vita?». La risposta che ci offre sembra eccessiva e tuttavia resta appropriata nella sua ispirazione fondamentale. Eccola: «Non sarebbe altro che una cascata da cui tanti di noi sono sommersi, talmente insensata che noi, incapaci di interpretare, ci limitiamo a subire. Di fronte a tale cascata, la letteratura assolve le funzioni dell’idraulica: capta, raccoglie, convoglia e solleva le acque» . In poche parole: senza la letteratura, la vita rischierebbe di restare «a secco».

La letteratura, rimanendo nella metafora, incontra l’uomo/lettore sotto il pelo dell’acqua che è quel prosaico e scialbo significato letterale, quella «letteralità» che «uccide», come ricorda san Paolo. La vita letteralizzata è quella ridotta al senso comune, all’apparenza, alla banalità illuministica della superficie.



Ecco infine la terza immagine, quella digestiva. Il rapporto tra letteratura e realtà è intenso e coinvolgente. È il gesuita Michel De Certeau a ricordare come la lettura abbia un ruolo di elaborazione «digestiva»: «la ruminatio della mucca ne è il modello», egli afferma ricordando Guillaume de Saint-Thierry e J.-J. Surin, il quale a sua volta parla di «stomaco dell’anima».

Si può elaborare una vera e propria «fisiologia della lettura digestiva» . Proseguendo su questa linea si può dire che anche che la lettura sia uno «stomaco per digerire la realtà». In altri termini possiamo parlare di «assimilazione». La letteratura è quel linguaggio capace di trasformare in sé il mondo e le esperienze .

Ecco dunque a cosa «serve» fondamentalmente (ci sono tanti altri «servizi», ma vengono dopo) la letteratura: a dire la nostra presenza nel mondo, a interpretarla e «digerirla», a cogliere ciò che va oltre la superficie del vissuto per discernere in essa significati e tensioni fondamentali.



Così la vera letteratura non è mai di «evasione». Chi scrive prende posto nell’universo e, a partire da questa posizione, in modo realistico, fantastico, utopico o satirico, elabora il proprio mondo, reinterpretandolo, amandolo o contestandolo. Ogni poesia, ogni racconto, ogni romanzo è un atto critico nei confronti della vita. La letteratura offre a una vita ridotta al suo puro «senso letterale», un punto di fuga. Cioè: la letteratura dischiude il mondo nel quale si vive e fa scoprire la sua ricchezza.

La letteratura non è dunque «fuga» dal mondo, dalle cose, in un’interiorità tanto ricca, quanto vaga e a forte rischio di autoreferenzialità. La verità della letteratura è sempre una verità di fatti, di cose e di relazioni tra cose e persone. «Niente idee se non nelle cose (No Ideas but in Things)», scriveva Williams Carlos Williams, superato da Wallace Stevence che afferma: «niente idee sulle cose, ma le cose stesse (Not Ideas about the Thing but the Thing Itself)».

Se così non fosse, la letteratura sarebbe una «evasione» inutile e vana. Dunque la «fuga» è verso l’interno, verso il misterium, che ha il suo secretum nel mondo, nelle cose dense e pastose, materiali. L’evasione genera la visibilità calviniana, giocosa ma inutile. Qui invece sto parlando di visio, la visio dantesca, ad esempio, che è «luce intellettual, piena d’amore;/ amor di vero ben, pien di delizia,/ delizia che trascende ogni dolzore» (Paradiso XXX, 40-42).

Lo scrittore, dunque, è chiamato ad avere una visione (anagogica) del mondo capace di intuire più livelli di realtà in un’immagine o in una situazione. Egli vede prima in superficie, ma la sua angolazione visiva è tale che comincia a vedere prima di arrivare alla superficie e continua a vedere dopo averla oltrepassata. Ha ragione Flannery O’Connor quando afferma che allo scrittore è necessario un certain grain of stupidity, un «granello di stupidità», che serve a tenere gli occhi imbambolati (to stare) sul reale .



Vi faccio due semplici esempi poetici. Il primo è una poesia di William Carlos Williams dal titolo



IRIS

uno scoppio d’iris così (a burnst of iris so that)

scesi per la

colazione



esplorammo tutte le

stanze in cerca

di



quel profumo dolcissimo e da

prima non riuscimmo a

scoprirne la



sorgente poi un azzurro come

di mare ci

colse



in sussulto improvviso di tra

gli squillanti (trumpeting)

petali (petals)



Ecco un’altra poesia. E’ del messinese Bartolo Cattafi:



COSTRIZIONE

Siamo ora costretti al concreto

a una crosta di terra

a una sosta d’insetto

nel divampante segreto del papavero



Ecco la quarta immagine, quella esplosiva. La due poesie fin qui lette sono esplosive e, in questa esplosione, comunicano quella che Wallace Stevens definì semplicemente «Una nuova conoscenza del reale (A new knowledge of reality)». Colgono un’immagine e questa, nell’osservazione, esplode: il papavero «divampa», l’iris «scoppia». E’ questa dinamica esplosiva la vera utilità di un’opera d’arte, anche letteraria.



Cosa fa sì allora che un’opera letteraria abbia valore? A mio parere l’esatto contrario di ciò che scriveva Montale nel suo celebre, bello quanto inutile, verso Non domandarci la formula che mondi possa aprirti. Il romanzo di valore possiede in se stesso la formula capace di aprire un mondo cogliendone la sostanza (in senso letterale: ciò che sta sotto, a suo fondamento), ma anche assistere alla sua espansione, alla sua «dichiarazione», per usare ancora un termine di Montale. Se un romanzo, un racconto o una poesia non dichiara un mondo e non lo spalanca davanti al lettore – non importa se in modo realista, o surrealista – non fa compiere al lettore una vera esperienza, non fa conoscere nulla: è vuoto e noia. Anche Montale ha visto un «croco», coglie la sua grazia, ma l’esplosione fallisce, resta il silenzio, la grazia rimane sorda. Rimane la polvere:



Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco

lo dichiari e risplenda come un croco

perduto in mezzo a un polveroso prato.



L’opera letteraria che non apre mondi può ridursi solo a polvere e cioè a tre cose: a ideologia, a sentimentalismo o a «esperimento» linguistico. Polvere, appunto.

E invece la letteratura ha un altro destino. La poesia può addirittura… pensate un po’… prendere il posto di una montagna. E’ l’esperienza del poeta statunitense Wallace Stevens in La poesia che prese il posto di un monte (The Poem that Took the Place of a Mountain). Qui il poeta parla di sé in terza persona, come «egli»:



LA POESIA CHE PRESE IL POSTO DI UN MONTE

Era là, parola per parola,

La poesia che prese il posto di un monte.



Egli ne respirava l’ossigeno,

Perfino quando il libro stava rivoltato nella polvere del tavolo.



Gli ricordava come avesse avuto bisogno

Di un luogo da raggiungere nella sua direzione,



Come egli avesse ricomposto i pini,

Spostando le rocce e trovato un sentiero fra le nuvole,



Per giungere al punto d’osservazione giusto,

Dove egli sarebbe stato completo di una completezza inspiegata:



La roccia esatta dove le sue inesattezze

Scoprissero, alla fine, la vista che erano andate guadagnando,



Dove egli potesse coricarsi e, fissando in basso il mare,

Riconoscere la sua unica e solitaria casa.



La letteratura dunque non è chiamata a consegnare una parola rinsecchita, ma a permettere una scalata. Scrivere per Stevens è come scalare un monte, avere una direzione, ricordare che c’è una meta, una exact rock, cioè una «roccia esatta», da raggiungere, nonostante tutte le nostre inesattezze. Questa è la scrittura umana, vera, ricca di senso, quella che procede affilata e dritta come una freccia e sa così persino spaccare le rocce e spostare i pini, pur di non perdere la forza della sua direzione. Una scrittura senza una «roccia esatta» da raggiungere è una macchia su carta porosa, stagno inutile e sciolto.

Ecco allora la domanda da porsi davanti a una poesia o a una narrazione: qual è la sua «roccia esatta»? Dove sta andando? Dove mi porta? Quale meta mi indica? E con quale forza? Con quale sguardo? Lo scrittore autentico sa spostare le rocce e trovare sentieri tra le nuvole per guadagnare la vista giusta, il giusto punto di osservazione dove si ottiene una pienezza, una completezza che, dice Stevens, resta inspiegabile.

Solo «affacciandoci» dalla vera poesia possiamo guardare in basso e riconoscere la nostra casa. Ecco, ancora una volta, il servizio della letteratura. La letteratura invece è complice insostituibile di un esercizio interiore che dà respiro e consistenza alla vita. A questo punto a me lettore che parlo e a voi lettori che mi avete ascoltato il grande Giacomo Debenedetti direbbe che qui «si tratta anche di te» .